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Giovedì 30 Marzo 2006

Royale Politique - Vieni anche tu nei Ringo Boys


akita.jpgErano giusto quattro anni fa. C’erano i mondiali di calcio. I mondiali di calcio erano quei mondiali in cui siamo stati cacciati fuori dalla Corea del Sud. E c’era una trasmissione alla tele in cui si seguivano le partite nel pre e post partita. C’erano diversi ospitelli. Dopo la sconfitta, ognuno diceva la sua. I più scuotevano la testa e parlavano dell’arbitro; altri sostenevano che contro la Corea si dovesse vincere con abbastanza scarto perché non fosse influente l’incapacità con o senza dolo dell’arbitro. Poi prese la parola Ringo. Ringo, il dj, l’ex di Elenoire Casalegno. E disse, genio tra i geni: “Ma come si fa a perdere contro un paese dove mangiano i cani?!”.
Non so perché, ma in questi giorni questo tipo di riassunto carpiato mi è tornato in mente. Me ne sono venuti in mente altri simili. Tipo: gli americani tirano le bombe atomiche sui neonati. Oppure: i francesi hanno tirato gli algerini giù dei ponti della Senna e quelli, negri, non sapevano nuotare e sono morti. Ancora: gli inglesi hanno tagliato le dita ai tessitori indiani per costringere il paese a comprare la loro stoffa. E via: italiani? quali, quelli che friggono gli africani col gas nervino?
Vi invito a dare spazio alla fantasia.
PS - Christian Rocca e altri commentatori (meno bravi di lui) che quando sono all’angolo si limitano al fact check, potranno confermare che è tutto sacrosanto. Forse inopportuno, parziale, banale, retorico e ridicolo, ma non staremo mica a guardare il capello!


Martedì 28 Marzo 2006

The revolution will be televised


churchill.gifSembra che la pellicola la impressionino a mano. Sembra che usino dei pennarelli direttamente nella camera oscura. Sembra che abbiano tutto in testa come Hitchcock. Sembra che non ci sia nessuna distanza tra quello che pensano, come se lo disegnano a fumetti nella testa e il modo in cui gli attori, le maestranze, i musicisti, tutto quel sentimento popolare incasinato di gente è il cinema, lo mette in scena. Anche quando i registi non sono loro. E questa cosa c’era in Bound, lesbiche gnocche(intitolato Bound, torbido inganno solo per ipocrisia), c’era in Matrix e c’è in V for vendetta. I fratelli ne sanno a pacchi e il film funziona divinamente. A chi, uscendo, viene da dire che è troppo estremo, dico bravo, bel commento (qui sarei stato più duro, ma siccome è quello che ha detto la mia amica pour la peau Spaghy, non posso andare oltre). Un film fantastico, spettacolare, senza roba digitale visibile, con vari momenti groppone. Tipo quando parte la musica di Antony and the Johnsons, quel pezzo in quel momento, va be’, uno se na va alle cozze ed è felice anche solo per quello. Un film che funziona talmente tanto che Natalie Portman è perfetta. Dico Natalie Portman, mica un’attrice.
Un appunto all’edizione italiana. Un messaggio a quelli che si sono occupati della traduzione della sceneggiatura da affidare nelle mani dei nostri valenti doppiatori (i più bravi del mondo, si intende). Fatemi un favore. Prendete un Dizionario della Lingua Italiana. Io uso il Sabatini Coletti ma voi scegliete liberamente. Fatto? Bene. Ora andate verso il fondo, alla lettera P. Arrivati qui (metteteci il tempo che vi ci vuole, non lo fate spesso voi, è chiaro, non c’è la consuetudine, senza fretta, non ci corre dietro nessuno) cercate la preposizione per. Cercate a questo punto molto attentamente la parte in cui se ne descrive l’uso che ne avete fatto voi, cioè l’esplicitazione di una iniziale. Esempio: M per Mario. Cercate finché non lo trovate. Prendetevi dei giorni di ferie se vi va. Anzi, fatevi tutta la settimana a casa. Un mesetto, toh. Così magari chi vi sostituisce sa l’inglese abbastanza per tradurre V for vendetta con uno stupefacente V come vendetta.
Perché V per vendetta in italiano è una moltiplicazione. Anzi, scriviamola tutta da bravi, andiamo a capo.
V x Vendetta = un giorno lo scopriranno che siete degli impostori e troveranno i cadaveri di quelli che sapevano l’inglese e che avete ucciso con le vostre mani, maledetti!


Martedì 28 Marzo 2006

Gli ampissimi neggri


waters.jpgQui Luca S. racconta di come esista un termine che in inglese, anzi meglio in americano, definisce le parole prese per altre parole nelle canzoni. Si dice mondegreen. È quel fenomeno per cui ti affezioni a un pezzo e lo canti per anni e poi scopri che il testo dice “soy un perdidor, I’m a loser baby” e non “oooh where you go, I’m a loser baby”. Anche in italiano la parola che definisce questo tipo di errore di sbaglio esiste. Me l’ha insegnata il mio amico Simone e credo sia semplicemente perfetta. Si chiama batusso. Deriva dall’errore infantile di chi credeva che così si chiamassero i protagonisti selvaggi della celebre canzone pop-colonialista di Edoardo Vianello (che ancora oggi nel 2006 canta quella roba lì quando lo chiamano per delle rimpatriate, va bene allora che eravamo innocenti, ma non sarà il caso di basta?).
Uno dei più assurdi batussi di tutti i tempi è quello secondo cui San Tropez, una canzone di Meddle dei Pink Floyd, citasse Rita Pavone nel testo. A quei tempi (era il 1971) si compravano molti dischi (we buy very records!), ma non si sapeva l’inglese. Il vecchio libro con le traduzioni dei testi della Arcana riportava il batusso “making a day for Rita Pavone” e diffuse la leggenda. Lei se ne vantò per anni (cacchio, citata dai Pink Floyd!), ogni volta che ripercorreva le tappe della sua carriera. San Tropez ha sempre detto “making a date for later by phone”.


Sabato 25 Marzo 2006

Sabatonotte e l’incubo di Carletto


persiconilo
Stanotte sul tardi a Macchiaradio c’è la prima puntata di Sabatonotte, in cui Gianluca Neri, Simone Tolomelli ed io parleremo di varie cose, ma non di gossip, di reality, insomma parleremo del resto, mentre intorno impazza la Notte Bianca. E tra le altre cose si parlerà anche di quello che succede quando uno prende dei pesci dal Nilo e li porta nel lago Vittoria, degli scoiattoli dall’Arizona e li porta nella Vecchia Europa, dei conigli dalla Britannia e li porta in Australia. Si parlerà insomma di animali stranieri e alloctonia. Per dettagli più precisi su orari, temi, specifiche tecniche e in ultima analisi anche banalmente per ascoltare il programma, andate semplicemente qui che sarà tutto spiegato bene .


Sabato 25 Marzo 2006

Io non sono così, io non parlo così


caimaninoLasciate stare questi primi giorni. Il polverone presto si poserà. I deputati padovani lasceranno che la gente veda i film che vuole senza più affittare le sale intere. I politici torneranno a parlare di politica e faranno la campagna elettorale urlata. Allora cominceranno i commenti tra amici, si spargerà la voce, nonostante i giornali e gli strascichi (che possiamo prevedere dopo l’intervista televisiva durino fino a giovedì al massimo), che si tratti di un film amaro, che non si esca esaltati ma un po’ tristi. Ci si dirà quanto siano bravi tutti gli attori, stranamente, anche la Buy fuori dagli stereotipi della nevrotica, Silvio Orlando stellare, Jasmine Trinca che è sempre più bella, Michele Palcido nel ruolo di un terribile sé stesso. Insomma poi, state tranquilli, sulla fuffa vincerà il film. E il film è bello. Bisogna solo avere pazienza.


Mercoledì 22 Marzo 2006

E Carletto chi è?


carlettodarwinNon si capisce come mai, ma pare che il DNA, l’evoluzione, l’antropologia, perfino il buon senso, tutto sia stato sostituito da un più rocambolesco” Toh! Ma dai, davvero? Chi l’avrebbe mai detto!”. Quel signore che studiò la meravigliosa meccanicità inafferrabile dell’evoluzioone umana è ormai poco più che l’ufficio stampa degli scienziati più sterili. Gente da poco, senza fantasia: noisi come Watson e Crick. Gli altri, gli uomini aperti al mondo, hanno ancora la capacità di stupirsi per cose inaspettate. Tipo pubblicare le foto dei turchi che camminano sulle mani. Perché no? Dei signori nelle città della Turchia che camminano sulle mani. E mettono in crisi decenni di evoluzionismo. Anzi, poterbbero essere l’anello mancante. Sì. Perché la stazione eretta è una decisione (anche un po’ superba) presa di comune accordo dal mondo civilizzato, insomma una cosa per molti ma non per tutti. Chi siamo noi per imporla alle altre civiltà?
Anche solo l’idea che si possa pensare che non sia una bufala, pure grossolana, dimostra che il nostro è un paese dalla cultura scientifica talmente ridotta allo zero, che anche la gravità alla fine, basta deciderlo, essere pronti allo sconvolgimento delle convinzioni collettive e abbi fiducia che da qualche parte in Mesopotamia c’è qualcuno che vola, una piccola comunità di pastori volanti che governano il gregge sorvolandolo, e mettendo in crisi anni di volatilità. E allora addio status quo. Addio status qui. Addio status qua.


Mercoledì 22 Marzo 2006

Ci avete fatto caso?


foto009big.jpgIl problema non è che parlino bene. Il problema è che siano credibili. Gli strumenti fondamentali dell’attore sono A-il corpo e B-la voce (che del corpo alla fine fa parte). Nel corpo c’è anche la storia dell’attore, comprese le cicatrici, le zoppie, le occhiaie e le inflessioni. La cancellazione assoluta delle inflessioni, sostituite con un italiano artificiale, inesistente, ottimo per le annunciatrici ma poco credibile in una storia, è uno dei problemi del nostro cinema. Il nostro cinema spesso fa schifo perché non è vero. E non è vero perché gli attori non sono veri. Gli attori, gli Attori, quelli che parlano sempre col trasporto di chi non fa una mazza dalla mattina alla sera e quando gli mettono davanti un microfono deve mostrare che razza di diaframma si ritrova, quegli attori lì non sono credibili. Da dove vengono? Dove hanno imparato a parlare così? Perché non riescono mai a sembrare normali? La gente non si fida di quegli attori lì. La gente vuole capire da dove viene Alessio Boni e soprattutto se è uno di carne e ossa o è un intreccio di cavi elettrici e microprocessori all’avanguardia. Silvio Muccino è un ragazzo di Roma che fa l’attore. Va bene che si sente talmente tanto romano strascicato alla televisione che uno non ne può più (ma perché è strascicato, mica perchè è romano), ma in ogni caso lui, come Mastandrea, è di Roma e da romano parla. Aveva anche la zeppola. E la zeppola funziona quando reciti la parte dell’adolescente innamorato che guarda la sua tipa e le dice “Sì, sono sicuro” col fuoco negli occhi; ma se devi dire “Sono stato io. L’ho ucciso con questa. E ho usato il silenziatore” la cosa funziona meno. Quindi ha fatto bene a togliersi la zeppola. Negli anni, all’occorrenza, diventerà meno romano o più romano (non sto auspicando un esercito di Ricky Memphis, sia chiaro). Ma se parlasse neutro, senza accento, come un Attore, diventerebbe un alto nessuno che se la tira. È assurdo e non ha senso, far parlare gli attori come Nicoletta Orsomando. D’altra parte qualcuno ha mai pensato per un momento che Aldo Fabrizi fosse poco credibile?


Domenica 19 Marzo 2006

With two cats in the yard


Graham.jpgSolo per tranquillizzare le folle. Ci tengo a far notare che nella grande metropoli spaccavetri sono arrivati anche Fiona e Takeshi. Ora, passato il Vietnam del trasferimento, se la dormono della grossa sul loro trespolo. Meritato riposo peloso.


Venerdì 17 Marzo 2006

Lettera a un principiante


toshiro.jpegCaro giovane, caro milanese, caro uomo che ruba per noia, di notte, alla brutto cane, tanto perché ha trovato il provinciale che ancora non si è abituato alla legge del più stronzo e lascia la borsa del kendo in macchina. Volevo dirti due parole su quello che hai rubato. Hai rubato una borsa che contiene qualche asciugamano, un bogu, un’hakama e dei keikogi. Andiamo in ordine di vestizione. Da nudi (sì, via anche le mutande) si indossa il keikogi, che è una veste dal taglio giapponese, in cotone, di colore blu. Si allaccia come un doppiopetto, con un laccetto interno basso e uno esterno alto. Mi raccomando, fai dei bei fiocchetti, non un nodo qualsiasi, che è importante la forma. Ne hai due, di keikogi. Così quando ne metti da lavare uno, c’è sempre l’altro pulito. A questo punto devi mettere l’hakama, che è una cosiddetta gonna-pantalone, nera nel tuo caso. Qui è molto difficile spiegare come si fa. Ci vuole pratica. Qualcuno ti insegnerà e imparerai, anche se all’inzio ti sembrerà macchinoso. Il resto, il bogu, è l’armatura da kendo. Si compone di quattro parti: il men che è la maschera che protegge testa e volto, i kote che proteggono le mani e i polsi, i tare che proteggono gambe e pube, il do che protegge l’addome. L’ordine per indossarli è tare, do e solo successivamente men e infine kote. Ricordati che kendo significa “la via della spada”. È un percorso. Non è uno sport. Prevede che si migliori nel proprio rapporto con se stesso, con la spada e con il prossimo. E prevede che si faccia tutto all’insegna del rispetto assoluto. Quel rispetto che tu non hai dimostrato nel rompere il vetro della mia macchina per prenderti la borsa. Ti faccio notare anche che è attrezzatura usata, quindi un po’ puzzolente (è normale per il kendo) e soprattutto su misura. Mancano una shinai, il bastone in bambù, e un bokken, il bastone in legno che serve per i kata. C’erano, in macchina, ma nella fretta, forse nell’entusiasmo, ti sei dimenticato di prenderli. Spero comunque che il kendo ti aiuti, nel tempo, a diventare una persona migliore. Nell’ambiente troverai molti fanatici che credono di essere dei samurai. È normale anche questo, soprattutto nelle arti marziali. Troverai anche molti che pensano solo alle gare e a sentirsi più forti degli altri. Tu non fare la faccia più cattiva di loro. Sorridi e li vedrai brancolare nel buio. Troverai forse anche maestri autoritari incapaci di comunicare. Quando li riconoscerai, cambia dojo (palestra). Ma se sarai fortunato e saprai scegliere con cura, troverai belle persone, veri appassionati, pronti a percorrere la via della spada insieme a te e ad aiutarti in ogni difficoltà. Ecco. Ho finito. Benvenuto, buon divertimento e buon viaggio, pezzo di merda.


Mercoledì 15 Marzo 2006

Lost in transmario


marionintendoPuò capitare di trovarsi nel paese faro della civiltà europea. Anzi, no. Così è come lo direbbe il Foglio. Può capitare di trovarsi nel paese in cui la modernità, le libertà individuali e la forza istituzionale sono abbracciate in un amplesso che somiglia tanto alla forma migliore della civiltà. No, nemmeno così va bene. Così è Zucconi su Repubblica. Può capitare di essere nel paese in cui ai grandi magazzini in Oxford Street si sente in diffusione Hurricane di Dylan. Ecco. Ed è sempre una gradita conferma, dico il Regno Unito (Zimmerman non è nemmeno in discussione). In questo posto ci si può essere venuti per una intervista con Shigeru Miyamoto, quello che più di venti anni fa inventò Mario. E Shigeru Miyamoto è una delle massime personalità della storia dell’intrattenimento elettronico. Nello specifico, quello che progettò anche il primo videogioco della mia vita, un Game & Watch che mi regalarono i miei una sera tanti anni fa che eravamo a mangiare al Ciao su mia richiesta specifica (e per l’emozione sono andato in bagno a vomitare). Uno si prepara per l’incontro e chiede all’amico Flavio, che vive a Tôkiô, cosa deve dire a quello che deve fare. Le questioni formali sono importanti coi giapponesi. Così, ripassa ripassa, arriva carico al momento dell’incontro. E riesce anche a trovarsi davanti Miyamotosan e dire ohaiousgozaimasu douzoyoroshiku onegaishimasu borudone desu, che è la presentazione formale gentilissima. Poi, con un biglietto da visita preventivamente messo in tasca, si sente a cavallo. Lo estrae. Lo scambia, sicuro di aver fatto il figurone, quello del cittadino del mondo che si dimostra per prima cosa gentile e navigato. Se non fosse che, inatteso, arriva nella mano il biglietto da visita del tradutttore, il signor Yasuhiro Minagawa (una specie di Jerry Lewis con la faccia come un foglio A4) e non ha niente da dare in cambio. Momento di lieve imbarazzo bilaterale. Insomma ti eri preparato così bene e ti ritrovi a fare la faccia di cartone, a fare la gaffe formale coi giapponesi (che è come andare a Brooklyn e credere di parlare italiano coi pizzaioli la cui nonna parlava il dialetto stretto di Caserta e solo quello). Alla fine dell’intervista poi Miyamotosan ti mostra con le sue mani il nuovo Super Mario Bros con Nintendo DS, e ride come un bambino quando Mario diventa enorme e sfascia tutto correndo. Allora ti passa, pensi che non è così grave e sono stati bei momenti (ma comunque la prossima volta di biglietti da visita te ne porti dietro un mazzo da 52, che con questi qui del pesce crudo come ti muovi sbagli).