Sabato 12 Agosto 2006
È l’Ordine dei Giornalisti, bellezza. E tu (forse) non puoi farci niente!
Daniele Capezzone, pugnace e rompino segretario della Rosa nel Pugno (che ormai affettusamente io chiamo la Rosa nel Culo, dopo il risultato delle ultime elezioni, ottenuto anche col mio aiuto), ha finalmente toccato il tasto dolente, quello dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. Le reazioni stizzite di tutti, dalla Lega a Rifondazione, la dicono lunga su quanto questa sia una storia pesa. Alla fine a quanto pare l’abolizione non ci sarà , ma una riforma forse sì. Speriamo che la riforma svuoti di senso giuridico l’ordine, così che i giornalisti di domani non siano più obbligati a passare dall’ordine e quelli che ci sono già dentro ci possano stare. Insomma un lento cambio della guardia, strutturale e generazionale, direi.
Ma perché io ce l’ho con l’ordine? Semplice. Perché non ha ragione di esistere.
Seguitemi. C’è un signore che ha dei soldi e vuole stampare della roba su un pezzo di carta e venderla a della gente per dei soldi. Mi chiama perché sa che so scrivere. Magari non è vero, ma io l’ho convinto e lui mi paga per questo (sono fatti nostri), come farebbe per un qualsiasi altro lavoro. Io scrivo. Il giornale esce. Vorrei sapere in quale punto di questa dinamica serve un esame. Spiegatemelo perché non lo capisco. Tra l’altro, come capita sempre quando c’è un ente corporativo, tutte le trattative contrattuali, tutti i vantaggi eventuali, tutte le sicurezze, le casse previdenziali, riguardano chi è dentro. Chi sta fuori, cazzi suoi.
Alcuni, con un ragionamento che ormai io trovo assurdo ma che posso capire, pensano che l’Ordine dia una garanzia di onestà e deontologia. Ma il quarto potere funziona in sé, non ha bisogno di un ente che supervisioni e decida. La stampa perde credito quando scrive cretinate e i giornalisti capaci lo sono non perché lo dice l’Ordine ma perché lo dicono i lettori, gli editori, la stampa stessa.
Torniamo all’esempio di prima. Se ho scritto una cretinata la gente non lo comprerà più. Se ho scritto qualcosa che configura il reato il signore mi dà un calcio in culo e i suoi avvocati se ne occupano, e io rispondo personalmente. Se, dopo aver prodotto un danno al giornale A ed essere stato cacciato, busso al giornale B, il proprietario del giornale B mi fa il gesto dell’ombrello. Per tornare a scrivere deve prendere meno soldi, devo fare lavori meno gratificanti, deve passare del tempo prima che io riesca a tornare a esprimere le mie idee con il risalto che avevo. Prima di scrivere un’altra cretinata, in buona o cattiva fede io sia, ci penso sei volte. E se persevero, vado a fare un altro lavoro.
L’ordine invece strepita solo quando è imminente un licenziamento, quindi per difendere i giornalisti, qualsiasi sia quello che hanno fatto. Non capita mai (MAI!!!) che l’Ordine vada contro un giornalista, frontalmente, con forza e ottenga qualcosa. E allora non è garanzia quello che offre, ma semplicemente difesa d’ufficio dall’alto di una posizione dio potere e una cassa previdenziale coi controfiocchi. Allora, dico io, va benissimo, ma perché le leggi italiane in termini di libertà di stampa e normative della stessa devono avere a che fare con un’associazione così poco sensata? Chi vuole si iscriva. Ma questo non fa certo di lui un giornalista. Sarà un giornalista privilegiato, va bene, ma non un giornalista.
PS - L’esame per entrare nell’ordine dei giornalisti prevede che lo scritto si scriva con una macchina da scrivere meccanica. Nel 2006. Non sto scherzando.
L’altro ieri credo di aver visto il reality classico mostrare lo scollinamento della curva minima di creatività , il punto di non ritorno, quando le idee finiscono e si alza solo il volume senza suonare niente di nuovo.
In questi giorni, la notte, su Rai Tre mandano immagini relative a quello che è succeso in Italia cinque anni fa, prima dell’11 Settembre e subito dopo l’insediamento del Governo Berlusconi: Genova. Un tempo se mi dicevano Genova pensavo alla città . Adesso Genova è un’altra cosa. Anche un’altra cosa. Genova, i fatti delle manifestazioni parallele al G8 di Genova dell’estate del 2001, sono stati il punto più basso espresso dalle istituzioni italiane che io ricordi. E sono nato nel 1974. A Genova io non ci sono andato, per motivi politici. Ma la manifestazione e le sue ragioni sono scomparse dopo il primo giorno, quando si è capito che non era in gioco la politica della Banca Mondiale o altre cazzatelle di quel tenore, ma la salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone. In quei giorni per strada sono successe cose terribili come la morte di Carlo Giuliani, le cariche furibonde indifferenziate su tutti, la violenza pura espressa da forze dell’ordine incapaci di gestire la situazione e bravissime nel mostrare il proprio lato peggiore. Ma alla scuola Diaz e a Bolzaneto si è andati oltre. Alla scuola Diaz e a Bolzaneto noi italiani del 2001 abbiamo provato l’Argentina della giunta militare di Videla, le tecniche della dittatura militare, dello stato di polizia, dell’intimidazione, delle torture: il senso di impotenza davanti a un pezzo dello stato che si comporta in maniera criminale e lesiva della libertà , della coscienza e della memoria delle persone. Chi è passato da lì, il trauma individuale e civile non se lo leva più.