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giovedì 31 agosto 2006

Trasmettitore cranico centralizzato


clarksonQuesta l’ho vista a Top Gear. Top Gear è il miglior programma di recensioni del mondo. La televisione, dopo aver visto Top Gear, la guardi in un altro modo. Perché smetti di pensare quella cosa piccola e meschina e rassegnata che in quasiasi ambito a volte viene in mente all’uomo di buona volontà che è stufo di sospettare che tutti lavorino male e producano schifezze. Guardi un programma di automobili italiano, un telefilm del pomeriggio, una trasmissione per i bambini, guardi qualsiasi cosa e ti viene in mente che non è brutto come ti sembra, che solamente certe cose sono fatte così, non sono gran che, non ci si può fare niente, non è colpa di nessuno, forse non sei tu il pubblico giusto per quel tipo di offerta lì. Poi vedi Top Gear, scuoti la testa e dici, no, tutto si può fare bene o male, anche un programma sulle colonscopie, sono tutti dei cialtroni maledetti! Top Gear è fatto bene, De Adamich è come tirarsi una martellata forte sul ginocchio.
A Top Gear ho visto il conduttore fare questa cosa.
Ci ho provato anche io.
Funziona.
Stare a una certa distanza dalla propria automobile. Azionare il telecomando della chiusura centralizzata (sì, quello attaccato alle chiavi). Verificare che funzioni. Allontanarsi di un passo dall’auto. Riprovare. Verificare che funzioni. Allontanarsi di un passo. Riprovare. Continuare così finché non si arriva a un punto abbastanza distante perché il telecomando non agisca più, perché l’auto è fuori dal suo raggio d’azione. Provare diverse volte per essere proprio sicuri che da lì l’auto non si apra e non si chiuda. Niente da fare. A questo punto, attenzione, prendere il radiocomando e appoggiarselo sulla fronte o su una tempia, insomma dove volete voi ben premuto sulla testa. Azionarlo. Funziona. Staccarlo dalla testa. Azionarlo. Non funziona. Provare altre mille volte. Convincersi.
Il metodo sperimentale ci dice che qui avviene un fenomeno di qualche tipo. La scatola cranica amplifica? La scatola cranica respinge le onde meglio del resto del corpo e le fa rimbalzare a destinazione? La scatola cranica contiene transistor misteriosi che emettono onde se nutriti con le stesse? Non ci è dato di saperlo. Ma funziona e gli amici vi inviteranno a tutte le feste piene di modelle ubriache, se mostrerete loro il trucco del trasmettitore cranico centralizzato. (E non fate i tamarri, citate la fonte così invitano anche me.)



lunedì 28 agosto 2006

Le vestali riottose del tempio della polvere


narcissusUn tempo, da piccolo, ero un fan scatenato del Maurizio Costanzo Show. In quegli anni il conduttore era sposato con Gollum (ai tempi si faceva chiamare Marta Flavi). Gli ospiti erano tanti, c’era la passerella, si scannavano sempre. D’estate poi c’erano ospiti spettacolari che parlavano di viaggi e di paranormale. Le litigate regalavano momenti indimenticabili. Tipo il mago Otelma che ripete (inanellato, vestito da Faraone Liberace): “Lei disconosce l’impovtanza di Evmete Tvismegisto! Lei è un ignovante! Lei disconosce l’impovtanza di Evmete Tvismegisto!”.
Una sera al Maurizio Costanzo Show c’era la preside di un liceo che lesse una sua poesia orripilante dove a un certo punto spiccava l’espressione “arbusti divelti”. Era una porcheria. Un critico d’arte secco, antipatico e capelluto, che era tra gli ospiti, fece notare che la poesia della signora era tremenda. Ne scaturì una bagarre. Lei si difese sostenendo che il critico, Vittorio Sgarbi, fosse un “asino poetico”. Lui rispose, conciso e condivisibile: “E lei è una stronza”.
Sono passati tanti anni. L’abbiamo visto che si mena con D’Agostino da Ferrara. L’abbiamo visto che urla in faccia a Staffelli e proclama la bruttezza del tapiro d’oro (bravo!). L’abbiamo visto che fa il cattivo col Trio Medusa (pollo!). L’abbiamo visto con le pornostar. L’abbiamo visto a Telemarket. L’abbiamo visto con le vene fuori, milioni di volte, in parlamento e in televisione che se la prende col fare di chi è rimasto solo a difendere i principi fondanti della nostra civiltà, sferzati dall’ignoranza e dal moderno. Un paladino.
Da qualche tempo Vittorio Sgarbi è assessore alla cultura del comune di Milano. È stato quindi scelto per occuparsi di quella parte della cultura della città che è legata, del tutto o in parte, al settore pubblico. Per come funzionano l’economia e la logistica della cultura in Italia, il pubblico ha un ruolo fondamentale. Quindi quella di Sgarbi è una carica importante.
Da una settimana a questa parte sulle pagine milanesi di Corriere e Repubblica, e un po’ anche sulle nazionali di questi e altri quotidiani, si parla del prestito del Cristo Morto di Mantegna, dipinto richiesto alla Pinacoteca di Brera dagli organizzatori di una una mostra su Mantegna (tra i quali spicca Sgarbi stesso). È una settimana che litigano. È una settimana che tutti i giorni c’è un articolo. Capisco l’estate. Però.
La lite tra Sgarbi e Rutelli prima, la lite tra Sgarbi e Zecchi poi, la lite tra Sgarbi e il Cristo Risuscitato Per L’occasione Perché Non Ne Può Più dei prossimi giorni. Tutta ’sta roba a me non interessa. Io non mi occupo di musei, di conservazione, di archivi. C’è gente che fa quel lavoro lì, ma per il pubblico tutto questo non è importante. Litigate per i fatti vostri e poi raccontateci alla fine come è andata.
Sappiamo che Sgarbi è prima di tutto un vanitoso patologico, uno che si ciba quotidianamente del suo io, anche in spregio delle sue capacità innegabili. Ma è più forte di lui. E guarda caso, catalizza lo scontro con suoi consimili come Francesco Rutelli e Stefano Zecchi, rispettivamente Consigliere di Corte e Gran Ciambellano del Regno di Vanesia. Ma quello con Rutelli è stato uno scazzo passeggero; il vero clash of the titans è Sgarbi-Zecchi, ovviamente.
Io sono stufo di questi addetti alla cultura che intervengono nella vita collettiva del paese solo per diffondere i loro sdegnosi no, solo per parlare di roba di secoli fa, solo per discutere e polemizzare in favore di quello che c’era, in difesa di quello che rimane e contro quello che sta arrivando. Conservatori prudenti, fermi, prevedibili. Sempre con le palle girate. Sempre scocciati. Sempre snob e pieni di sé. Mai un dubbio, mai lasciarsi andare. L’autorevolezza costruita a suon di no, no, no (e quanto sono bello mentre dico no mammamia quanto sono bello!).
Puoi prendere in giro un po’ di gente ogni tanto ma non puoi prendere in giro sempre tutti, dice il proverbio. E forse sarebbe il caso che se ne rendessero conto, tra un’alzata di mento e l’altra. Anche perché non li pagano per litigare. Quello era prima. Quello era agli inizi, ai tempi del Maurizio Costanzo Show.



sabato 26 agosto 2006

Crossing the bridge – The sound of Istanbul


orhan_gencebay_single_web.jpgCom’è. Il regista de La sposa turca è turco. Il bassista degli Einsturzende Neubauten è crucco. E siccome il crucco si è innamorato di Istanbul, il turco ha deciso di riprenderlo mentre compie un viaggio nella musica contemporanea di Istanbul, sia dalla parte europea che da quella asiatica, sia tra i classiconi che in mezzo ai gruppi rock del momento. È un documentario.
Perché vederlo.
C’è una curda con una voce pazzesca e anche un tizio che fa hip hop con una mitraglia non indifferente in bocca. Ci sono certi baffazzi da competizione e le vecchie glorie della musica turca hanno belle facce. Se poi vi chiamate Sabina e avete sposato un ragazzo turco (appassionato di Nintendo DS), non potete perdervi una siffatta cartolina musicale di Damasco (questa la capiscono in pochi, ma quei pochi ridono).
Perché non vederlo.Non è che siamo messi benissimo come musica moderna a Istanbul. Almeno quella che si vede qui, tranne qualche eccezione, è derivativa e banale. Poi le riprese musicali sono fatte con una sola telecamera. Questo vuol dire che tutti gli stacchi sono girati dopo e non sono in sincrono con la musica. Insomma una roba apparentemente tecnica che però se te ne accorgi ti fa imbestialire. In assoluto tutto il documentario è sciatto formalmente e pasoliniano nell’impianto, cioè tutto tradizione tradizione tradizione viva la tradizione viva la tradizione (e la fortuna della Turchia è che Ataturk alla tradizione ha sparato in fronte). Infine, i tossici per strada con la chitarra no. Tutto, ma quelli no. Per favore.
Una battuta.
Istaaanbuuuullll!



giovedì 24 agosto 2006

Thank you for smoking


marlboroSono più le rubriche nuove che i post, lo so. Comunque ho deciso che ci metto anche delle recensioni di film, su Freddy Nietzsche. Perché? Perché no? Magari non regolarmente, ma quando capita. E poi quando tornano i grafici e i webdesigner e i gianlucaneri, metto ordine tra le rubriche e sarà facile ritrovare la roba che si vuole e naufragare in questo idroscalo di bla bla bla.

Com’è. Il cinema hollywoodiano trasuda buoni sentimenti. Da sempre crocevia del pensiero liberal di chi lo fa e di quello conservatore di chi ci mette la grana, la fabbrica dei sogni ultimamente ha rotto le palle con la correttezza politica settoriale. “Proiettili a strafottere, cicche non se ne parla neanche” sembra il nuovo viatico di produttori, sceneggiatori e registi. Il film è una commedia brillante piena di battute fulminanti di scuola ebraica frizzantina, dove si racconta la storia di un tizio che rappresenta le compagnie produttrici di tabacco e fa l’oratore in tutte le circostanze in cui loro devono rispondere alle critiche. Avete presente i film sulle multinazionali, quelli in cui alla fine si scontrano in tribunale l’avvocato buono e ingenuo e una faina col pelo sullo stomaco che gli fa il mazzo o perde con stile? Ecco. Tipo Grisham o tipo quel capolavoro di Michael Mann con Pacino nella parte del giornalista di 60 minutes proprio sul tabacco? Ecco. Thank you for smoking è la versione Harry ti presento Sally di quei film là.
Perché non vederlo. Perché non va da nessuna parte e perché racconta del tabù delle sigarette al cinema e nello stesso tempo non c’è uno che fumi in tutto il film.
Perché vederlo. Perché è scritto e diretto bene. Si ride. C’è un cast di caratteristi bravi e non solo, tutti perfettamente nella parte, tipo il protagonista Aaron Eckart, tipo il gigantesco William H. Macy, tipo occhipallati J.K. Simmons, tipo Robert Duvall, tipo la supersexy Maria Bello. Menzione speciale per Cameron Bright. I bambini al cinema hanno la faccia da angeli e li vorresti morti perché sai che sono solo stronzetti spocchiosi. Poi crescono, diventano degli imbecilli, si schiantano in macchina, si fanno le pere ed è sempre una bella rivincita. Cameron Bright, il bambino di Birth, ha la faccia da stronzo già adesso. Si lascia guardare senza essere insopportabile. È anche bravo. Incredibile ma vero.
Una battuta. Come sono? Avete presente il tipo capace di andare a letto con qualsiasi ragazza? Io sono quello, strafatto di crack.



venerdì 18 agosto 2006

Ah, look at all the gente in giro


LPLogo_sm1.jpgSenza un particolare motivo per farlo, mi sono inventato un nuova rubrica. Si ispira ovviamente alle ottime guide Lonely Planet, che tutti usiamo per andare in giro per il mondo, ma è una raccolta di mini guide turistiche a tema libero. Funziona così. Chi va in un posto (Chicago, Maglie, Benares, Tangeri, dove vi pare) quando torna, se gli va, scrive delle impressioni, in una forma e con uno stile che gli sembrano interessanti (non oltre le 2500 battute) e le spedisce a fnlonelypeople@gmail.com. Se vuole ci può anche mettere una foto. Meno la roba ha un senso universale e informativo in modo tradizionale, più e personale, ossessiva, asfittica, in qualche modo vagamente (aiuto!) creativa, maggiori saranno le possibilità che venga pubblicata su Freddy Nietzsche. Tipo se uno va a Brisbane e litiga col benzinaro e magari vuole raccontare solo quello di Brisbane, be’ per me va anche bene. Se poi allega anche la foto di John il benzinaro scorbutico, meglio ancora.
Grazie come al solito a Enrico per il logo. Poi con calma facciamo tutto per bene, con pagina dedicata, bollino accanto al titolo, un po’ come Ebrei For Dummies (che tra l’altro riparte a giorni, perché siamo circoncisi, non fanagottoni).



giovedì 17 agosto 2006

Tu quoque, Bisie, fili mi


barksAlla fine degli anni dieci, il dio del racconto per immagini Carl Barks, rimasto orfano di madre e impossibilitato a continuare gli studi per via di gravi problemi all’udito, si barcamena tra mille lavoretti. Più tardi, da affermato disegnatore Disney, inventerà un personaggio simile a quella versione arrabattona di se stesso: Paperon De’ Paperoni. Il passato di Paperone (pantaloni bucati, Klondyke, denti che battono al freddo in una catapecchia) emerge qua e là nei suoi ricordi, quando asciuga i nipoti tutti raccontando la dura vita dell’uomo che si è fatto da solo, per spingerli ad accettare sacrifici e angherie varie. E dentro a quelle storie c’è un po’ dell’infanzia verissima e disperata di Carl Barks.
Molti anni dopo un attore di Milano, già discepolo di Dario Fo, cerca insieme a molti altri colleghi (comici, musicisti, registi e altro) di farsi strada nel mondo dello spettacolo italiano. Il suo pezzo forte è un celebre monologo sulla natura ambigua e poco comprensibile di quei paperi inventati proprio da Carl Barks. L’attore si chiama Claudio Bisio.
Dopo molti anni nel sottobosco creativo milanese, Bisio emerge insieme ai suoi soci nei primi film di Gabriele Salvatores, coi quali partecipa alla realizzazione di Mediterraneo e vince una fetta di Oscar con Mediterraneo. Non è poco. In musica, collabora da sempre con Rocco Tanica e gli Elio e le Storie Tese. In televisione, è nella gran parte dei programmi comici milanesi (cioè non Dandini/Guzzanti per intendersi), tipo Zanzibar, Cielito Lindo, Facciamo Cabaret, Mai dire gol, Zelig e altro. Quest’ultimo programma, condotto insieme all’ottima Vanessa Incontrada, diventa un fenomeno nazionalpopolare di dimensioni clamorose, più per il tono e l’approccio informali, che per la qualità straordinaria dei numeri che si susseguono sul palco. Dopo molti anni di successo, anche quella, come ogni altra formula, ha stancato. La gente ha smesso di chiedersi chi sia Tatiana e se il papà sia connesso e l’anno prossimo vedremo meno comici e più commedia, a quanto pare.
In questi anni ci eravamo convinti che Bisio fosse uno capace di rimanere simpatico, dotato di senso della misura, in qualche misura uno normale, pur avendo una popolarità vastissima. Tutte le cose che faceva dimostravano una certa dose di qualità e di passione. Il lavoro con gli EELST di questa estate sembrava confermarlo: una novità, una sfida, un tour di un mese con oltre venti date. Roba interessante, ben fatta.
Apprendiamo con una smorfia che Aurelio De Laurentis, formidabile produttore cinematografico italiano, capace di fare valanghe di soldi da industriale del cinema in un paese senza industria cinematografica, ha convinto Claudio Bisio a recitare in un suo film di natale. Il problema è che lo stesso Aurelio De Laurentis riesce a fare quei soldi con una pratica collaudata, che si basa su una sciatteria diffusa in tutte le fasi della realizzazione del film, controbilanciata da alcuni elementi molto solidi di promozione e scrittura. La promozione è basata sulla popolarità consolidata dei partecipanti e rifugge da qualsiasi forma di originalità, ma ha dimensioni imponenti da ogni punto di vista (spot, ospitate, pagine sui giornali, copie distribuite. La colonna sonora è presa dalle colonne sonore delle campagne pubblicitarie dei telefonini o dai tormentoni delle discoteche più tamarre; i protagonisti sono i conduttori di trasmissioni di prima serata; soggetto e sceneggitura sono volgari, banalissimi, conditi di turpiloquio senza coraggio; il tutto è condito da tette, stacchi di coscia e battute come: “Guarda: quel culattone ha pestato una merda!”.
Claudio Bisio crescerà ancora di più in popolarità e guadagnerà una montagna di soldi. Ma come i suoi amici Aldo, Giovanni e Giacomo, entrerà nella schiera di quelli che finiscono nella grande madre romana del cinema senza qualità di Natale. Ne sarà valsa la pena? Probabilmente sì, dal punto vista del deposito con sopra scritto € dove potrà fare il bagno. Anche se di solito quello è un processo irreversibile. Non si torna a fare cinema piccolo, entusiasta e squattrinato, quando si è fatto cinema orrendo, stanco, impiegatizio e milionario.

PS – Molti di voi diranno voglio vedere te, voglio vedere chi direbbe di no a tutti quei soldi. Si può dire no a tutti quei soldi? Sì. Si può. Una che ha detto di no (e i soldi erano veramente una montagna), c’è. Si chiama Luciana Littizzetto.



martedì 15 agosto 2006

È tutto vero!…?


orsonnewsCi sono due notizie che girano in questi giorni che dimostrano come nel nostro paese ci sia una classe di giornalisti vecchiotta e annoiata, rapita in Agosto sostanzialmente da UN problema: quello di raccattare i soldi contati per comprare un Cucciolone al bar della spiaggia, perché si gira solo col costume e dopo non si vuole tenere il resto in mano (di marsupio non se ne parla, giustamente, che fa sfigato).
Sul Po, vicino a Pavia, si sono riunite alcune migliaia di giovani da tutta Europa, per un rave hippy non concordato con le autorità. I rave, un tempo, nel Regno Unito e non solo, erano ritrovi improvvisati che si svolgevano dentro ai capannoni o in altri luoghi periferici chiusi. Oggi quella formula si è ibridata con atmosfrere più agresti, da festival estivo, da fiore in bocca. Sono calati come i barbari, raccontavano le cronache dei giornali alla vigilia, come un fiume troppo ampio per essere arginato. Erano anche un po’ vestiti male (Questi non sono il popolo del rock in coda per Vasco! Perché non hanno in fronte le bandane?! Mollica, dì qualcosa! Qualcosa su Benigni, Pazienza, Fellini, qualsiasi cosa!!) e hanno costretto i vertici locali della polizia a concitate riunioni d’emergenza fino a tarda notte. Quando poi la cosa dopo tre giorni si è conclusa, senza nessun problema di ordine pubblico e solo con un po’ di rumore per gli abitanti, nessuno (tranne il Foglio di oggi, in prima pagina) ha trovato interessante raccontarlo. Perché per raccontare l’alieno basta chiedere agli altri quanto lo temono; per raccontare ragazzi normali che si conoscono poco, bisogna parlarci: troppa fatica e poco panico rendono l’uomo pigro.
Poi c’è la tassa sul lusso in Sardegna. Qualche giorno fa Flavio Briatore e pochi altri, nemmeno troppo convinti della causa ma certamente determinati a trovarsi e fare battute e chiacchierare coi giornalisti, hanno manifestato il proprio dissenso rispetto alla legge introdotta dalla giunta regionale di Renato Soru. Il tutto al Billionaire. Tutti i giornali hanno raccontato il fatto, dicendo anche che c’erano forse un paio di decine di persone. Per dare l’idea, lo stesso giorno in una città come Cagliari i manifestanti erano cinque (sì, 5). Eppure, ogni volta che si cita la legge, si specifica sempre che è quella “che ha scatenato una rivolta dei vip guidati da Flavio Briatore” o cose del genere. Briatore non è rilevante. Biratore è un vip pieno di visibilità. Bene. È ricco. È in Sardegna. Molti punti di contatto e quello di cui si parla, in effetti. Ma gli articoli su quella legge potrebbero forse prescindere da questo effetto “Lucignolo – Bellavita” e passare oltre. Visto che la manifestazione di Briatore era un aperitivo per giornalisti e altri vip. Si vede da lontano. Figuriamoci come se ne è accorto chi quelle tartine e quello spumantino li ha assaggiati lì sul posto.



sabato 12 agosto 2006

È l’Ordine dei Giornalisti, bellezza. E tu (forse) non puoi farci niente!


bogartDaniele Capezzone, pugnace e rompino segretario della Rosa nel Pugno (che ormai affettusamente io chiamo la Rosa nel Culo, dopo il risultato delle ultime elezioni, ottenuto anche col mio aiuto), ha finalmente toccato il tasto dolente, quello dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. Le reazioni stizzite di tutti, dalla Lega a Rifondazione, la dicono lunga su quanto questa sia una storia pesa. Alla fine a quanto pare l’abolizione non ci sarà, ma una riforma forse sì. Speriamo che la riforma svuoti di senso giuridico l’ordine, così che i giornalisti di domani non siano più obbligati a passare dall’ordine e quelli che ci sono già dentro ci possano stare. Insomma un lento cambio della guardia, strutturale e generazionale, direi.
Ma perché io ce l’ho con l’ordine? Semplice. Perché non ha ragione di esistere.
Seguitemi. C’è un signore che ha dei soldi e vuole stampare della roba su un pezzo di carta e venderla a della gente per dei soldi. Mi chiama perché sa che so scrivere. Magari non è vero, ma io l’ho convinto e lui mi paga per questo (sono fatti nostri), come farebbe per un qualsiasi altro lavoro. Io scrivo. Il giornale esce. Vorrei sapere in quale punto di questa dinamica serve un esame. Spiegatemelo perché non lo capisco. Tra l’altro, come capita sempre quando c’è un ente corporativo, tutte le trattative contrattuali, tutti i vantaggi eventuali, tutte le sicurezze, le casse previdenziali, riguardano chi è dentro. Chi sta fuori, cazzi suoi.
Alcuni, con un ragionamento che ormai io trovo assurdo ma che posso capire, pensano che l’Ordine dia una garanzia di onestà e deontologia. Ma il quarto potere funziona in sé, non ha bisogno di un ente che supervisioni e decida. La stampa perde credito quando scrive cretinate e i giornalisti capaci lo sono non perché lo dice l’Ordine ma perché lo dicono i lettori, gli editori, la stampa stessa.
Torniamo all’esempio di prima. Se ho scritto una cretinata la gente non lo comprerà più. Se ho scritto qualcosa che configura il reato il signore mi dà un calcio in culo e i suoi avvocati se ne occupano, e io rispondo personalmente. Se, dopo aver prodotto un danno al giornale A ed essere stato cacciato, busso al giornale B, il proprietario del giornale B mi fa il gesto dell’ombrello. Per tornare a scrivere deve prendere meno soldi, devo fare lavori meno gratificanti, deve passare del tempo prima che io riesca a tornare a esprimere le mie idee con il risalto che avevo. Prima di scrivere un’altra cretinata, in buona o cattiva fede io sia, ci penso sei volte. E se persevero, vado a fare un altro lavoro.
L’ordine invece strepita solo quando è imminente un licenziamento, quindi per difendere i giornalisti, qualsiasi sia quello che hanno fatto. Non capita mai (MAI!!!) che l’Ordine vada contro un giornalista, frontalmente, con forza e ottenga qualcosa. E allora non è garanzia quello che offre, ma semplicemente difesa d’ufficio dall’alto di una posizione dio potere e una cassa previdenziale coi controfiocchi. Allora, dico io, va benissimo, ma perché le leggi italiane in termini di libertà di stampa e normative della stessa devono avere a che fare con un’associazione così poco sensata? Chi vuole si iscriva. Ma questo non fa certo di lui un giornalista. Sarà un giornalista privilegiato, va bene, ma non un giornalista.

PS – L’esame per entrare nell’ordine dei giornalisti prevede che lo scritto si scriva con una macchina da scrivere meccanica. Nel 2006. Non sto scherzando.



venerdì 11 agosto 2006

Prove tecniche di arte pop: il caso Daniel Edwards


britneyL’anno scorso a settembre negli Stati Uniti si parlò, anche se non troppo, di un trittico di opere composte da una scultura in gesso raffigurante la testa del leggendario battitore dei Boston red Socks Ted Williams, accanto ad alcuni oggetti legati alla sua professione. Le teste rappresentavano la testa mozzata del Williams stesso. Perché era stata mozzata? Perché il fratello, invasato duro, aveva ottenuto la custodia del corpo del campione e aveva deciso, dopo una controversia legale con la sorella, di affidarlo alla Alcor, azienda leader nel campo criogenico. Cosa fanno alla Alcor? Semplice: immagazinano i corpi di persone morte dentro a contenitori stagni raffreddati con azoto liquido. Un giorno, secondo loro, verranno riportati in vita. Nella procedura di stoccaggio della Alcor è previsto che la testa sia conservata separatamente. Quindi decapitano i cadaveri, prima di affidarli all’abbraccio del freddo Kelvin.
Dell’opera e del suo realizzatore, il barbuto Daniel Edwards, non si seppe molto da questa parte dell’oceano e nemmeno poi troppo dall’altra. Ma qualche mese dopo, nella primavera del 2006, compariva sui giornali di tutto il mondo, dalle parti del colore e non dell’arte contemporanea, l’immagine di una scultura (di cui vedete il lato che i giornali non hanno pubblicato) raffigurante la puerpera Britney Spears che partorisce gattoni, allungandosi su una pelle d’orso. Il titolo della scultura è Monument to Pro-Life: The Birth of Sean Preston, che potremmo tradurre “Monumento al movimento per la vita/al movimento antiabortista: la nascita di Sean Preston”. Britney Spears aveva in efftti partorito il 14 settembre 2005 con taglio cesareo. Ma questo non conta. I giornali, o per Britney, o per quello che vedete, o per l’orso, o per la posizione, oppure per il titolo e la polemica politica pro-life/pro-choice, ne parlarono tutti.
Ora, in questi giorni, si parla della terza scultura del barbuto Daniel Edwards, ancora una volta sui siti dei quotidiani, o nelle pagine del colore, perché si tratta di un busto che rappresenta Hillary Clinton, il senatore, con delle tette maestose e durissime bene in vista. A detta dell’artista, l’idea gli è venuta sentendo una frase di Sharon Stone, pronunciata nelle interviste durante la promozione di Basic Instinct 2, secondo la quale gli americani non sarebbero oggi pronti a dare fiducia a Hillary Clinton perché ha ancora troppa carica sessuale. Evidente che tutto questo non ha niente a che vedere con la realtà della vita politica e delle valutazioni degli elettori americani, ma senza dubbio ha a che fare con la cultura pop e con l’intreccio tra realtà e promozione cinematografica. Quindi c’entra in pieno con la scultura.
Perché Daniel Edwards è un artista pop. Le sue opere non sono solo le opere, ma anche la reazione dei media e il modo in cui il mondo dello spettacolo stesso risponde a sua volta a questa proiezione di sé. Per ora la missione sembra compiuta. A ogni opera l’attenzione cresce e l’elemento di scandalo, fondamentale per l’arte tutta, ma per quella contemporanea in particolare, continua ad essere sottolineato da tutti. L’arte che finisce nelle pagine dell’arte praticamente non esiste, non è rilevante per la società.
Le motivazioni dietro alle opere, l’aria di artista sensibile, l’urgenza creativa, sono solo imitazioni del classico atteggiamento dell’artista. Tutto sembra fare parte di una rappresentazione divertita con la faccia seria, come un mockumentary: diciamo che Edwards sta all’arte contemporanea come gli Spinal Tap stanno alla storia della musica pop.
I documentari The Several Severed Heads of Daniel Edwards e Hillary’s Bust, realizzati dall’esordiente inesistente A. D. Calvo per la Goodnight Film, sono tutti parte dello stesso meticoloco progetto.
Tra qualche mese tornerà con un’altra scultura. Poi faranno una personale. Poi diranno che è un impostore. Salteranno fuori scandaletti e altre sculture e denunce e articoli e altra roba. Tutto secondo i piani, intelligenti, di Daniel Edwards, artista pop.

ps – Se l’immagine di Britney vi stomaca, sappiate che anche voi siete venuti fuori così. Fatevene una ragione. E se siete nati cesarei, come me e Sean Preston, la scena faceva schifo uguale se non di più. Guardate Reparto Maternità su Fox Life se non ci credete.



martedì 8 agosto 2006

Raschiare il fondo del pescecane


shark_big.jpgL’altro ieri credo di aver visto il reality classico mostrare lo scollinamento della curva minima di creatività, il punto di non ritorno, quando le idee finiscono e si alza solo il volume senza suonare niente di nuovo.
Non ce n’è più. Altro che Happy Days e il suo salto dello squalo.
MTV: un garone speciale unisce i due reality classici del canale, Real World insieme a Road Rules. Siamo alla finale concentrata di due produzioni. Una delle prove è la seguente. Su un campo di mais tagliato da poco ci sono due furgoni carichi di carne e delle macchine agricole, tipo trita-alberi o qualcosa del genere; due squarde, i gtiocatori di ciascuna divisi in due categorie, lanciatore e raccoglitori. Il lanciatore prende dei blocchi di carne semi scongelata dal camion e li lancia nella bocca del tritatutto, che smionuzza e spara bistecchine a strisce lontano, a una trentina di metri di distanza, sparpagliate su un area di una decina di metri. Lì, dalle parti dell’impatto, c’è il resto della squadra: tutti hanno tute impermeabili colorate e un cestello di plexiglas in testa. Lo scopo del gioco è raccogliere, in un catino dove i concorrenti svuotano il loro cestello periodicamente, quanta più carne possibile. Quello che succede è pronti via, e cominciano a piovere brandelli di carne, coi concorrenti disperati che presto scivolano su un mare d’erba e brandelli di carne e non raccolgono una mazza. Dall’altra parte, dai col trito! E vengono fatti fuori diversi quintali di carne triturata e sparata in testa ai concorrenti della televisione. E tutti sono imbranati, la cosa viene male, raccogliere ’sto mare di carnazza fetida è impossibile.

Domande che gli autori forse si sono fatti, per poi decidere di no:
A-Perché carne e non merda?
B-Quelli col cestello potrebbero essere nudi, no?
C-E che ne dite di usare la carne marcia e tirare dentro anche Fear Factor?!

Domande che gli autori non si sono fatti:
A-Ma è divertente?
B-Ma è ributtante, siamo sicuri?
C-Questo gioco fa schifo. È porno per macellai sadici! Non sarà il caso di metter lì un bel toro meccanico e lasciare perdere?