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Sabato 15 Luglio 2006

È la stampa, bellezza. E tu potresti anche renderti conto.


159fig3_sm.jpgFaccio notare che nel medio oriente c’è la guerra. Lo dico al sapido Paolo Mieli, direttore del primo quotidiano del paese, che oggi di guerra parla a pagina dieci perché prima c’è il calcio. Repubblica no. Repubblica fa l’inverso. Lo so già che qualcuno farà il cinico e dirà siamo in Italia non c’è niente da fare, ma per me queste sono cose che contano. E una cosa da fare c’è. Quella che ha fatto Ezio Mauro. Mettere il titolone in prima e poi dare al calcio le priorità del calcio.


Giovedì 13 Luglio 2006

Forget Paris (e l’erba di Berlino)


paris.jpgIo mi ero messo d’impegno questa volta. Sono anche andato a Macchiaradio un paio di volte a fare la telecronaca. Mi ci ero proprio applicato. È stato meraviglioso, alla fine. La semifinale a Venezia. La promessa di tornare se avessimo vinto. La finale a Venezia. Festeggiare, abbracciarsi, bere la birra, abbracciarsi, festeggiare, bere la birra urlare Seven Nation Army, bere la birra abbracciandosi fino a barcollare per le calli. Una serata che non dimenticherò. Mai, a occhio.
È stato bello svegliarsi e dirsi tra sconosciuti buon giorno campione del mondo, buon giorno campionessa del mondo, tutta quella tiritera lì è stata esaltante e piena di sentimento nazionale lieve e diffuso. Poi c’è stata la premiazione con tutta quella fuoriluogheria in quantità esorbitante: lo striscione con i caratteri tipici degli striscioni dei fascisti e la sua bella celtichina in basso a destra, che uno spera che qualcuno glielo dica e invece è quella e solo quella a finire sul palco legata che la vedano tutti bene; i cori antifrancesi, lo svacco, la cerimonia data in mano a due che hanno perso il senso del protocollo alla vista della prima riserva; i Queen e Del Piero; Verdone che dice “Il muro di BBBerlino non è stado abbattudo. È qui. Si chiama Fabbio Gannavaro”; e poi giornali e televisione, la grande squadra, l’addio di Lippi, il calcio sano, il calcio malato, l’aministia; e poi Zidane e Materazzi, Materazzi e Zidane, Materane e Zidazzi, Zadane e Taremazzi, lo vorrei castrare, voglio le palle in salmì, io lo spezzo in due, mi ha offeso le femmine, ho solo detto che tua sorella è una troia…
Insomma sono passati solo quattro giorni e sembra un incrocio tra la retorica di regime dei cinegiornali Luce e Rocky XXVIII. Speravo che questo sentimento di buonumore tirasse due settimane. Invece non ce la faccio. Non me ne frega già più niente. Sono riusciti a farmi scendere tutto il gasamento. E tra poco si riparte con la menata della giustizia sportiva a mille, che adesso è un po’ sottotono perché c’è l’eco della vittoria.
Insomma, volevo solo dire questo: ‘des basta calcio che mi sono rotto le palle. Ecco. L’ho detto.


Giovedì 13 Luglio 2006

Primo: Moby Dick era una sardina. Secondo: Achab chi?


lbruce.jpgNon sono momenti facili. Le persone si aggrappano a quello che hanno. Siamo passati dagli anni (i secoli?) in cui la voglia sociale di normalità produceva il conformismo più duro, a anni di distinzione, di categorizzazione, di buoquet. Ciascuno di noi è una somma di categorie garantite e tutelate dalla correttezza politica. Se anche orgogliosamente se ne sente parte, le categorie non esistono se non in prima persona. Le due frasi “Io sono un caucasico” e “Chi cazzo sei tu per darmi del caucasico?” non sono in contraddizione. Anzi. Si completano. E si fortificano a vicenda.
Nella società questo fenomeno di caratterizzazione e negazione delle categorie è già insostenibile. Nella comunicazione è tremendo. Non è più possibile rappresentare forme di contrapposizione di alcun tipo: contrasto, aggressività, scontro, violenza, odio, niente di niente. Nemmeno se poi si ricompongono. Nessun personaggio negativo può essere caratterizzato in alcun modo. Nessun personaggio caratterizzato può compiere azioni che siamo o possano essere interpretate come negative. Se in uno spot c’è uno che ruba una mela, non può essere armeno o gay o celiaco o mancino o affetto da morbo di Crohn, perché altrimenti le associazioni dei gay, dei celiaci, dei mancini, degli affetti dal morbo di Crohn protestano. Se in un film di Hollywood mostri un tossico che si fa una pera e si chiama Luigi, l’associazione degli italoamericani non pensa che quello sia un personaggio, cioè la maschera di una persona, ma che quella sia la rappresentazione di un italoamericano socialmente sgradito. E via comunicati stampa, picchettagi. Per il cinema questo sta diventando un problema. I nemici veri sono un problema. O racconti uno scontro razziale codificato con lieto fine, oppure sei nelle canne.
Recentemente Sony ha lanciato la nuova consolle portatile PSP bianca, che segue i primi due anni abbondanti di commercializzazione in cui la PSP è stata sempre solo nera. Il cartellone mostrava una donna bianca bionda, tutta truccata di biacca bianca, che guardava con fare tosto una donna nera nerissima tutta scura. Hanno dovuto ritirare la campagna. I neri si sono offesi, pare. Quanti fossero e quanto fosse intollerabile non ci è dato saperlo.
Si realizza il contrario di quello che sosteneva Lenny Bruce negli anni Cinquanta e Sessanta. Lui usava le parolacce, usava gli elementi polarizzati dello scontro, per svuotarli dal dentro. Dare del negro a un negro da parte di un bianco ebreo, o viceversa, per lui era un modo per depotenziare le categorie intese come monoliti, trasformare il bianchi contro neri in dialettica. Esiste nel mondo dell’attrito tra i bianchi e i neri? Sì. Ovunque? No. Vorremmo che non ci fosse? Sì. Questo significa che non c’è? No. Si può rappresentare per farne una parte della nostra esistenza destinata a ridimensionarsi, o lo lasciamo nel freezer del taboo pronto a uscire sempre identico a prima di quando in quando? Questo è un tema centrale e mi pare che si vada sempre più spesso nella direzione sbagliata. Non esiste solo la sensibilità degli offesi; c’è anche la libertà degli altri. E il dilagare di posizioni di quieto vivere da trincea, dalle vignette danesi in poi, conferma una tendenza che rischia di cementare identità ormai stanche in nome della contrapposizione che rifiutiamo. Se vi pare una roba normale…?


Martedì 11 Luglio 2006

Syd Barrett (1946-2006)


Syd.jpgBike

I’ve got a bike,
You can ride it if you like
It’s got a basket, a bell that rings
And things to make it look good
I’d give it to you if I could, but I borrowed it

You’re the kind of girl that fits in with my world
I’ll give you anything, everything if you want things

I’ve got a cloak it’s a bit of a joke
There’s a tear up the front it’s red and black
I’ve had it for months
If you think it could look good then I guess it should

You’re the kind of girl that fits in with my world
I’ll give you anything, everything if you want things

I know a mouse and he hasn’t got a house
I don’t know why I call him Gerald
He’s getting rather old but he’s a good mouse

You’re the kind of girl that fits in with my world
I’ll give you anything, everything if you want things

I’ve got a clan of gingerbread men
Here a man, there a man, lots of gingerbread men
Take a couple if you wish, they’re on the dish

You’re the kind of girl that fits in with my world
I’ll give you anything, everything if you want things

I know a room of musical tunes
Some rhyme, some ching, most of them are clockwork

Let’s go into the other room and make them work.


Lunedì 10 Luglio 2006

White Stripes in Chigi Palais


7nation Volevo dire solo una cosa minuscola, senza grande valore. Però a ’sto giro non è più Cutugno a tenere botta. La gente non canta più Toto e non ricorda più le Tate. Forse era il caso. Ma si canta lo stesso. Tutti cantano la stessa cosa e molti giornalisti non sanno cosa sia e fanno solo “po po po po po po po”. Piccolo momento punk. Ma sentire i White Stripes intonati nella sede del Governo della Repubblica Italiana è semplicemente sublime. Questo volevo dire. Fa quasi pensare che stiamo diventando un paese un pochinino meno periferico.


Lunedì 10 Luglio 2006

Ocio che se no…!!!


franzferdinand.jpgQuesta storia della provocazione mi tira scemo. Sei l’attaccante più forte del mondo e giochi a calcio. I difensori ti dicono ogni cosa possibile e immaginabile. Magari non sempre, chiaro, ma nella tua carriera di divinità autentica del calcio questo succede come ridere. Cosa vuoi che ti dicano? Ti diranno che sei una merda, un figlio di puttana, un negro se sei negro un frocio se sei fropcio, cioè la solita robetta: gli insulti verbali da lite tra automobilisti. A un certo punto, nella finale dei mondiali, tiri una testata nel petto a un altro, bello piazzato e deciso, lontano dalla palla, piantato per terra coi tacchetti. Materazzi, che non è un santo e lo sappiamo, è di due metri e va per terra al volo, non perché si butta ma perché la testa data così fa male anche sul culo, figuriamoci sullo sterno. La motivazione è che Zidane sarebbe stato provocato. Ecco, di questo vorrei parlare. Non è una motivazione. Il concetto del gesto di reazione è un ricattino morale, passa dall’idea del raptus, della follia momentanea, del buio improvviso della coscienza. Ma non funziona così, esattamente come il delitto d’onore è stato abolito e la fretta non vale per i semafori rossi. Si tratta di avere una cultura della legalità o non averla. Le testate non si danno sul campo di calcio. Il calcio prevede regole condivise. Chi tira la testata ha sempre torto. Fine della questione. Se non fosse che il mondiale pompa la domanda di informazioni calcistiche, non ci sarebbe veramente niente di più da dire. Anche perché se no è vero che la prima guerra mondiale non sarebbe scoppiata, se non fosse stato per l’omicidio di un musicista scozzese coi baffi di nome Franz Ferdinand.


Lunedì 10 Luglio 2006

We can be heroes just for one day


bowie_heroes.gifCosa volete che vi dica? Il più noioso degli sport di squadra è ovviamente questo qui (il baseball è più un rito sociale che uno sport). Eppure ci sono delle volte che funziona divinamente. Questa è una di quelle. Grande difesa, grande cuore e poche stelle. Anzi, le stelle annullate dalla macchina perfetta degli ingranaggi. L’altra volta era l’ottantadue. Avevo otto anni. Ricordo poco. A ’sto giro ero a Venezia, città perfetta per festeggiamenti perché piena di gente che grida scemate e beve spritz, e nello stesso tempo del tutto priva di cretini in automobile che ti stirano. Ottimo. Anzi, oro.


Venerdì 7 Luglio 2006

Qui dove il nulla luccica


carusotenoreIl primo giorno al parlamento si lamentò del fatto che le crespelle servite al ristorante della buvette fossero troppo economiche. Come dire qui se alziamo di due euro a piatto, crespella su crespella, alla fine lo ripianiamo questo debito pubblico. Poi disse “meglio essere uno di Hamas all’italiana, che un Mastella alla palestinese”, frase sulla quale diversi linguisti si stanno alambiccando per stabilire se è solo una delle oppure LA stronzata del secolo. Successivamente si disse intenzionato a sciogliere i ROS sostenendo che fossero “gente pessima”. I ROS sono parte del potere esecutivo dello stato e sono dei militari. Capisco che sia difficile averne un’idea complessa e ampia quando si divide il mondo in fratellidisobbedienti/imperialistidimmerda, però per dirne una hanno catturato Totò Riina. Li aboliamo? È la tua proposta definitiva?
Queste le principali posizioni politiche assunte da Francesco Caruso da quando è stato eletto. Incapace di sporcarsi le mani, attività che È la democrazia, il nostro probabilmente non sarà promotore di disegni di legge di nessun tipo, ma possiamo pensare che continuerà a rilasciare dichiarazioni senza macchia e senza paura a ogni mezzo di informazione. Oggi sui giornali si parla di lui e della sua presa di posizione a proposito della questione TAXI. Questo perché, incredibile dictu, Francesco ha scoperto che non tutti i tassisti sono di AN e ce ne sono anche di sinistra che non sono dei cattivi e vanno tutelati. Insomma, dice sostanzialmente il portavoce dei noglobal meridionali (qualifica senza un briciolo di senso per un movimento orgogliosamente orizzontale), i taxisti si fanno il mazzo, non sono privilegiati, questo di bersani è liberismo selvaggio e va frenato. Ci vuole una terza via.
Ora, mi sembra chiaro che quella della dote di grande mediatore non sia tra le frecce all’arco di Francesco, né mi pare che la sua preparazione economica gli permetta di distinguere tra liberale e liberista, tra sociale e socialista, tra giusto e equo, alla fine nemmeno tra conservatore e progressista. Ma io ce l’ho sempre avuta coi massimalisti e con i narcisi della politica, quindi sono troppo di parte per andare avanti senza inalberarmi.
Mi limito a far notare che oggi quegli extracomunitari che secondo Caruso e il suo degno sodale Rizzo rischierebbero di finire sfruttati sui TAXI dopo questa riforma eccessiva, oggi lavorano dalle cinque di mattina nei cantieri o nei campi come stagionali. Sono imbrigliati nel caporalato, non incontrano che caporali, padroni e colleghi, rischiano la vita e la perdono nel numero di circa tre al giorno, prendono una paga da fame e non entrano mai nel sistema ecnomico reale, dormono in sei in una stanza e vivono alla disperata. Se alcuni di questi, magari quelli che sanno due lingue, hanno e un diploma e sono ridotti a questa vita, potessero farsi il culo in taxi per tutto il giorno in giro per Roma o Milano, sarebbero schiacciati dal liberismo selvaggio? O sarebbe gente che si ammazza di fatica come tutti gli immigrati da sempre, guadagna, mette via dei soldi, incontra e conosce italiani ogni giorno, gira per la città, progetta per il futuro? Siccome la coperta è sempre troppo corta e ogni volta che si cambiano le cose qualcuno va scontentato, aspetto che nei prossimi mesi le fotomodelle delle dichiarazioni bomba rifondarole dicano qualcosa di scomodo, anche solo una cosa, per il proprio elettorato.
Perché delle due una. O abbiamo mandato via Berlusconi per l’urgenza di cambiare rapidamente il paese in meglio e avviare una stagione di riforme vere e significative, e allora saremo costretti a perderci e guadagnarci di continuo su mille cose; oppure abbiamo mandato via Berlusconi perché ci era antipatico e avevamo slogan splendidi da cantare in corteo saltellando, ma per noi il paese, tolto lui, va bene così com’è. E in questo secondo caso sarà difficile non continuare col gioco del no, col gioco della guerra, col gioco delle dichiarazioni, quel Grande Gioco della Politica di cui il genio Corrado Guzzanti parlava nella sua storica imitazione di Bertinotti dopo la fine del governo Prodi. È un gioco che fa tremare i progressisti di tutto il mondo (uniti). La caratteristica fondamentale di che partecipa al Grande Gioco della Politica è che tiene la finestra sempre aperta, per uscire con gesto acrobatico dalla cosa pubblica e dalla rappresentanza parlamentare. Così in ogni momento si può tornare alla condizione originale: quella di vergini e santi, col peso del mondo sulle spalle e mille inguistizie intollerabili da denunciare a gran voce.


Giovedì 6 Luglio 2006

Is this is the modern world?


foto3Jam.jpgÈ arrivata l’estate e con l’estate è arrivato un altro programma con la gente mezza nuda che si fa maltrattare da Teo Mammuccari. Teo Mammuccari conduceva Libero alla RAI, programma che faceva del tamarro intelligente la propria forza. Spingeva in là il buon gusto, dava delle cretine alle cretine, scombinava un po’ i piani della televisione italiana, schifava guizzando. Libero faceva numeri mostruosi, ascolti pazzeschi che lo fecero emergere dalla seconda serata dove era stato piazzato, ma le sue tamarrate erano alla luce del giorno, quindi una rete disposta a ospitarlo avrebbe dovuto tenere botta contro i benpensanti. Nonostante si parli sempre dell’approccio imprenditoriale e professionale alla televisione, all’apice del successo del programma il direttore Del Noce caccia Mammuccari e si prende tutta la responsabilità del fatto, sostenendo che Mammuccari sia volgare e per lui inaccettabile (Malgioglio, Venier e molti altri fischiettavano con le mani in tasca in un angolo, firulì firulà). Mammuccari passa a Mediaset, ovviamente, dove però non riesce più a bucare, perché il bilanciamento tra truzzo e istituzionale era perfetto, quello tra truzzo e truzzo molto meno. Presto, Mammuccari finisce a fare programmi estivi di Ricci, i geniali programmi estivi di Antonio Ricci, quelli con il quiz indovina il personaggio, con la gnocca in costume con le tette strizzate, la scenografia con la cabina e sopra la porta della cabina l’ancora e la stella di mare. Siccome chi fa questi programmi senza metterci un’idea, un briciolo di coraggio, un’ombra di creatività, di solito ha grande mestiere, professionalità, cultura e preparazione (e sono serio, non sto scherzando), l’ultimo programma di Mammuccari si chiama ironicamente Cultura Moderna. Molto divertente. Quiz con domande stupide, risate svaccate, battute sui temi uomo/donna, nord/sud, gay/etero, bella/brutta, moglie/amante. Questo perché Mammuccari è un talentuoso: sa fare come pochi altri una cosa che non mi piace, tirare in mezzo la gente a forza, ma quella la sa fare. Se non ha autori e paletti intorno, svacca. E questo accade sistematicamente da anni, ogni estate e o gni autunno. È successo con Enrico Papi prima (molto meno brillante) e con Mammuccari poi. Vediamo quanti ne brucia il sistema, prima di capire che così non si fa. La leggerezza è faticosa.


Martedì 4 Luglio 2006

Negri al volante


tassineroL’anno scorso sono andato a Los Angeles alla fiera dei videogiochi. E siccome stavo in zona LAX, cioè vicino all’aeroporto, e la fiera era a downtown, cioè in zona Collateral, era un continuo prendere taxi. Perché negli Stati Uniti, ma soprattutto a Los Angeles, il trasporto pubblico non esiste, o meglio non esiste il trasporto collettivo, sia esso pubblico o privato. Fuori dalla partita di baseball (stadio gremito, parcheggio immenso pieno) c’era un taxi. E l’ho preso io. Tutti gli altri erano venuti per conto loro, ognuno con la sua. Comunque, non divaghiamo. In cinque giorni a Los Angeles non so quanti taxi ho preso, ma sappiate che nemmeno una volta il taxista era bianco e anglosassone. I tassisti di cui mi ricordo sono stati, in ordine sparso:
-un armeno gigante che guidava a scatti telefonando e che quando gli ho chiesto se era armeno perché il cognome finiva in ian mi ha risposto “of course every armenian name finish with ian, you nnow, my friend, the turkish killed one and a haf million armenians, the first holoccosst of the twentyth centurry, first the armenians, then the jews, stalin and hitler, the big satans my frriend”
-un etiope che ha saputo che ero italiano e subito mi ha detto allora sei cattolico come me, io ho detto sì di cultura ma non credo, lui come non credi hai il vaticano e non credi? non vedi che meraviglia il mondo? è chiaro che dio c’è chi credi che abbia fatto i fiori e il cielo blu? e poi scusa scusa non ti voglio disturbare amico
-un indiano sikh col turbante e lo schermo a cristalli liquidi che mandava singoli di pop punjabi, poi quando dovevo pagare non avevo gli spiccioli per il resto ha preso un euro per due dollari perché non fa niente mi sei simpatico e poi faccio la collezione (era un euro crucco con l’aquila)
-un russo che mi ha riempito di complimenti perché ero italiano e diceva l’europa la russia l’italia sono posti normali dove la gente parla beve un bel bicchiere io questi non li capisco sempre di fretta fuck fuck fuck, you fuck american, e mi ha raccontato che lui aveva un’azienda in URSS che lavorava con lo stato e poi con il crollo è rimasto ciulato, Michail Gorbaciov destroyed my life, la mafia gli ha confiscato tutto minacciandolo di morte, l’hanno messo su un aereo per los angeles con la moglie e due figli e lì si è ricostruto una vita con il taxi, e adesso ha una minicompagnia di sei taxi, e aveva la valigetta sul sedile davanti l’ha aperta e mi ha fatto vedere fiero this is the money they give me every friday, il figlio lavora nel ramo hi-tech e la figlia è ginecologa (il sogno americano esiste ancora, cazzo), non posso venire in italia è troppo lontano e costoso ma tra qualche mese vado al Rialto a Las Vegas così vedo un po’ di Italia
-un fratello nero con cui abbiamo parlato male di bush e dei fanatici cristiani per tutto il tragitto e c’era coda
-un greco che masticava semi e sentiva il sirtaki a chiodo per tutto il tragitto
-un fratello nero che sembrava Marcellus Wallace di Pulp Fiction e sentiva una radio liberal in AM e abbiamo parlato male di bush per tutto il tragitto.
Tutto questo per dire che nei posti normali succede esattamente quello che paventano i cartelli dei taxisti in rivolta: “Grazie a Bersani sui taxi ci vanno gli africani“, “Vuoi prendere il taxi? Chiedi a Mustafà” e altri di questo tenore. Nei posti normali il taxi è un lavoro con una accessibilità praticamente immediata, perfetto per inserirsi nel mercato e nella società per un periodo elastico da qualche settimana a tutta la vita, autogestito e agile. All’inizio tutti lavorano per una compagnia, quindi in sostanza noleggiano il taxi e si tengono tutto il resto; poi se vogliono si compano il taxi, entrano in una cooperativa, mettono in piedi una compagnia loro. Fanno quello che vogliono fare.
Quindi sì, mi va benissimo, rinuncio al vostro monopolio stizzito e furbastro, rinuncio ai vostri melodrammi, ai vostri trucchetti miseri col tassametro, mi prendo gli africani, salgo in macchina con Mustafà, Talvin, chiunque voglia portarmi in un posto chiedendomi una cifra onesta. Perché noi non abbiamo paura dei negri al volante. Voi forse sì. Ma voi non siete la clientela. E nei paesi liberi su queste cose è la clientela che decide.