lunedì 13 marzo 2006
La donna dell’iguana
Ci sono quelli che sono sempre simpatici. Un sorriso per tutti, the life of the party, invitiamo anche lui che è uno spasso. Poi ci sono quelli che sono sempre antipatici, che si mettono di traverso, che ti costringono a non girare la testa dall’altra parte per capire qual è la loro posizione effettiva e stabilire se la condividi o meno. Spesso il modo è il meno conciliante, ma si riconoscono un vigore polemico, una passione per la dialettica, una sincerità di fondo che finiscono per conquistare. A volte però negli antipatici scatta un pericoloso meccanismo per cui indipendentemente da quello che pensano, anche nel difendere punti di vista deboli, scontati, sbagliati, lo fanno col fuoco negli occhi, urlando, percorsi dallo spirito di Kruscev con la scarpa in mano. È il caso di Selma, che fa parte della commissione che stabilisce se e quando dare dei soldi pubblici ai film. Ne fa parte da poco, dopo essere diventata critico cinematografico per Marzullo. Stabilire a chi si debbano dare i soldi per il cinema è complicato. Perché prima di una nuova legge sul cinema più simile a quella francese, noi rischiamo di scomparire. Il cinema non è la letteratura. È un’industria e ha bisogno di certi volumi per funzionare, un po’ come un altoforno che non si può spegnere. Sotto una dimensione di sopravvivenza, collassa. E come va adesso, in tutta Europa, ha bisogno dei finanziamenti pubblici. Anche in questa situazione il cinema italiano vivacchia, senza grandi picchi qualitativi, senza autori, senza emergenti, talmente affamato di titoli che guadagnino da bruciare qualsiasi peculiarità alla ricerca del mercato nazionalpopolare. Pensate a Muccino, che si è ritrovato a difendere gli incassi di un anno di cinema italiano dopo tre film. Comunque. I volumi del mercato cinematografico sono assicurati dalle politiche distributive. Quando il canale distributivo è aperto, la produzione va serena. L’idea del cinema che compete liberamente e vince con la qualità è romantica ma svincolata dalla realtà. Non c’è nessun dibattito su questi temi: basta studiare, leggere un libro di qualunque professore americano che racconti po’ di storia del cinema, per rendersene conto. L’industria cinematografica più protezionista nel mondo democratico, quella statunitense, può stimare un numero di spettatori e produrre di conseguenza. Il margine di rischio, quando ci sono mercato domestico, mercato internazionale, home video e diritti televisivi, tutti belli spalancati, risulta prossimo al nulla. Infatti i bagni di sangue nel cinema americano sono molto rari e sostanzialmente nessuno ha esiti irreparabili. In questo contesto l’Europa deve decidere se e come opporsi alla politica delle major americane, trovando un equilibrio tra la necessità di mantenere vivo lo spazio per il cinema europeo e la sacrosanta voglia mia e di molti altri di vedere tanto cinema americano. Ora, allo stato attuale delle cose, mettersi ad urlare che Mario Monicelli è vecchio e non merita niente a cosa serve? Forse serve a Selma e all’immagine che ha e vuole dare di sé. Ma al cinema italiano non serve. Nella maniera più assoluta.
Postilla: il titolo si riferisce ovviamente a Selma Bouvier, che lavora alla motorizzazione di Springfield e vive con la sua adorata iguana Jub Jub. E voi siete solo dei maliziosi.
11 commenti finora
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“antiamericano!”
scritto da diderot lunedì.13.03.06 13:58
ma l’hai letto da qualche parte, o sei in commissione?
scritto da mal lunedì.13.03.06 14:49
Credo di averlo già scritto da qualche parte, ma non ricordo dove: il problema dell’industria cinematografica italiana è che ha smesso di essere un’industria da un pezzo. Ci vorrebbe più coraggio da parte dei produttori e meno mafia da parte dei distributori.
scritto da velenero lunedì.13.03.06 16:17
Con tutto il rispetto di uno che non ne sa niente di cineconomics, mi convince poco il tuo ragionamento, caro Bordone. Non rischieremmo di 1)uniformare il cinema secondo i gusti dell’organo che assegna i fondi, 2)buttare via un sacco di soldi in film mediocri e 3)innescare meccanismi per cui poi esigeremo “70% di film italiani nelle sale” a la francais? Se inizi con il protezionismo, dove ti fermi?
Non sarebbe meglio un programma a durata media (toh, 10 anni) per cui proteggiamo un po’ la nostra infant industry e poi la lasciamo brillare o perire per meriti propri?
Regards
scritto da berretta martedì.14.03.06 04:44
non è che il bordone ha ragione. ha molto ma molto ma molto più che ragione. è drammatica la composizione della commissione, questa ma anche la precedente. e se ti rileggi i nomi dei finanziati delle ultime sessioni c’è poco da stare allegri. si parla di industria e di mercato ma l’incompetenza e la piaggeria verso determinate combriccole (politicamente assai bipartisan) han generato mostri. e basta vedere l’attenzione con cui i finanziamenti guardano alle potenzialità artistiche (dubbie nella maggior parte dei casi) o commerciali (vedere gli incassi da “capogiro” dei film finanziati) da farsi venire una bella ulcera. bordone in commissione!
scritto da fede martedì.14.03.06 13:07
Ma non sarebbe meglio parlare di cinema in Europa e non di industria cinematografica?! Dai che il problema è lì!
scritto da piero martedì.14.03.06 14:30
no piero, non si può. perchè cinema e industria cinematografica non sono divisibili. il cinema è arte nell’industria e non può essere diversamente. produzione, distribuzione, forza lavoro e simili sono realtà integranti del “cinema” come lo chiami tu. anche per fare un piccolo film servon soldi, macchinisti, elettricisti, scenografi e via dicendo. e quindi non è sana una macchina che costa XXX per fare un film (ed è un XXX alto, te lo assicuro) e incassa un cinquantesimo di XXX. proprio un’industria funzionante potrà eventualmente permettersi di proteggere i (pochi) autori di valore che eventualmente non rispettano le aspettative del mercato. e guarda che in europa si parla di industria cinematografica anche nei paesi considerati protettivi nei confronti degli autori (inghilterra, paesi scandinavi, spagna e - ovviamente - francia). bisogna stare attenti a non subire il ricatto totalizzante del mercato senza rifugiarsi in un atteggiamento di retroguardia dell’autorialità assoluta - sempre e comunque - che, ti assicuro, troppi danni ha fatto. nel momento d’oro del cinema italiano (quando andare al cinema costituiva la maggiore spesa di evasione delle famiglie italiane, ti rendi conto) i film belli erano tantissimi e la gente, spesso, li andava a vedere in massa. i pochi insuccessi erano supportati da un apparato produttivo funzionante e sano. per dire, “la dolce vita” di fellini - “cinema” e non “industria”, ne converrai… - è stato visto nel 1960 da 12 milioni di spettatori, un italiano su quattro compresi vecchi, bambini e democristiani che quel cinema tendevano a disertarlo perchè diseducativo. ecco, il problema è più lì - nell’incapacità di essere arte e intrattenimento davvero di massa - che nel rabbrividire ogni volta che si parla di “industria”, di “mercato” come fossero anatemi da esorcizzare. il cinema è industria, è mercato e in quei meccanismi deve tornare, si spera, ad essere bello. una sala vuota con un film bello è un ossimoro, un controsenso, una masturbazione. cordialmente
scritto da fede martedì.14.03.06 15:39
Bello quando uno apre un blog e dopo neanche un anno c’è gente che lo frequenta che mette in piedi delle discussioni serie, intelligenti, circostanziate, su molti argomenti. Proprio bello. Altro che fuffa.
scritto da Matteo Bordone martedì.14.03.06 17:17
(Arbitro, Fede non vale, è uno straniero comprato sotto banco!)
scritto da Violetta martedì.14.03.06 17:32
Il ragionamento di Fede non fa una piega.
scritto da Lovejoy venerdì.17.03.06 15:53
Comunque per descrivere Anselma Dell’olio, basti sentire la sua recensione di VforVendetta fatta da Marzullo domenica scorsa. Roba da far ridere i polli.
scritto da Dakkkar mercoledì.22.03.06 13:08
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