Martedì 28 Febbraio 2006
Daje de tacco, daje de punta
C’è un pregiudicato immigrato che mentre lo arrestano pare tiri qualche centra all’indirizzo delle forze dell’ordine. Alcuni colpi vanno a segno. Poi però i carabinieri si incazzano e gliele restituiscono. Sono in tre. Pim pum pam, calci e pugni. Lo tengono in due. A un certo punto il solista dice “I get up” e i due del coro all’unisono “Jump!” e giù a piedi uniti sul tipo (sì, va bene, la canzone non c’era, però la sostanza è questa, sembra il Royal Rumble di wrestling). Ecco. Il tipo può anche essere la peggio canaglia del pianeta terra, sia chiaro, ma vorrei far notare che se avete visto quella scena e non vi è sembrato un comportamento eccessivo, qualche meccanismo nella vostra sensibilità democratica si è rotto. I carabinieri e la polizia non sono un corpo estraneo rispetto alla società e non sono nemmeno un’idea astratta, da accettare o avallare in toto. Desiderare che ci siano dei limiti nelle loro azioni è parte della loro natura, perché sono soggetti politici, come tutti noi. Rispondono alla collettività . Ciò che ci rende politici in senso greco, cioè cittadini, è il fatto che condividiamo delle regole e siamo tenuti a rispettarle. Se si travalicano le regole, se, banalmente, qualcuno sbaglia, è fondamentale da parte nostra indignarci e chiedere una risposta, chiunque sia il trasgressore. Chi da subito esprime solidarietà ai carabinieri ha saltato un passaggio. Ricapitoliamo. UNO-Ha luogo il fatto. DUE-Viene diffuso il filmato. TRE-La gente giudica eccessiva la violenza e chiede conto alle istituzioni. QUATTRO-Qualcuno fa leva sull’opinione pubblica per mettere sotto accusa tutta l’arma dei carabinieri. CINQUE-Altri, compreso il soggetto, rispondono prendendo le difese dell’arma. Ecco. Chi dal punto DUE passa al punto CINQUE ha lo stesso ruolo di chi concepisce dil QUATTRO, cioè ridurre ai minimi termini, semplificare, portare lo scontro a bianchi contro neri con una bella linea retta che li divide e solo allora abbaiare inutilmente. Mi piacerebbe che quando succedono cose del genere ci fosse chi, dalla parte di chi ha sbagliato, si sentisse offeso dal comportamento dei colleghi e non sempre e solo pronto a difendere la categoria (altre volte è successocon la polizia, ma quasi mai con i carabinieri). Perché la responsabilità è individuale. Anche qui vale la logica nazionale per cui in Italia nessuno viene licenziato perché sbaglia. La stessa per cui il notaio di Pupo è lo stesso che vendette le domande della Venier di Domenica In. È uno che da notaio, cioè garante della legalità , si è reso colpevole di un reato; uno contro il quale non mi risulta si sia proceduto e che poi ha pianto al telegiornale, l’ha sfangata ed è ricomparso alla ribalta più sorridente che pria. Insomma, se anche, per ipotesi, uno dovesse essere sospeso o deferito o radiato, non sarebbe un segno dell’inaffidabilità dei carabinieri, ma il contrario.
ERRATA CORRIGE
Cancellare le parole che vanno da “La stessa..:” a “…che pria.” compresi. Il notaio non è lo stesso, ma gli somiglia. Quello vero ha un processo. Quindi ho scritto una cretinata. Mai fidarsi di se stessi. Scusate.
Su certe bottiglie d’acqua c’è scritto “Indicata per neonati”. E io quando vedo certe cose vado a male. La trasformazione dell’H2O in prodotto va avanti da anni con grande successo. Tutto questo avviene su un piano macroscopico nelle battaglie per la proprietà dell’acqua. Nello stato del Cochabamba, in Bolivia, qualche tempo fa si combattè una vera e propria guerra civile (popolo vs stato), dopo che il governo aveva venduto i diritti di sfruttamento dell’acqua (tutta, anche piovana) alla Bechtel. Fu vinta dal popolo, alla fine, con tanto di morti, feriti e fuga del governatore. Ma non è di questo che vorrei parlare, bensì degli aspetti più piccoli dell’operazione culturale, quelli più vicini a noi. L’acqua non è un prodotto perché non prevede una scelta. E se non puoi scegliere, che prodotto è? Come membri dell’ecosistema terrestre, della sua zoofauna, siamo acqua. Segnalare che l’acqua è indicata per i neonati è come mettere un cartello in un bar con scritto “L’ATMOSFERA DI QUESTO LOCALE CONTIENE OSSIGENO”. Questo non è un blog di coalizzazione civile (ripeto, questo non è un blog di coalizzazione civile), ma un appello uno mi sento di farlo. Se vi interessa vagamente la questione ambientale, sarebbe bene che eliminaste l’acqua in bottiglia dalle vostre abitudini quotidiane. L’acqua in bottiglia sostituisce con un prodotto quello che la civiltà fornisce già millenni (dagli acquedotti romani in poi), ovvero l’acqua pubblica. “Bevila tu l’acqua del rubinetto. È come leccare un mattone,” direte voi. Lo so. Il tema politico dell’acqua non esiste, perché la popolazione non dimostra interesse. Nessun sindaco considera la qualità dell’acqua dell’acquadotto un tema spendibile, come nessuno di noi ha mai pensato di valutare positivamente i temi relativi o di spostare il proprio voto in ragione di scelte relative all’acqua. Per questo spesso l’acqua del rubinetto fa schifo. Ma io nell’acqua, prima di berla, come dire, metto una schiuma attiva. Che si chiama Brita. La Brita è una brocca di plastica che contiene un semplice filtro a carbone attivo, capace di abbassare la durezza dell’acqua e trattenere i metalli pesanti. Il gusto cambia radicalmente. Diventa acqua normale, buona. Si elimina un costo individuale; si eliminano decine di costi collettivi. Rapidamente. L’acqua, di proprietà del demanio, viene raccolta da qualcuno che ha comprato i diritti tramite una concessione dello stato, per imbottigliarla e venderla. La mettono in bottiglie di PET. Un litro e mezzo di acqua e una bottiglia di PET hanno un costo industriale prossimo allo zero e impiegano pochissima gente (visto che gli impianti sono ovviamente automatizzati e non prevedono nessun processo di trattamento). A questo punto il carico d’acqua si sposta su gomma. Tenete presente che per quanto riguarda peso e volume, l’acqua è il peggio. I camion, a gasolio, scaricano l’acqua nei supermercati. Noi andiamo a comprarla, la strapaghiamo e con altre auto la portiamo a casa, facendo fatica, dove la beviamo. Le bottiglie di PET devono essere poi smaltite o riciclate, operazione per la quale ci vuole altra energia . Con la Brita, che si compra in alcune ferramenta e casalinghi oppure su ebay, tutto avviene in pochi istanti a partire dal rubinetto. Se uno svuota un posacenere per terra al semaforo, aprendo un po’ la portiera furtivamente, lo disprezziamo per la sua maleducazione e per il suo egoismo. Se vediamo gente stracarica di acqua in bottiglia invece ci sembra normale. Ecco. Non lo è.
In una situazione famigliare delicata, di quelle che capitano a tutti prima o dopo e sono dietro l’angolo, ho avuto la conferma di ciò che pensavo ormai da tempo. Qualche tempo fa ho visto una trasmissione sulla televisione della svizzera italiana, in cui si parlava della morfologia del cervello maschile e femminile. Pare che fantastiliardi di anni fa, quando eravamo Flintstones, siccome lo siamo stati per molto più tempo (ma molto, molto di più) di quanto non siamo stati società , si sia formato il nostro cervello. In quel contesto, i maschi andavano a caccia. E quando vai a caccia e devi trovare da mangiare se no non mangi, devi pensare solo a quello, solo al bue muschiato e a niente altro, puoi anche essere un idiota che all’evoluzione non interessa, ammazza il bue muschiato e saremo fieri di te. Nel frattempo al villaggio, nella grotta, stavano le donne coi bambini. E organizzavano lo svolgimento della vita. Il che prevede la conoscenza del prossimo e la gestione dei rapporti, prevede la complicazione, il pensiero laterale, l’impossibilità di fissarsi su un punto solo e la necessità di legare cose e persione assieme. Tra le altre cose, questo spiega anche perché le donne si orientino spesso con dei punti di riferimento, a occhio, mentre gli uomini si trovano a proprio agio con le cartine. Lineare contro diffuso, insomma. Ma non solo. In quelle situazioni in cui nessuno sa cosa dire o cosa fare, loro dicono e fanno le cose giuste. Gli uomini vagano in giro con le mani in tasca, inermi. Loro gestiscono tutto, abbracciano, si fanno abbracciare e poi mettono su il caffè.
La gente, la ggente, cazzarola la gggente si è messa a milioni a seguire il pattinaggio. Sono tutti rimasti male. Sono tutti stupiti, ma guarda, vuoi vedere che questi non vogliono solo la moviola su quel fallo al limite dell’area, non vogliono l’intervista polemica a fine partita, mi stai venendo a dire che adesso i signorini vogliono vedere lo sport?! Al telegiornale hanno mandato un servizio sul fatto che il pubblico delle olimpiadi, e in particolare della danza sui pattini (disciplina non proprio maschia e mediterranea), sia stato così numeroso. E ci si chiede se veramente la gente voglia qualcosa o piuttosto non sia genericamente curiosa e disponibile; e magari non si aspetti che quelli che fanno la televisione scelgano le cose migliori, abituino gli occhi del pubblico alla qualità , producano e selezionino dei contenuti. Quello che succede spesso, al contrario, è che si producano e si difendano delle forme, non come contenitori, ma in sé. La gente vuole il processo di Biscardi; la gente vuole le gnocche seminude nei quiz; la gente vuole il telegiornale istituzionale con un solo conduttore; la gente vuole canti e balli. Di postulati del genere ce ne sono a decine nella tv. Puntualmente, vengono smentiti. Mi ricordo di quella volta che mandarono in onda in prima serata lo spettacolo Totem di Baricco. A un certo punto Gabriele Vacis lesse delle poesie di Rilke. L’auditel il giorno dopo disse che c’erano tre milioni di persone davanti alle poesie di Rilke lette alle nove e venti della sera da uno (bravissimo) vestito scuro col libro in mano. Se la smettessero, per concludere, con tutta questa juventus, se non si facessero periodiche e abituali cammellate, se insomma ponessero un freno a tutte queste triccheballacche, magari ci accorgeremmo che il pubblico televisivo non vuole una mazza, se non qualità . Proprio come in libreria difficilmente si scelgono dei libri con trame simili a quelle che si conoscono già , anche alla tv c’è un gigantesco spazio a disposizione di elementi di novità , pronti a portarsi immediatamente dietro orde ciondolanti di stufi da competizione.
Non è che si siano tante cose da dire, se non che in primavera piove. È normale. È bene. È giusto. Piove a dirotto, piove finalmente, piove alla brutto cane. In inverno di solito nevica, oppure fa freddo. Quando piove in inverno, mette male la gente sensibile a queste cose. Perché è freddo gelido. Poi uno a caso magari proprio per fare un esempio deve traslocare, il primo finesettimana utile si ritrova con due gradi di temperatura e la pioggia battente: un po’ di paranoia gli viene, no? Nel frattempo la campagna elettorale si fa fastidiosa e sterile e nauseante. Poi c’è Luca Coscioni che muore e i radicali alla radio che alla maniera dagli ateniesi dicono qualcosa su di lui a turno, tra le lacrime. Insomma, piove forte. Smetterà .
Ieri sono stato a Torino. E a Torino c’erano i Giochi Olimpici. Il caro vecchio Arata, nel senso di Isozaki, ha fatto un palazzetto splendido. I cari veccchi torinesi, nel senso dei calvinisti che sono dentro, questa volta erano uno spasso. E poi gente di tutte le specie umane: atmosfera assurda, da carnevale caraibico sotto zero. C’era una signora su una sedia da arbitro, alta, e un megafono in mano: diceva alla gente di tenere d’occhio il biglietto per mettersi nella coda giusta, quella del proprio settore. E pochi resistevano alla tentazione di gridare “arbitro non è possibile, era fuori!”. Fare McEnroe insomma. Ecco, roba così, scemina ma significativa. Clima di cretinerie leggere. Clima di sport talmente sereno da somigliare alla melassa mai verificatasi di cui parlano nelle trasmissioni di calcio quando ci scappa il morto. Svezia-Russia di hockey è stata una partita serena, ma non priva di legnate. Ho scoperto che se scappano anche due centroni, ma senza togliere le protezioni, figura come gioco un po’ duro, roughing, due minuti fuori e poi tutto a posto. Se ti togli il guanto o il casco allora no, lì la polizia si incazza e ti danno cinque minuti. Gli svezi comunque erano già classificati e hanno giocato un po’ molli. Non si sa quanto ci fossero e quanto ci facessero. I russsi in compenso hanno in porta il colosso di Rodi, una specie di muro residuato sovietico, tale Nabokov. Non si passa. È finita che dopo il primo periodo abbiamo cominciato a tifare tutti per la grande madre Russia. Alla fine loro ci hanno liberato dai nazi, loro hanno avuto più morti di tutti, loro l’assedio di Stalingrado. E soprattutto loro ieri hanno giocato coi cuori sul ghiaccio. Poi la partita è finita e gli svezi ridevano sbronzi, anche se avevano perso. Nel buio, il bracere riluceva nel suo splendore wagneriano, abbondante, meraviglioso perché smisurato. Tornato a casa nella nebbia panna, mi sono accorto che feddynietzsche, il blog che abbraccia i cavalli, è arrivato al centesimo post. Giorno di olimpiadi, bukkake, tripla cifra. Mica male.
La prima volta che ho sentito brani della produzione di Immanuel (per intercessione di Enrico degli Spermaphrodites), sono rimasto sconvolto. Perché non ci sono storie: la musica del Casto Divo funziona, e ti accorgi se ti piace o ti ributta al primo ascolto. Prima, una roba così non esisteva. C’erano, sì, milioni di goliardate (aiuto!), di roba fatta per gioco sul culo, sulle tette e sulla vergogna. E c’erano un sacco di spottini, giochini, robetta. Ma turpiloquio e maschilismo sono come latte (appunto) e olio: non si mischiano e puoi ravanare quanto vuoi che restano turpiloquio e maschilismo, distinti e sempre identici. Immanuel invece canta per davvero la gioia sincera e straordinaria di fare le schifezze, l’impeto dell’abbandono ricchione, il trasporto irresistibile di chi dà e prende parti del corpo con una generosità che non è di questo mondo. Celebrare il bukkake è giusto. Celebrare il bukkake è bello. Perché il bukkake è il gattobonsai del porno e noi vogliamo vedere i benpensanti svettare con i loro ditini puntati contro l’umiliazione delle ragazze asperse o lo schifo intrinseco del gesto. Li vogliamo vedere mostrarsi pubblicamente come ridicoli, pesanti, e letargici. Non è un caso che il bukkake sia stato un pallino del genio radiofonico Howard Stern, che punta da sempre allo stesso tipo di outing collettivo. Insomma. Dopo Zelig e il suo sdoganamento nazionale della parola “sborone”, dopo che per anni solo a Venezia si è ostentata nel più assurdo intercalare al mondo la profusione di seme a scopo sociale, ora abbiamo l’inno. E oggi celebriamo sia il cantore, che l’immaginario, che la canzone. A partire dalle 21 di stasera, su Macchiaradio, il mondo potrà conoscere Immanuel. Quello di cui lui canta è un latte squisito, ideale, metafisico, verissimo, vitale, abbondante e copioso, che piove proprio su di noi (anche se, incredibilmente, guardi in alto e…su di noi nemmeno una nuvola).
Uno apre il Corriere della Sera, il primo quotidiano d’Italia, e cerca alacremente. Sfoglia, sfoglia… Niente da fare: non c’è. Per quanto si cerchi un articolo che recensisca l’evento sportivo statunitense dell’anno, niente da fare. C’è, sì, nella sezione sportiva del quotidiano di via Solferino, un bell’articolo sui veleni tra Inter e Juve, ché pare ci siano dei trascorsi. Non hanno dato dei gol che c’erano, gli arbitri. Ne hanno convalidati altri che non esistevano. E allora, paginoni. Tanto lo sport era sguarnito, come settore: è solo il giorno dopo il Superbowl e quindi non c’è niente di sportivo da scrivere. Lo sport, si sa, è il calcio. Ma un articolo sull’argomento a cercare bene c’è. Sì sì, eccome. Non è nelle pagine sportive, ma c’è. Parla dello scandalo della censura che si è abbattuta come una mannaia su quegli alfieri del liberalismo che sono i Rolling Stones. I Rolling Stones hanno suonato nello spettacolino che c’è a metà Superbowl. Siccome in due dei pezzi che hanno suonato c’erano dei versi che contenevano riferimenti sessuali, la ABC ha deciso di abbassare l’audio per qualche secondo. Questo intervento è permesso dalla differita di cinque secondi che serve per interventi del genere, inserita dopo che Janet Jackson due anni fa ha mostrato una tetta. Il Superbowl è lo spettacolo più popolare e seguito d’America, lo guardano tutti (alcuni di pomeriggio, altri di sera) e si è preferito evitare. Ecco, questo (ricicciato in chiave di censura liberticida) merita un pezzo. La partita no. Peccato. Perché è un tale colosso organizzativo che anche solo a copiare le cartelle stampa, la paginata ti viene in automatico. Se poi vuoi addirittura scrivere del match, ce ne sono di argomenti. E se come al solito pensi che i tuoi lettori non siano degli italiani, ma degli etruschi avvezzi al vasellame in terracotta e alle tombe sottoterra, e quindi pensi preferiscano un pezzo di costume, be’ ce n’è quanto ne vuoi. C’è il difensore samoano di Pittsburgh che non si taglia i capelli da anni e li tiene, con tanto di effetto frisé, liberi fuori dal casco come un trofeo di guerra; c’è l’allenatore che dieci anni fa è arrivato al Superbowl e l’ha preso nei denti e adesso si rifà ; c’è “the bus”, il pullman di carne che ha giocato l’ultima partita prima di ritirarsi e in quella partita è diventato campione; c’è il quarterback più giovane di tutti i tempi (insieme a Dan Marino) a condurre una squadra al Superbowl, con la differenza che Roethlisberger a 23 anni i suoi li ha portati fino al trionfo; c’è Pittsburgh, la città delle acciaierie (spaccato sociale, America operaia, paragrafo anti-Bush sui tagli allo stato sociale), la città di Andy Warhol, la città di George Romero e dei suoi morti viventi; ci sono i perdenti Seattle Sea Hawks, la squadra senza storia comprata da Paul Allen, ex socio di Bil Gates e uomo dalla ricchezza vergognosa. Tutto questo ben di dio, e nessuno ha scritto il pezzo. Proprio un peccato. Ci poteva anche stare una chiusa anti-Bush energetica, perché al giocatore migliore della serata, tal Ward, hanno regalato un SUV di lusso della Cadillac, una specie di trattore nero che fa uno con un litro e può servire alla moglie di Ward per andare a prendere il figlio all’asilo sfondando il muro e prelevandolo direttamente in classe.