Lunedì 6 Febbraio 2006
Ubi maior, sputa s’il vous plait
La statura si vede nei momenti incasinati. Quando l’intellettuale salta fuori e ha in testa le cose più chiare degli altri. Ha i mezzi per distinguere. In quaranta secondi sbroglia la questione e si rende comprensibile a tutti. Umberto Eco ieri sera ospite di Fazio ha affrontato la questione delle vignette e degli assalti alle ambasciate. E l’ha fatto cominciando più o meno così: ci troviamo davanti a due avvenimenti diversi. Ha spiegato, Eco, che da una parte c’è la buona educazione, la regola secondo cui gli atei non dovrebbero bestemmiare per non offendere chi crede. Tutt’altra cosa sono le campagne d’odio orchestrate e cavalcate oltre ogni misura, da gente che in buona parte non sa dove sia la Danimarca e soprattutto non ha visto le vignette (questa sul non sapere dove sia la Danimarca è mia, lo ammetto). Mi è tornata in mente Genova. Prima, quando si preparava una manifestazione come incrocio tra una festa di piazza e una battaglia campale, con dentro tutto (dai preti ai casseur), ero molto critico. Poi c’è stato Giuliani e sono rimasto sconvolto, ma era la stessa cosa andata malissimo. Poi ci sono stati la Diaz e Bolzaneto. E quella è stata ed è un’altra cosa. Quella è l’Argentina del regime militare di Videla. A allora si può essere critici verso la manifestazione e trovare gravissimo quello che succede quando saltano determinate garanzie democratiche. Pur essendo legati, i due eventi non comunicano. La gravità di uno non intacca la discutibilità dell’altro. E, soprattutto, viceversa.
Se si difende un principio, stiamo parlando di un principio, giusto? Quindi non dipende da molti fattori esterni, ambientali, contingenti: i principi in genere sono gli ultimi a cadere. Quando lo fanno, è per motivi gravissimi e con grande coscienza del fatto da parte del soggetto o della comunità che è costretta a farne a meno. Quando invece i principi vengono trattati come una qualsiasi opinione personale, allora vuole dire che non si ha una morale (una posizione sugli usi e i costumi delle genti rispondente ai propri valori). Si cazzeggia, in poche parole. Scusate se torno sull’argomento, ma in questi giorni sento solo posizioni morbide, pelose, comprensive, che producono un collasso nell’articolazione della spalla, con conseguente inevitabile distacco dell’arto superiore. Cadutemi le braccia, mi tocca rifletterci. E mi vengono in mente gli hare krishna che scappano dalla famiglia benestante e dall’oppressione dei mantra cattolici (ave-pater-gloria), per poi tuffarsi ridenti nelle braccia di hare krishna hare krishna krishna krishna hare hare. Nella fattispecie perché siamo imbestialiti con chi vuole toccare la 194 e poi siamo comprensivi, pieni di sì però, di disquisizioni sull’opportunità , se si calpesta la libertà di parola? Perché con l’alibi delle buone maniere, del rispetto, dell’offesa grave, della sacralità , si evita di avere una posizione coerente o anche incoerente ma che non sia pastetta? Perché non si può affermare senza strilli che, indipendentemente dalla pochezza di molte delle vignette pubblicate, le reazioni nel mondo libero alle offese sono comunicati stampa, picchetti, dichiarazioni ufficiali, quallo che volete, e non tutto ciò che sta succedendo? Furio Colombo ha scritto che per lui bisognerebbe adottare il politically correct, così non si sbaglia mai. Quindi la soluzione alle rivolte furiose delle masse strumentalizzate di Giakarta e Damasco è un codice linguistico e comportamentale adottato dalle università più ricche del mondo. Figo. Princeton chiama Aleppo! Harvard chiama Teheran! Meraviglioso. A chi brucia la bandiera per strada opponiamo gender studies o il pronome she riferito a dio. Questo si chiama parlare, Furio. E per l’ennesima volta, la posizione degli altri religiosi, improvvisamente diventa il riferimento del buon senso. Vescovi, rabbini, imam. A loro bisogna chiedere cosa devono fare i giornali in questi casi, pare. A ’sto punto per riformare l’antitrust vogliamo far seguire tutto all’ufficio legale della Nike? Io dico che avere posizioni nette prevede del coraggio. Verso i lettori, che possono non capire e non comprare più il giornale scambiandolo per un giornale di destra; e verso l’editore, l’opinione pubblica, gli altri giornali, le autorità ecclesiastiche. Insomma invece di concepire una posizione veramente liberale, seminiamo dei però nei commenti e alla fine tutto si riduce in un profondissimo e sempre elegante: “La persona civile non bestemmia”. Quando si dice scrivere pagine di storia come niente fosse, eh?
L’altra sera sono andato a vedere “A history of violence”, che davano in lingua originale. A parte che c’era una che parlava di fianco a me e io, che non sono anglosassone, dopo cinque sssshhh non sono passato alla lite e mi sono spostato indietro (gesto che non ha impedito alla stronza di continuare). Ma il film, per via dell’ossessione del caro vecchio David per la carne, ha una caratteristcia quasi unica. Quando ci danno dentro, è per davvero. Sesso e sua rappresentazione: ambiti nei quali ci stanno infiniti piani. C’è il sesso fatto. C’è il sesso fatto per essere ripreso. E c’è il sesso fatto per essere ripreso ed eccitare chi guarda (che poi si mette eventualmente a farne da solo, in due, magari con l’ausilio di motori elettrici). Infilarsi (!) in questo orizzonte nel modo giusto è difficile. È difficile mostrare in un film non porno della gente che si schiaccia sul serio. In “A history of violence” ce ne sono due, di scene. In una, Maria Bello si veste da cheerleader per attizzare Viggo. E cominciano a fare, normalmente e con impegno. Poi sulle scale, con una certa dose di aggressività , che perà resta nei limiti del realismo (altri registi avrebbero calcato troppo la mano, sfondando la barriera del codice penale o del risvolto sociale). Invece quello che dovrebbero imparare a girare gli altri è semplicemente il sesso. Normale. Cioè non da film porno (ginnico insensato se non ci sono le macchine da presa perché mi devo slogare?) e nemmeno à la Stefano Accorsi (troppo pesante, troppo sovraccarico e mai veramente porco nel senso vero). Ecco, il porco leggero: questo manca quasi sempre al cinema. E manca sempre nel cinema erotico, dove il porco è sempre troppo peso. C’è in Titanic, per esempio: loro sudati fradici nella macchina coi finestrini che gocciolano. Grande scena. E c’è in “A history of violence”. Non c’è per niente invece, il porco, nelle kebabberie. Lì non si può perché pare che sia impuro. Quindi dopo il film mi sono dedicato alla carne di agnello e tacchino, quella che il mio amico Mehmet confeziona in forma di kebab con grande maestria. Se ne mangi meno, la apprezzi di più, la carne. Ma stufare, non stufa mai.