Giovedì 27 Aprile 2006
All by myself, don’t wanna be
Ieri pomeriggio ad un certo punto finisco in Piazza San Babila che devo aspettare degli amici per tornare a casa. Prodi, più avanti, in Piazza del Duomo, ha già parlato. Eppure c’è grande afflusso di gente verso la piazza e tutto Corso Vittorio Emanuele (che collega San Babila e Duono) è imballato di gente, chitarre, bandierume, coretti, silvio qua silvio là , tutti in marcia. Ma in Piazza San Babila si fermano i gruppi dei centri sociali più tosti, che se ho capito bene poi andranno verso San Vittore. E mi trovo a guardarli da molto vicino, molti vestiti scuri, più felpe col cappuccio che facce, alcuni già tutti insciarpati con fuori solo gli occhi. E lì mi viene in mente, istintivamente, che distante così da gente che fa politica non mi ci sentivo dai tempi del gruppo di fascisti col bomber rovesciato al liceo. All’uscita o fuori dalla palestra quando c’era essemblea d’istituto, tu li vedevi, passavi accanto e pensavi: ma guarda ’sti fascisti.
Ecco. Poi arrivo a casa e scopro che alcuni di quelli vicino ai quali mi sono ritrovato hanno bruciato delle bandiere di Israele e fischiato la brigata di ebrei italiani che hanno combattuto i nazifascisti (per permettere oggi alle loro testoline di poter dire liberamente che sono degli assassini). Leggo i resoconti, guardo le foto e ripenso la stessa cosa: ma guarda ’sti fascisti.
Questi tre dementi, come chi ha festeggiato il compleanno di Hitler lo scorso 21 Aprile, non sono più di tanto rilevanti. Quello che preoccupa è che lo sdegno collettivo di quelli che gli stavano attorno non abbia impedito che la cosa succedesse. Vuol dire che in una grande manifestazione come quella, anche tra chi non brucia e non brucierebbe bandiere ci sono molti che pensano che sia un’esagerazione, non immondizia; che sono di più quelli che quando vedono cose del genere si allontanano avanti o indietro lungo il corteo e un po’ meno quelli che gridano “che cazzo fate, fascisti!” e strappano le bandiere di mano. Questo, sì, è grave. E accorgersene il 25 aprile è avvilente.
Adesso, nella notte più scura, pare che si sia vinto di poco. Ma non ci si crede più. Non ci sono più le forze per festeggiare. Né la faccia tosta. Quindi, a domani. Ognuno per ora se la canta e se la suona. Pare che Luigi, Mauro, Robi, Stella, insomma i miei amici che vivono all’estero, abbiano deciso le elezioni. Grazie, ragazzi. Vi voglio molto bene. Comunque vada.
Ci vuole pazienza. Sia verso di me che ho previsto un 4%, assolutamente risibile alla luce di quello che sta succedendo, sia verso i nostri anziani che dovranno aspettare l’autunno per capire se verranno votati o no. Sono uomini stanchi in cui abbiamo creduto. Ma questo pari, oltre ad aver confermato che siamo un’Italia sì divisa (io porto i tarallucci e tu il vino) ribadisce che nemmeno perdere come si deve si riesce più. E si vota in autunno davvero? E chi fa il Presidente della Repubblica? E i mondiali di calcio? Alé, si riparte. A questo punto, mi mancano i seguenti: Pulp, Marty Feldman, Monty Python, Philip K. Dick, The Clash. Molti altri. Si diventa anche molto patetici. Ma la disperazione è già passata. E bastano i Queen per risollevare il morale. Altro che francesi.
Prima eravamo tranquilli. Poi sono arrivati i exit poll. Le forchette. Le forbici. Poi i Piepoli. I voti di paglia e i voti di pietra. Il balletto di cifre. Proiezione e scrutinato. Proiezione palese? Tutto il mondo è palese. Col resto di 2%. La gatta frettolosa ha fatto i gattini col turbo. La vispa teresa avea fra l’erbetta per caso sorpresa gentil farfalletta. Che cosa avrebbe risposto la suddetta farfalla a una domanda di un exit poll? La verità ? La menzogna sua farfalliera? Ci si aggrappa a ’sta roba perché non si capisce una mazza di niente. Aiuto. Mamma. Io resto fermo al 4%. Per me alla fine siamo lì.
Mancano poche ore. Poi si parte. Puntiamo alle 12 ore di diretta radiofonica.
Alé: si vota. Mi raccomando, sorridere sempre, chiunque abbiate accanto e qualunque cosa votiate. Poi le tre di lunedì arriveranno e tutta ’sta roba sarà finita. Fino ad allora, cercate di sembrare splendidi come questi tre.
Ragazzi ieri sono stato in Germania. Era piano di tedeschi. E sono stato precisamente a Ingolstadt, dove c’è la fabbrica della Audi, che è grossa come una cittadina. La visita alla fabbrica è stata quanto di più tedesco in senso buono si potesse sperimentare. Il nostro Cicerone si chiamava Walter Knapp e tra un punto e l’altro della fabbrica in cui ci mostrava la produzione, le presse, il lavoro degli operai, Knapp dava una controllatina all’orologio. L’avrà controllato cinquanta volta in un’ora e mezza. Segno che aveva una tolleranza inferiore ai due minuti. Ho deciso, dopo la visita a quella specie di sala operatoria con macchine pensanti per chirurghi e berline per pazienti, che consiglio a tutti i ricchi che frequentano freddynietzsche di comprarsi l’Audi. Ricchi seri dovete essere, è chiaro. Ma posta questa condizione, io consiglio Audi. Una specie di gioiello artigianale, che travalica le doti innegabili dei costruttori per brillare di luce propria, come la figlia di Steven Tyler e Bebe Buell. Costa una barca di soldi, lo so, ma fidatevi che merita. Hanno certi robot che sembra un video di Björk. E il sistema è autodiagnostico, autorisolviproblemi, autosegnalaguasti. “Nel caso in cui il sistema di controllo centrale dovesse guastarsi, esiste un backup completo in grado di prender in mano l’impianto immediatamente,” ha detto Herr Knapp sorridendo. “Ma nessuno sa dov’è”. “Il sistema ha mai fallito?,” gli abbiamo chiesto. E lui, sempre più sereno, ha risposto “No, mai”.