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martedì 16 marzo 2010

Due tre cose per Chicco


Caro Enrico, non devo mica spiegarti come si fa la televisione di politica, ché è il tuo mestiere e lo sai fare. Però ho qualche appunto (figüres) a proposito di Mentana Condicio. Tre cose. La prima. Si deve sentire bene: fatti prendere un fonico bravo, ché ci sono stati dei casini, come se alla televisione fosse inammissibile ma invece in rete va bene lo stesso perché siamo giovani. E non va bene lo stesso, proprio per niente. Secondo. È una cosa che un giornalista di successo come te non vuole sentirsi dire, perché fa girare le balle. Io te la dico lo stesso: si dice “aneddotica”, non “anedottica”. È una eccezione inesistente, che frequentano in molti, innocentemente. Tu la usi spesso, e ogni volta è uno sbuffo, un peccato, un fastidio. Prova a farci attenzione. Ultima cosa. Quando un fotografo ti dice «Faccia qualcosa, su, non stia rigido» tu devi al limite fottertene, oppure pensare a qualcosa di rilassante come un bagno caldo, metterti un po’ di tre quarti, infilarti un dito nel naso, focalizzare l’idea dell’Inter che vince il derby, un po’ quello che ti pare, insomma. Ma non devi mai, dico MAI per nessuna ragione, metterti una mano, un dito, un pugnetto volitivo e pensoso sotto il mento. È un cliché fotografico idiota, che rende tutti stupidi, insicuri e posticci. Se il fotografo te lo propone espressamente, puoi insultarlo violentemente. Di’ che ti mando io.



martedì 16 marzo 2010

Bubble bobble


Da qualche settimana nel regno Unito va in onda un nuovo programma televisivo che unisce le notizie e un taglio leggero (non propriamente giornalistico) delle stesse. BBC Two presenta The Bubble, un ibrido tra panel, notizie e comicità, condotto da David Mitchell, tutti i venerdì sera per mezz’ora. Funziona così: tre VIP vengono portati in una casona in campagna il lunedì, dove sono privi di qualsiasi fonte di informazioni, cioè niente cellulare, quotidiani, TV, internet, niente di niente; il venerdì arrivano in studio, e non sanno niente di quello che è successo; rispondono a domande relative alle notizie che vengono loro proposte, di cui alcune sono vere e altre sono del tutto inventate.
La cosa buffa è che la BBC stessa ha vietato che i propri giornalisti si prestassero a realizzare servizi falsi, da mostrare agli ospiti della settimana perché fossero giudicati. Helen Boaden, la capa delle notizie BBC, ha concesso solo l’utilizzo di materiale di repertorio, sostenendo che non fosse serio mischiare l’autorevolezza dei giornalisti con le finalità di un programma comico. In passato i giornalisti della BBC avevano partecipato ad altri programmi del gruppo, anche comici; in questo periodo pare che non sia il caso di fare troppo gli sbarazzini. The Bubble si è dovuto arrangiare con filmati proveniente da ITV e Channel 4 (concorrenza diretta e privata). Della questione hanno parlato durante la prima puntata del programma, mostrando un articolo che ne parlava ai primi tre ospiti. Nessuno ha ipotizzato che la notizia potesse essere vera. continua a leggere »



domenica 14 marzo 2010

Tokyo, 22.3.11


Anche se fa freddino, i fiori cominciano coraggiosamente a sbocciare. Pruni, camelie, altre piante che mi sa che in Italia non ci sono ma che qui impazzano tipo il mokuren, il kinmokusei e tanti altri amici petaluti. Riflettendo sui fiori ho pensato che è impossibile tradurre alcuni nomi per il semplice fatto che le specie sono diverse, quindi anche il dizionario non serve a niente, in alcuni casi.

Procedendo con le oziosità, mi sono venute in mente una serie di espressioni in giapponese che mi hanno sempre divertito e che, caro amico e cara amica che leggi, ho deciso di condividere con te in questa nuova puntata di Kemuri. continua a leggere »



venerdì 12 marzo 2010

Praticamente un paese di morti


Mi fa delirare l’automatismo giornalistico della povertà, dei cicli negativi, della crisi, delle difficoltà vissute sempre come responsabilità politica di un dramma insopportabile e collettivo. Non capisco come non trovino tutto il meccanismo anche solo vagamente ripetitivo, se non proprio intellettualmente disonesto. Eppure si continua. E il punto più meschino di tutto il quadretto è sempre lì, nella psiche.

L’Italia è (stato) un paese contadino e cattolico: avere una psiche, pensare anche solo che esista, è troppo da individualisti, da ricchi, troppo “io” per far parte di “noi”, come direbbe il più conservatore dei socialdemocratici nostrani. continua a leggere »



giovedì 11 marzo 2010

Presente continuo


(prima leggi questo)

Dopo l’ultima cerimonia degli Oscar, mi ha fatto pensare il modo in cui si è parlato di Kathryn Bigelow: come molti commentatori si siano aggrappati con fatica al più piccolo elemento, per trasformarla — che ne so — in Jane Campion, qualcosa di più femminile, in quel senso che danno a “femminile” quelli che parlano — Zeus li fulmini — di “poesia femminile”.

Allora ho pensato a come siano piccolini e inconsistenti certi pensieri automatici, certi meccanismi a orologeria che sono lì a disposizione: basta prenderli per imbastire delle opinioni pronte, come fanno un sacco di commentatori dei quotidiani, capaci di tirare qualsiasi fenomeno dalla loro parte pur di scrivere 10.000 battute, fare della sociologia da ipermercato, mostrare a tutti, con virtuosismi e piroette, quello che non c’è. continua a leggere »



giovedì 11 marzo 2010

Contro-passato prossimo


E così James Cameron ha fatto incetta di Oscar, con un piccolo bel film di nicchia, di quelli cui Hollywood generalmente riserva gli applausi pubblici, per concentrare la stima sincera verso prodotti capaci di una sostanza commerciale diversa. Invece, manco fosse un festival europeo, la celebrazione annuale della fabbrica dei sogni americana persegue la linea delle ultime edizioni, quella per cui i conti si fanno in famiglia, la realtà non conta: si rende onore a quello che si vorrebbe tanto essere, più che a quello che si è.
Mentre l’intero sistema sta in piedi grazie ai grandi film che guadagnano, e tanto, da sempre la cerimonia degli Oscar è una vetrina per i buoni propositi e gli slanci più nobili di cui l’industria è capace. È qui e solo qui che, secondo la stessa prospettiva perfetta ma falsa con cui si fanno i manifesti, i film sono roba prima di tutto di attori, e poi di registi, in pochi rari casi di sceneggiatori, quasi mai di produttori. continua a leggere »



giovedì 11 marzo 2010

In memoria di Alexander McQueen (che secondo me avrebbe riso parecchio)



(via Giavasan, via Waxy)



martedì 9 marzo 2010

Nemmeno la sgogna mi fate venire più


Ieri sono stato tutto preso a coniare una parola che sostituisse al meglio il termine tedesco Fremdschämen, che descrive quella sensazione che si prova quando la vecchia canta una canzone popolare in televisione, e il conduttore la guarda come dire adesso finirà, e lei invece se la canta tutta — olandesiiiina bellaaaaaa, olandesiiina biondaaaaaa — strofa, strofa, ritornello, strofa ritornello, ritornello, acuto finale, oppure quando qualcuno insomma si mette in una situazione che non è solo terribile esserci, ma è ancora peggio non esserci e assistere. In tedesco la parola c’è, e vuole dire proprio quello, cioè il concetto che noi esprimiamo con «ho provato compassione/vergogna per lei». In italiano no, per cui mi sono messo, su richiesta del magico mondo della rete, del popolo di internet, del futuro, a cercare questa parola. Poi sono sceso al bar e ho letto il giornale. continua a leggere »



lunedì 8 marzo 2010

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate [Shutter Island]


Il corridoio della paura (Shock Corridor) è un film di Samuel Fuller, e racconta di un tale che decide di scrivere un articolone sulla malattia mentale, perché ci vuole vincere il Pulitzer. Allora entra in un ospedale psichiatrico come paziente, anche se paziente non è, e vive da malato di mente per un po’. Il film è, come tante cose di Fuller, meravigliosamente meraviglioso. Qualcuno volò sul nido del cuculo (One Flew Over the Cuckoo’s Nest) è un film di Miloŝ Forman che racconta di uno stellare Jack Nicholson alle prese con la stessa esperienza, cioè quella di chi finisce in un reparto di cure mentali vecchio stampo, pur non essendo storicamente un matto. Ma per quale ragione la sto tirando così in lungo, si chiederà il mio pubblico? Perché meno il torrone come mio solito, ma enciclopedicamente, svogliatamente, senza il solito narcisismo, con scazzo visibile a tutti? È semplice. Perché devo arrivare oltre il margine inferiore della foto, così che tutto sia impaginato per bene, metterci ancora un po’ di righe per salvarvi dalle dimensioni dei vostri monitor, e poi dirvi che SE LEGGETE OLTRE, PRIMA DI AVER VISTO Shutter Island, VI ROVINATE IL FILM. MA NON POCO, PROPRIO TANTO CHE VI CADONO LE BRACCIA. NON LEGGETE OLTRE SE NON AVETE ANCORA VISTO SHUTTER ISLAND. continua a leggere »



lunedì 8 marzo 2010

8 marzo: festa dei militari