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Domenica 28 Agosto 2005

Faciloneria Begins At Home


La rivista The Lancet pubblica uno studio condotto dall’università di Berna, con il metodo del doppio cieco, sull’omeopatia. Per ricapitolare, il doppio cieco funziona così. Prendi dieci persone con il mal di testa e le curi tutte con la molecola Maltestil: a cinque la dai davvero e a cinque la dai per finta, ma senza avvisarli (pastiglie pacco!). Se i cinque gabbati guariscono effettivamente come i cinque curati con il principio attivo, vuole dire che il farmaco è inutile, perché sfrutta la capacità del paziente di guarire solo per la convinzione di essere curato e non proprietà biochimiche di sorta. Il che vuole dire che il malditesta passa, sì, evviva, ma non è il caso di farsi pagare per vendere il niente. Lo studio svizzero pubblicato da Lancet dimostra che l’omeopatia ha sui pazienti lo stesso effetto che ha la pastiglia pacco. E questa cosa si chiama effetto Molko (o Palcebo).
Ora. I giornali riportano la notizia sostenendo che i rimedi naturali e alternativi sono stati bocciati dalla scienza ufficiale. Questo tutti. E anche le televisioni. Perché la notizia non interessa, è difficile da spiegare, mentre lo spunto per inventarsi una guerra tra illuminismo e romanticismo sul piano globale è succulenta.
Le medicine alternative sono quelle alternative alle medicine in uso diffusamente e normalmente in un paese. In genere si intendono medicine alternative quelle lontane dalla medicina occidentale classica, quella dei farmaci e dei tavoli anatomici, delle operazioni eccetera. Quindi in questa categoria ci sono anche, per dire, la medicina cinese o l’erboristeria. Ma nessuno si è occupato di agopuntura o riflessologia, né di erbe. Lo studio bernese riguarda una cosa precisa: l’omeopatia. E non si può estendere a tutto quello che non funziona con un bisturi, perché è come scambiare cinesi e giapponesi che tanto io, sinceramente, non gli so dare un’età. Alla fine del settecento un tizio, tale Samuel Hahnemann, sviluppa una teoria secondo cui le malattie si possano curare con un principio attivo simile a quello del disturbo. Ricordo che a quei tempi se uno stava male gli facevano un salasso e la medicina andava più o meno a caso. La sua formula era qualcosa tipo “similia similibus curantur”, ma cito a memoria e non garantisco. In ogni caso, senza stare a fare tutta la storia, secondo questo e altri principi i farmaci omeopatici ancora oggi vengono preparati partendo da estratti di principi attivi (tipicamente vegetali), diluiti enormemente. Diluiti al punto che molto spesso le probabilità che nella dose di preparato somministrata ci sia una molecola di quello che c’è scritto sulla confezione, sono talmente basse da avvicinarsi allo zero. Per una molecola, ripeto. Infatti tra i convincimenti del vecchio Samuel c’era il postulato secondo cui al dimezzarsi del principio attivo, l’effetto raddoppia. E un altro secondo cui i sintomi esterni, tipo quelli dermatologici, non sono la manifestazione della malattia, ma solo un segno del disequilibrio dell’organismo, cosa cui lo stesso Samuel era arrivato a partire dall’osservazione della sifilide. Poi si è scoeprto come funziona la sifilide e come le fasi si susseguano in maniera regolare e prevedibile. Ma ai tempi, no, non si sapeva. E Samuel ha sviluppato una teoria, sulla base del proprio originale impianto teorico, poi rivelatasi inconsistente. Ora, chi si cura con l’omeopatia e ne ha beneficio può fare tre cose. A-Credere nel complotto della Svizzera delle multinazionaali del farmaco e incupirsi; B- Incazzarsi per il fatto che si dica che quello che l’ha curato sono la capacità del suo corpo di reagire ai disturbi e quella della sua psiche di lavorare a questo scopo con l’aiuto della considerazione che i medici omeopati riservano a ogni paziente, calibrando le cure per ciascuna persona e non seguendo banalmente dei protocolli gelidi come fanno i medici di base scoglionati. C- Oppure per le stesse ragioni può essere felice, perché il nostro corpo è un affare davvero straordinario, pieno di potenzialità. Ma deve avere presente un fatto. La medicine cinese ha migliaia di anni, l’erboristeria ancora di più. L’omeopatia è un’invenzione scientifica non sperimentata, figlia proprio del periodo storico che molti amanti delle medicine alternative contestano. La freddezza della scienza, la teoria di un solo uomo, l’impeto rivoluzionario del settecento che non guarda in faccia a nessuna religione e spazza via tutto. Non la tradizione. Non la saggezza ancestrale. Beh, pare che su una cosa Hahnemann avesse ragione: l’organismo reagisce, e molto, se stimolato. Ma forse non all’acqua che conserva in sé memoria della Nux vomica come pensava lui, bensì alle attenzioni sincere dello specialista ameopata e allo spirito materno e accogliente che il mondo della medicina omeopatica comunica a chi ci si affida. Non è poco, ma da qui a comprare l’acqua in farmacia ce ne passa.


Sabato 27 Agosto 2005

That Joke Isn’t Funny Anymore


Apro la Repubblica e trovo a un certo punto un’intervista a un Sottosegretario al welfare (che non nomino), il quale interviene, come ex socialista, sulla scelta che Bobo Craxi: allearsi (forse) dall’altra parte rispetto al governo (di cui l’intervistato fa parte) e chiudere i conti con la storia recente. E per tre volte il Sottosegretario (che continuo a non nominare) dice in sostanza che non si torna indietro perché Tangentopoli è stata la Shoah dei Socialisti. Il giornalista chiede se non gli sembri di esagerare, ma lui ribadisce. Shoah, proprio così, con tanto di diaspora.
Allora. Va bene l’iperbole, cioè darci dentro anche troppo. Va bene la vis polemica, cioè avere le balle girate. Va bene qualsiasi cosa. Ma usare la Shoah e i nazisti come cartucce polemiche da sparare a piacimento quando si vuole fare effetto, è indegno. Non si fa. Per prima cosa, in astratto, perché la ricchezza del linguaggio si misura anche nella capacità di scegliere e misurare una grande quantità di sfumature, immagini, figure retoriche il più possibile adatte e originali. In concreto non si fa perché la Shoah è il tentativo di eliminazione degli ebrei d’Europa compiuto da Adolf Hitler e dai suoi alleati. La Shoah è prendere la gente a milionate e farla fuori. Non è un’altra cosa. Non è un gioco in scatola. E non è un serbatoio di battutine che facilitano il lavoro del titolista. Ecco uno dei classici casi in cui vorrei essere ebreo per incazzarmi di più.


Giovedì 18 Agosto 2005

Stop Me If You Think That You’ve Heard This One Before


Dunque. Argomento non facile. Perché come ti muovi sbagli. Proviamoci.
Un po’ di anni fa sono stato in vacanza in Scandinavia, con un grupposcolo di amici miei. Un po’ meno abituati ad avere a che fare coi gay (sì sì, con persone omosessuali bla bla bla) di me, che ho sempre avuto professori al liceo, amici, colleghi gay, i miei compagni di viaggio non capivano all’inizio quando dicevo che i gay erano garanzia di qualità per le discoteche. Poi, per esperienza, hanno dovuto cedere. Perché se ci sono i gay non c’è la macarena, non ci sono le tamarrate del momento, non ci sono troppi sbavanti che innalzano a totem il mediterraneo rito del corteggiamento. Magari c’è mezz’ora di Carrà, ma è un male minore e in Svezia non capita (no, niente Abba). Insomma dopo un po’ era chiaro: andavamo in giro per locali e quando c’erano un po’ di gay si sapeva che si sarebbe sentita la musica giusta e se andavi dal DJ e chiedevi gli Smiths, quello aveva almeno Panic e la metteva su.Tutto questo per dire che anche in politica nel 2005 in Italia un certo tipo di candidato gay è garanzia di qualcosa. Forse non di qualità, così in astratto, ma senza dubbio di estraneità al Meccanismo. Il Meccanismo è l’andamento naturale della politica italiana, la trafila, il bacino, il cursus honorum tipico del nostro politico. E nel Meccanismo non ci sta che uno comunista, gay e cattolico faccia il presidente della regione Puglia. Quindi se ci arriva, le motivazioni devono essere più forti del Meccanismo stesso. E siccome, posto che lo si voglia cambiare, l’unico modo per cambiarlo è inserire elementi esterni, insomma: se Antony non si candida, mi sa che votare Scalfarotto alle primarie dell’Unione è una buona cosa. Così, in astratto. Poi, in concreto, ognuno valuti le posizioni che esprime oggi e le cose che dirà nei prossimi mesi. Io per ora lo trovo convincente. Ma questo è un’altro elemento, quello fondamentale. E qui si faceva solo del corollario.


Giovedì 18 Agosto 2005

Red red wine, stay close to me



Da tempo lamento il fattto che i telegiornali siano letteralmente pieni di stupidate. Che in sé non ci sarebbe niente di male. Tipo in America c’è la FOX che è un po’ beota e la CNN che è un po’ più seria. Nel Regno Unito c’è la BBC che è ottima in ogni senso, perché produce il telegiornale e THE OFFICE, dimostrando che si può fare bene uno e l’altro senza contaminazioni automatiche. La rubrica GUSTO del TG5 è una delle punte di diamante dell’informazione italiana. Si basa sull’idea che tutto, anche il vino, soprattutto nella sua accezione contemporanea di riscoperta colta e riccastra dei piaceri di un tempo, possa essere schiacciato in due minuti di servizio. Il risultato è che uno se ne frega del contenuto, ma aspetta la degustazione per sentire quella che dicono (gomma bruciata, chicchi di caffè appena tostati, frutta tropicale a gogò) e subito dopo l’abbinamento, che prevede sempre un po’ di cacciagione bella e buona (ricordo che siamo nel 2005). Mercoledì però si sono superati perché prima della fine del telegiornale propriamente detto, dopo un servizio sui cani, hanno parlato di una vigna in Sicilia dove si vendemmia di notte. Donna Fugata, si chiama. E hanno intervistato anche il proprietario del podere, che ha sparato un paio di frasi in puro vinese aulico sul proprio vino e poi ha rivelato (qui sta la notiziavera, cazzatola, è il giornalismo televisivo bellezza) che si vendemmia di notte perché ad agosto è molto più fresco, molto meglio “dal punto di vista vendemmiale”. Non bastavano i servizi sul clima che strabordano nel giornale dalla rubrica dove è giusto che stiano. In mezzo alle notizie adesso ci vanno anche i marchettoni enogastronomici e gli aggettivi faidatè.


Lunedì 15 Agosto 2005

Here they come the beautiful ones


Non si capisce perché, ma qualche anno fa, Lucignolo no. Non sarebbe passato. Poi ci sono quelli che se la prendono se uno dice una cosa così, che sono tutte stronzate, non si può parlare male di quello che fa schifo, mi daranno dello snob ma chi se ne frega. Fa niente.
Comunque qualche anno fa Lucignolo non ci sarebbe stato dentro. E non soprattutto come costola di una redazione giornalistica. L’aspetto divertente è che l’estetica da giovanismo accattone di Lucignolo è passata nell’immaginario collettivo e influenza la produzione di Italia Uno, compreso telegiornale, più di qualsiasi altro programma.
Lucignolo però va oltre e d’estate racconta di una diarrea notturna di Costantino, della Hunziker che forse non sta più col figlio della maga ma col tipo, di una pazza notte dei ragazzi giovani di quest’Italia che corre sulle strade della notte alla ricerca di emozioni. E sotto, Smoke on the water. Eppure va avanti. Tutti a dire che fa schifo ma continua a essere visto. Mi chiedo perché, certe volte. E mi viene in mente che non c’è niente di nuovo: che ai giovani italiani piace essere raccontati anche male da non più giovani. Basta sentirsi raccontati. Il mondo di Ligabue e di Vasco, quello per cui ragazzi normali che vanno in discoteca diventano i cavalieri senza macchia di un epica cavalleresca della mezza chiara all’autogrill, rivive alla televisione in un contenitore di vaccate, che ha solo il merito di dire “Hey, ragazzi!”. E dire “Hey ragazzi” evidentemente basta. E avanza.


Sabato 13 Agosto 2005

The little neighbourhood smartasses


Dichiaro ufficialmente che Stefano Ricucci mi è diventato simpatico. E inoltre ha coniato l’espressione più geniale dell’estate 2006. Per questo, chiedo che sia approntato uno scambio d’ufficio tra il suddetto Steve e Steve Irwin (di cui si è già parlato). In questo modo riusciremo a far perdere quell’aria da Billionaire al marito della finnica di romagna (scarponcini da escursionista, fango australiano, crotali in mano e lei dietro con cappello e occhiali da tè nel deserto che strilla “Stefano, amore, vieni via”) e nello stesso tempo avremo l’agognata eliminazione del cacciatore di coccodrilli, ad opera di economisti e speculatori vari (i varani de noantri che alzano la bocca dal fiero pasto in gessato di Caraceni). Sarebbe bello, ma è solo il prodotto della mia fantasticheria smodata. Pazienza.


Giovedì 11 Agosto 2005

4 8 15 16 23 42


Provate il disco dei MAGIC NUMBERS. Secondo me non sbagliano un pezzo. (a chi capisce il titolo qui sopra un abbraccio solidale, tanto prima o poi qualcosa capiremo)


Giovedì 11 Agosto 2005

It Banenas Bi Ei En Ei En Ei Es


Non si è mai capito. Perché, intendo. Eppure d’estate, che uno ha più tempo, le playlist delle radio si restringono a dismisura. Quest’estate poi…
Non mi sono informato. Ve li dico a memoria per come li ho sentiti girando per l’Italia in auto. Ne mancano sicuramente alcuni. Ma questi passano oltre l’umana sopportazione. Mi aspetto collaborazione da voi per rimpinguare, comunque.

Italiani.

Nek che fa Sting come al solito.
Un pezzo di Antonacci proprio bruttino.
Quella del Souvenir che sembrano i Kings of Convenience e poi sul finale quella tamarrata della telefonata uccide tutto e tutti.
I Negramaro non male, molto andante.
Lorenzo non so proprio cosa dire.

Internazionali

La camisa nera, il peggior pezzo latino estivo della mia esperienza pluritrentennale sul pianeta Terra.
Gwen Stefani e le banane, sublime produzione pop da classifica con Gwen Stefani bambolina e la base tutta satura essenziale.
James Blunt che è bravino ma tende a stufare, io l’avevo snobbato qualche mese fa poi Luca S. mi ha detto no no guarda che non è male, l’ho preso, ho convenuto, ma senza strafare se no mieloso. Adesso ha strafatto.
Someday, un motivo valido per prendere un T1000 e mandarlo indietro nel tempo a uccidere i Korn dopo il secondo disco e i Limp Bizkit prima del primo.
City of blinding lights è il primo pezzo bello degli U2 da anni a ’sta parte. Non vorremo mica avere da ridire?


Mercoledì 10 Agosto 2005

Paolo, Enzo e i cazzacci nostri


Non si capisce perché uno si dovrebbe preoccupare tanto di Paolo, Enzo e le sorti del quizzino preserale. Magari fa una barcata di soldi e siamo felici perché la RAI ci piace da sempre e magari ci paga anche l’affitto (grazie RAI, ti voglio bene giuro). Però alla fine, che si scriva con accorata partecipazione di format polacchi e contratti milionari e investitori pubblicitari, come se si parlasse del CSM o della Bicamerale, mi pare assurdo e inaccettabile. Cioè non inaccettabile perché mi scandalizzo, figuriamoci, ma non mi voglio abituare e entrare nel giochino. Anche perché se uno sta un po’ fuori si rende conto che Bonolis che va a condurre il calcio non è una sfida infernale ma è un lavoro sicuro, soldi certi a palate e nessuna creatività. Tanto quello che c’era da innovare nel calcio alla tele si è innovato (sì ma l’italiano?) prima con Fazio e poi con Campioni. Il resto è la solita menata del rigore c’è il rigore non c’è, e guarda che bella figa e guarda la bella figa, però quanto è tifosa e che simpatia contagiosa quelle cosce nude stringi 2 stringi sulle cosce, e forsa l’inter e forsa il milan. Poi arriva Enzo Ghinazzi in Agosto col suo metro e mezzo di amore dell’azzardo e fa la sua porca figura in termini di auditel. Ma il programma è una macchinetta, un ingranaggio da bicicletta, sono tutti identici più o meno, solo che uno ha venti denti l’altro ne ha ventidue. E poi se mandiamo Pretty Woman vuoi vedere che fa più
di tutti? Per concludere, non dovremo mica passare ore a leggere paginate di stampa su calcio e quiz per tutto il 2005-2006?


Martedì 9 Agosto 2005

The Reflex of Summertime


Sul Corriere di oggi c’è scritto che Simon Le Bon sfida il destino andando in barca a vela perché nell’85 (l’ottantacinque) quasi ci rimaneva sotto e che i Duran Duran hanno venduto 80 milioni di dischi. Ripeto: 80 milioni di dischi. I Duran Duran. E’ scritto in un boxino. Qualche mese fa c’era il processo Michael Jackson. Era pieno di boxini, a ogni pezzo sul caso. A volte trattavano il tema del candeggio del negro. Altre volte quello delle case e delle finanze. Più spesso il boxino si occupava dei dischi e in particolare di Thriller, che spesso viene definito il disco più venduto di XXX (al posto di XXX potete inserire una categoria semantica di qualsiasi tipo, che ne so, anche “roditori asiatici”, tanto per quel che vale). Lì si parlava di quantità incredibili che neanche ricordo, ma in confronto i Duran Duran erano Gatto Panceri. Ma a parte i milioni di copie, i Duran Duran rientrano nella categoria “morti viventi” da molti anni. Già ai loro inizi, a parte qualche singolo e un fenomeno sociale di un certo rilievo (soprattutto in Italia), sono sempre stati scarsini (il loro primo disco Duran Duran non è male sembra un po’ BOY degli U2 in peggio). Simon Le Bon, oggi, evita di firmare gli autografi e fare le foto. Fa il sostenuto. Fa l’inglese. Che non è vero che tutti i musicisti inglesi sono così. E’ vero che quando ci sono geni stronzi tipo Morrissey che suona un’ora senza fare i bis uno si racconta la balla che “gli inglesi fanno così” perché non si può detestare chi ha scritto “e se un autobus a due piani si schiantasse contro di noi, morire accanto a te sarebbe un piacere”. Comunque sia è estate, il collega è in vacanza, ho da fare solo un boxino su Simon Le Bon che va si ribalta in barca a vela e ci vediamo alle otto al Luca’s. Va bene?