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Sabato 29 Luglio 2006

Qualcuno la pagherà


queenofheartsdisney.jpgUna sera di qualche sera fa eravamo a casa di Gianluca Neri e c’è stata una discussione, una di quelle che spesso ci vedono perdere il sonno e la ragione senza troppa ragione e con molto sonno. La colpa in genere è di Gabardini. Questo vi basti per quanto riguarda le identità. Ah, no. Un’altra cosa. Io ero tra quelli che dicevano che la trasformazione di tutto in file non è praticabile. E questa sera ripensandoci mi sono detto che Neri è uno psicopatico e vorrebbe mettere tutto sugli hard disk, anche il salame, e come dice lui non sarà perché già adesso lui non è come la gente normale. Ma ho anche pensato che nella pratica potrebbe anche essere, in teoria. Voglio quella canzone, me la scarico che ho un abbonamento, magari non ho nemmeno un archivio mio, c’è un server remoto che tiene quello che ho comprato e pago un servizio di abbonamento e anzi quello che potrebbe piacermi e io nemmeno so che c’è, me lo sparano tra i papabili e se mi piace poi compro. Va bene, mi sembra miserabile che ci sia solo quel sistema lì ma potrebbe anche essere. C’è però il fatto che per portare i dischi a noi si produce, si inquina e si dà lavoro. Nella versione moderna di quella roba lì nessuno stampa i dischi, nessuno li porta in giro, nessuno li distribuisce, nessuno li vende. Restano solo la realizzazione del disco o del film, la promozione e il marketing dello stesso, più le modalità distributive che però sono virtuali perciò sono anche loro un po’ marketing (ho il prodotto sempre dalla rete ma cambia il modo, l’abbonamento e balle varie). Tutta ’sta gente che fa quel lavoro lì davvero è fuori dal tempo delle cose oggi? È un fossile?
Quella dell’intrattenimento è la seconda industria degli Stati Uniti d’America dopo quella militare e credo se la giochi con le automobili (verificate, per piacere). Secondo voi tutta quella roba lì scompare? A me sembra quasi più strano quello che non il fatto di non avere i dischi (che mi sembra strano e assurdo forte). Tutti quei soldi lì in meno dove vanno? Chi ce li mette? Chi paga? E chi perde la testa? Mi pare assurdo ipotizzare che il mercato segua le leggi dell’efficienza e della razionalità e non quelle del mercato, quando così non è mai stato (almeno non in questo senso). In questi ultimi anni la gente ha comprato cellulari in numero irrazionale e suonerie e automobili che vanno a diucento che non si può, mille altri beni che non rispondono all’utilità stretta e stringente del quotidiano.
Io credo che i dischi abbiano attraversato una fase in cui non era più una cosa giusta comprare i dischi e collezionarli. Ci si è lamentati a lungo di quanto costassero, quando dati alla mano era chiaro che negli anni Ottanta, quando se ne compravano a tonnellate, li compravamo tutti felici, i dischi costavano in proporzione di più (sì, sì, incazzatevi, ma è così, bisogna farsene una ragione). Gli adolescenti di allora (io) risparmiavano per comprare i dischi. Quelli di oggi (mio nipote Davide) la memory card della PSP.
Ma è una fase, io dico. Non andiamo verso il futuro dei film di fantascienza. Non andiamo verso il cibo in pillole e l’orgasmo elettrico.
Oggi, grazie anche all’Ipod, la gente si è riaffezionata alla musica ovunque e alla musica tanta. I primi anni di crisi nera sono finiti. Il mercato si assesta, il pubblico pure. Insomma io vedo chiaro all’orizzonte, anche se l’orizzonte non è proprio dietro l’angolo.
E vedo dischi. Perché i dischi sono belli e basta. Uno li prende in mano e dice “Bello!”. Almeno così mi pare. Non le canzoni. I dischi. Le canzoni anche, certo. Ma i dischi…


Giovedì 27 Luglio 2006

Dai, distruggiamo tutto!


281x211.jpgDai, sì, chi se ne frega, mandiamo tutto a male. Dai, basta menate, basta giorno per giorno, basta priorità. Tutto o niente. Facciamo i rigidoni su tutto. Facciamo quelli che piuttosto si torna a votare. Facciamo quelli di sinistra finché ci va, e poi per il gusto di tenere dentro Previti lasciamo marcire in sette nelle celle i criminali comuni, ladri e spacciatori, che di Previti se ne fottono e vorrebbero solo stare un po’ meglio. Dai, facciamo felice Paolo Flores D’Arcais, i quindici lettori dell’Unità, un po’ di indignati sparsi. Facciamo vedere a tutti che noi siamo quelli che non mollano. È la cosa migliore. Impuntiamoci sull’Afghanistan e intanto pensiamo a quello su cui potremmo impuntarci domani. Perché il nostro elettorato ci ha votato per la curva a scendere degli angoli della nostra bocca; loro ci vedono così e ci ricordano così, non possiamo dare l’impressione di non metterci di traverso su tutto; non possiamo permettere che ci vedano mentre accettiamo un compromesso politico; loro devono credere che noi siamo come il Giovane Holden, come un libro della Allende, ideale indiviuale puro, un’erezione di ego sparata nel vuoto pneumatico della cultura istituzionale. La nostra è la politica in stile Fusbury: con tutte le nostre forze ci si prepara informando tutti della difficoltà dell’impresa, poi con la spinta di milioni di persone ci si getta di schiena oltre l’ostacolo elettorale, si raggiunge l’apice della parabola mentre il paese è col fiato sospeso, si supera l’asticella per un pelo, sfiorandola, che tutti vedano quanto c’è mancato poco, poi c’è l’atterraggio fragoroso sul materasso. A questo punto ci tiriamo in piedi, nel visibilio degli applausi inarestabili, delle lacrime, del finalmente basta e del mai più, ci puliamo la polvere dalla giacca, facciamo finta di niente, nessuna fatica e avanti dritti, sereni, tetragoni e capricciosi. “Non ho chiesto io di saltare,” sembra di sentirci dire. Fino alla prossima gara.


Mercoledì 26 Luglio 2006

Boxing Melissa


MuhammadAli12yrs.jpgQualche giorno fa ho scritto questo pezzillo in difesa di Melissa P. e contro l’ipocrisia sinceramente un po’ bavosa della nostra stampa adulta. Si è scatenato un certo dibattito, i toni si sono anche accesi, è intervenuta l’autrice stessa (piccola ma tosta) e per la prima volta un post di Freddy Nietzsche ha avuto cinquanta commenti. Cinquanta. Alé. E mentre il pubblico batte le mani e grida “Cento! Cento! Cento!” ringrazio tutti i partecipanti e segnalo a chi se lo fosse perso.


Sabato 22 Luglio 2006

Fuffa Experience


lost_dharma_initiative_2.jpgUn ricerca condotta dalla Hanso Foundation dimostra come l’esposizione continuata a informazioni e studi che non hanno nessuna base scientifica o sono la reiterazione stanca di buonsenso decennale, diffusi e propagandati goffamente con intento allarmistico, possa portare al cretinismo diffuso nella popolazione. È altresì chiaro, come dimostrato negli studi dei Dottori Karen e Gerald DeGroot, quanto sia necessario che la popolazioone sviluppi degli anticorpi informativi che generino una forma di diffidenza nei confronti di questa dannosa proliferazione di quella che è stata definita fuffa mediatica. Nel rispetto dei dettami del fondatore Alvar Hanso, la Hanso Foundation sta per questo conducendo una serie di esperimenti mediatici, diffondendo nei principali canali informativi elementi di divulgazione scientifica che possono fungere da cartina al tornasole, dimostrando se siano presenti e quanto funzionino gli anticorpi di cui sopra e altresì rintuzzando lo spirito critico di ciascuno.
Nello specifico, l’articolo di oggi sabato 22 luglio 2006 a pagina 29 del quotidiano la Repubblica a proposito di uno studio sulla pericolosità degli Mp3 nei giovani, è parte di questo progetto e di fatto privo di qualsiasi fondamento. Nessun formato di codifica ha a che fare con l’apparato uditivo degli utenti. Bensì le cuffie, che possono essere collegate anche a un registratore a bobina, a un walkman, a un microfono dato in mano a un pazzo che ci strilla dentro, possono sottoporre sia le parti meccaniche che quelle neurologiche dell’orecchio a una sollecitazione troppo intensa e iterata. Chi dovesse trovare sensato il titolo e corcostanziato l’articolo, potrà così rendersi conto che non solo la fuffa ha pieno accesso nelle sue miningi, ma anche che i mezzi di informazione, grazie alla presenza di collaboratori della Fondazione Hanso sparsi in ogni redazione, non sono impermeabili alla disinformazione virale. Grazie per la collaborazione. Namaste.


Venerdì 21 Luglio 2006

Prophetism begins at home


tale_left.jpgIo l’avevo detto che sarebbe andata così alla prima occasione. E l’avevo detto anche pochi giorni fa. Non per dire che sono un veggente, ma che le cose vanno come devono andare. Niente di tutto questo è un fulmine a ciel sereno. Il nostro melodico struggente preferito non è in grado di accettare che la politica sia fatta di lungo periodo, di disciplina di partito, di intelligenza e non di istinto, di noi e non di io. Perché l’idea secondo cui fare politica autentica vuol dire non rinunciare mai a niente, è troppo simile alla posizione di chi non fa una mazza per poter funzionare e stare in piedi. Nostalgia dei movimenti? Ci torni. Orgoglio dei movimenti? Benissimo. Tutti sono orgogliosi delle proprie radici. Non per questo restano al liceo una ventina d’anni per non tradire la ballotta dei compagni della sezione F. Insomma, evolva, cresca, vada oltre, rischi del suo, si metta in gioco. Passi dall’essere un grande a detta dei compagni in piazza, al diventare grande.


Giovedì 20 Luglio 2006

100 colpi (di stroncola dopo aver rosicato)


woodgothicA volte mi dimentico di quanto siamo un paese sessuofobo e meschino, dove se qualcuno ha successo senza passare dal cursus honorum della stima ufficiale, e magari lo fa disponendo liberamente del proprio corpo, finisce nei guai: lo sport principale degli addetti alla cultura è aspettare che cada, sperare che schianti, tifare perché il rumore del tonfo faccia dimenticare la gloria guadagnata senza il loro appoggio. A volte me ne dimentico, mi pare che siamo messi un po’ meglio. Invece oggi quando ho letto questo articolo di Pierluigi Pansa, mi è tornato in mente. In questo paese è ancora osteggiata l’idea che alla gente piaccia il desiderio della carne, piaccia coltivarselo, comprarlo, eccitarsi, fare con il proprio corpo e con il proprio immaginario tutto quello che preferisce fare. Non sta bene, forse. Non si fa, evidentemente. Non in libreria. Che una palla al piede come Susanna Tamaro venda vagonate di libri smerciando buoni sentimenti in salamoia devota, questo va bene, nessuno si scandalizza tra gli organi di informazione ufficiali. Ma Melissa P. no. Melissa P. è un’adolescente di un metro e mezzo che ha scopato più dei suoi recensori cinquantenni e non è accettabile, a quanto pare. Lo racconta, loliteggia, diverte, affascina, eccita centinaia di migliaia di lettori e suscita l’immedesimazione di altrettante lettrici affascinate dall’idea di un sesso liberato, edonistico e umidiccio. Dopo di che pubblica un libro sentimentale, dove racconta l’innamoramento profondo per Thomas Fazi, il figlio del suo editore Elido Fazi (che nomi, eh?!), che vende duecentotrentamila copie. Infine, dopo aver fatto la puttanella, dopo aver fatto la sentimentale, (due ruoli ammessi a patto che si mantengano per tutta la vita stabilmente, come quando scegli tra ITIS e Liceo Classico), si permette di munirsi di cervello e pubblica una lettera aperta al Cardinale Camillo Ruini, in cui contesta la linea della CEI di intrusione sulle libertà individuali. Banalmente, esprime un’opinione laica e laicista e si contrappone, come è naturale che sia, al potere religioso e al cosiddetto rispetto del mondo culturale italiano (una posizione che si traveste sempre di buona educazione, ma confina pericolosamente con l’inginocchiatoio).
L’articolo che parla del declino delle vendite di Melissa P. è fuffa per diversi motivi, che spero vi sembrino tutti chiari alla fine di questo post, ma che sono ovviamente lampanti e impliciti per un giornalista che si occupa di cultura ed editoria in Italia. Per questo se non la cattiva fede, certamente la faciloneria e l’intento a tesi del pezzo sono certi.
Primo. Quello di Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire è stato un caso letterario. È normale che un caso letterario ottenga un risultato sproporzionato rispetto al mercato, altrimenti non sarebbe un caso letterario, sarebbe un libro di successo. Il caso letterario prevede il passaparola mertellante, prevede che si scatenino gli adolescenti e che in genere tanta gente che non legge le recensioni finisca in libreria. Un concetto chiaro all’autrice, all’editore, ai librai, al pubblico stesso.
Secondo. Chi vende duecentotrentamila copie di un libro in Italia, come ha fatto Melissa P. con il suo secondo libro, ha avuto un successo straordinario. Quindi citarlo sorvolando come se fosse il primo segno del declino è abbastanza goffo e giornalisticamente dubbio.
Terzo. In nome dell’amore, il libro indirizzato a Ruini, è un saggio. Un saggio che ha venduto trentacinquemila copie non è un flop. La puoi girare come vuoi, ma non è un flop. Se poi non è Rampini che parla della Cina e dell’India (con la promozione incrociata di Repubblica e Mondadori), ma una scrittrice nata negli anni Ottanta che scrive da donna al capo dei cardinali, non conta se non è nei primi dieci e non è un best seller e non passa di mano in mano a scuola. Quello è un libro coraggioso, onesto, che nessuno scrive mai nel nostro paese, che ha venduto trentacinquemila copie e va più che bene.
L’idea è quella degli scrittori come moloch, grandi autori, gente da premio letterario d’estate, da Versiliana, da tavola rotonda, da pippe al critico e viceversa. Invece esiste una generazione di persone che scrivono libri, guadagnano dalla scrittura dei libri, ma non vogliono rientrare nella categoria ufficiale degli scrittori, che spesso include grandi artisti che nel tripudio generale vendono ottomila copie e se la tirano da Hemingway per anni.
Insomma l’idea che sembra emergere dal pezzo, quella secondo cui Melissa P. sarebbe una che deve ancora crescere, una ragazzetta viziata che ha alzato la testa e ha preso una scoppola dalla realtà, è banale, tristemente conservatrice, perbenista, codina e sostanzialmente falsa. Le cose sono molto più semplici e normali di così. Che lo si voglia o no. Tutta ’sta polemica, tutto ’sto gossip triste, sono un’invenzione.
Tra l’altro io Melissa P. l’ho incrociata una sera qui a Milano a una presentazione di un libro Fazi: era lì col suo fidanzato editore e mi sono accorto dopo mezz’ora che era lei perché è una normale, gentile, carina, che non fa niente per farsi notare e non pratica nessuno degli atteggiamenti da scrittore che fa spesso degli scrittori, gente da calci nel culo.


Mercoledì 19 Luglio 2006

To troll or not to troll?


sentiero_gnomi.jpgCari amici lettori di Freddy Nietzsche, questo blog mi dà sempre più soddisfazioni. Mi piace tenerlo, mi piace chiacchierarci, seguire i dibattiti, inventarmi rubriche e verificare la vostra reazione. Dà un po’ da fare, ma è uno sbattito piacevole e creativo che non mi pesa mai. Come in tutti i blog con una certa visibilità, anche in questo ci sono dei troll. I troll seguono il blog per dissociarsi, per insultare la gente, per farsi odiare e sentirsi contro. Non hanno di meglio da fare?, vi chiederete voi piccoli lettori. A quanto pare no. Godono nel mettersi di traverso e non mischiarsi alla folla; in genere hanno posizioni confuse quanto perentorie al limite della violenza; non fanno progredire mai il tema di un millimetro, perché non hanno interesse nel dibattito e nella dialettica ma solo nello scontro narcisistico.
Ora, vi chiedo per prima cosa di non dare retta ai troll. Leggete quello che dicono, fatevi due risate se vi va, ma non commentate quello che dicono e non tirateli in mezzo: lo adorano e non è il caso di gratificarli.
Poi vi chiedo se non sia il caso di cominciare a fare qualcosa per levarli da in mezzo ai piedi nostri e di Freddy Nietzsche. Ditemi voi se la vostra soglia del fastidio è già stata attraversata. Io personalmente comincio a stufarmi di leggere insulti e cretinate.


Martedì 18 Luglio 2006

C’è una luce che non accenna a spegnersi (nonostante tutto)


paul.jpgVogliamo raccontarci la balla che Ringleader Of The Tormentors è un grande disco? Raccontiamocela. Poi vai a vederlo dal vivo, il Moz, con una band in grandissima forma, lui stesso splendente e pieno di battutine sagaci e annoiate, e ti rendi conto che il disco nuovo è deboluccio e quando inanella un po’ di pezzi così così degli ultimi anni, il concerto si siede. Ma il punto non è quello. Attacca con Panic, chiude con How Soon Is Now, in mezzo ci mette Still Ill, Girlfriend In A Coma e altra roba bella dai suoi dischi solisti e una cover dei New York Dolls, insomma ti rendi conto che ti ha fregato ancora e continuerà a fregarti di gusto per molti anni. Anche se ha messo piazza Cavour in una canzone, che mi assicurano essere una delle piazze più brutte di Roma (nota solo perché c’è il Palazzaccio), ma capace, se pronunciata cavòr, di fare rima con for. Con la stessa leggera furbizia di questa rima, Morrissey continua a funzionare a modo suo.
E per la cronaca la passione per la Union Jack, che anni fa fece gridare i pirla al fascista, oggi è tricolore, tricolore, tricolore e maglie della nazionale addosso alla band. A furia di vederlo fuori dai soliti contesti littori, questo tricolore non è malaccio esteticamente (bisogna dire che perfino l’omonimo attore nella foto, per essere un ex oggetto sessuale di artista parruccato morto per proiettile di femminista militante, si tiene bene pure lui).


Domenica 16 Luglio 2006

Siamo in vacanza (anche lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e domenica)


ben%20stiller.jpgAnche a nome di Yankele, segnalo con un certo ritardo che Ebrei For Dummies, la rubrica a sei punte di Freddy Nietzsche, non è scomparsa: è solo in vacanza fino a settembre, per impegni circoncisi miei e suoi. E anche per quella sottile voglia di non fare niente che ti prende col caldo, che tu creda o no a un’intelligenza superiore che tutto vede e governa.
Chi penserà bene di aggiungere a questa informazione di servizio dei commenti sagaci sulla guerra in corso tra Hezbollah e Israele, sappia che con buona probabilità è un cretino. Non si può essere sicuri di niente e bisogna sempre verificare, ma in questo caso il dato è quasi certo.


Domenica 16 Luglio 2006

Io sono il figlio della TV (e non mi ricordo una mazza)


cucciolofocaÈ incredibile come gli eventi più clamorosi, se televisivi, si dimentichino collettivamente. All’indomani della seduta di training collettivo di Celentano sul massacro dei cuccioli di foca, come dopo il rap politico di Jovanotti a Sanremo, sembra che siano tutti presi dai contenuti espressi. Poi in effetti no. Scivola via tutto. Ma che la gente non se ne accorga va anche bene, ognuno fa quello che vuole; se lo fanno i giornalisti è un po’ diverso. Cacchio.
Anche a me, come a Luca S., sembrava strana la notizia sulle scandalose magliette Mafia Made in Italy in vendita in Sicilia. Strana perché non nuova. Eppure è dell’altro ieri la notizia: battuta dalle agenzie, ripresa dai giornali, commentata con sdegno da Rita Borsellino.
Ci ho pensato un po’ e mi è venuto in mente. Ho fatto una ricerca e ho trovato una data. 29 agosto 1991: viene ucciso l’imprenditore Libero Grassi, che ha denunciato pubblicamente la mafia e il suo controllo capillare sulle attività ecnomiche siciliane, a partire dalla sua. 26 settembre, meno di un mese dopo: Santoro e Costanzo realizzano la prima maratona televisiva Rai-Fininvest, proprio sulla mafia e su Libero Grassi. In quella trasmissione costanzo brucia una maglietta con sopra scritto Mafia Made in Italy.
Se almeno qualcuno, nel dare la notizia l’altrop giorno, avesse scritto tornano le magliette, avesse citato l’episodio o usato anche solo una volta l’avverbio ancora, mi saprei potuto convinvere che non fosse fuffa estiva da colleghi della cronaca tutti in ferie. (Che sia un errore nel database della matrice? Mah…PKD, proteggici dal finto!)