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Sabato 17 Dicembre 2005

Cicca la minéra


C’era una macchinina che diceva te l’avevo detto io te l’avevo detto e la macchinina capo gli diceva stai zitto. C’era un cane che ridacchiava degli errori del padrone. C’era Christian Rocca che parlava delle elezioni a Baghdad. Tutti a dare di gomito. Tutti a predere rivincite. Tutti concentrati più su quello che significa ciò che succede agli occhi di chi la pensa diversamente, più che a pensare ai fatti in sé. E’ una goduria goriziana, di sponda. Mi dicono che Rocca è simpatico anche più di Muttley e ci credo. Però in assoluto questo fatto che la propria posizione politica diventi un liquido di contrasto, uno strumento per smascherare luoghi comuni e preconcetti di commentatori di vedute opposte, mi ha sempre lasciato perplesso. Sembrano quei discorsi tra ubriachi in cui uno dice che il campo da calcio è lungo molto più di cento metri e l’altro molto meno. Cominciano a contrattare: saranno quasi duecento metri, e l’altro, cazzo dici molto meno, massimo cinquanta. Passa un quarto d’ora e si accordano sui cento abbondanti, che è la misura media di un campo di calcio. Resta il fatto che nessuno dei due ha mai sostenuto la verità, ma il contrasto. E davanti a quelli che dicono che queste elezioni irachene non contano una mazza, la reazione di chi sostiene la strategia americana come fosse la propria squadra del cuore è di dire che mai al mondo elezioni sono state più limpide, rappresentative e democratiche. Tié, béccate questo. O, come dicevo io da piccolo, cicca la minéra.

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