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venerdì 29 settembre 2006

Take another little piece of my heart now baby


crumbDella ridefinizione del diritto d’autore si parla da anni in ambito internettaro, da quando cioè gli utenti hanno cercato di intaccare il diritto dei grandi autori ed editori a proprio favore. È sempre stata una discussione difficile da affrontare, perché una parte della discussione, quella democraticamente più consistente, non ha mai voluto perdere nulla, ma ha sempre e solo preteso una redifinizioni dei confini della proprietà dei contenuti, solo a proprio favore. Mettiamoci d’accordo così: io mi copio le canzoni e tu non rompi le palle. Perché? Perché lo faccio già. E lo vedi questo? È il fratello di questo! Tiè! Ovviamente posta così, per quanto ci si possa sentire popolo in rivolta, non sta in piedi (se la guardi con un po’ di senno).

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mercoledì 27 settembre 2006

Jean Louise, si alzi in piedi. Sta passando suo padre.


peckbirdCi sono delle cose della vita che si imparano al cinema. Il cinema c’è da un secolo buono, ma dal dopoguerra in poi il cinema ha cominciato a parlare dritto in faccia alle persone. Così per queste ultime tre o quattro generazioni delle piccole fette della vita prima le vedi e poi ti succedono. E siccome le hai viste, le capisci di più. Poi ci sono sempre quelli che sostengono che no, che l’esperienza prima di tutto, l’esperienza è tutta un’altra cosa (ma è colpa forse della scuola e dei preti e di Alessandro Manzoni se non sono capaci, mica loro).
Il primo bacio è proprio come quello del cinema, solo che non lo guardi. Lo reciti tu. Ci sei tu al posto di quelli di Breakfast Club, costretti per punizione a diventare grandi il pomeriggio; ci sei tu dentro ai Goonies a sentire con la lingua l’apparecchio dei denti; ci sei tu a farti baciare da una che sembravi morto e ti sembra di resuscitare (magari tutta la storia della pillola rossa non l’hai vissuta, ma ogni bacio vero che sembrava impossibile è il bacio di Neo e Trinity).

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martedì 26 settembre 2006

Make your own kind of heaven (È il 5767! Auguri!)


180px-Jj_abrams.jpgCaro Yenkele, una domanda veloce che spero non ti porti via troppo tempo per la risposta: com’è l’aldilà per la religione ebraica? Grazie per il tempo che dedichi a noi dummies.
Noralisa

Mah, la domanda è difficile e soprattutto il tema non viene troppo affrontato durante la formazione e gli studi (anche se in alcuni ambienti è argomento molto gettonato). Si parla di più dell’epoca messianica, ma anche lì vi sono tante opinioni differenti. Il messia sarà una persona o un’epoca? Che succederà allora? Varranno ancora le regole attuali? Verrà ricostruito il Santuario e si faranno i sacrifici animali oppure ci si limiterà alle preghiere che li hanno sostiuiti? Insomma, se ne sa molto poco. Come potrebbe essere altrimenti? E allora ci si concentra di più sulla vita quotidiana. Non fare danni agli altri ecc.
Yankele

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lunedì 25 settembre 2006

I 7 contro Lapo


7samurai.jpgDai e dai alla fine basta. Come sottolineato anche qui dal consigliere ufficiale di Lapo Elkann, Vasco Rossi ha detto basta (Son diventato buono!) e la FIAT ha deciso di usare un clone pietoso di Seven Nation Army nel suo ultimo spot televisivo. Triste. Parecchio. Roba da loghi e suonerie chiama subito. Il pezzo, oltre ai suoni brutti e all’arrangiamento orribile, è Seven Nation Army con la coda del tema cambiata di due note, dicansi due.
Be’, alla fine Jack e Meg simpatici simpatici ma scemi no, si sono rotti i maroni. E oggi mi è arrivato questo comunicato dal loro ufficio stampa italiano.

Dopo essersi vista negata la licenza per l’utilizzo di Seven Nation Army non meno di tre volte, la Fiat ha deliberatamente infranto i diritti d’autore di The White Stripes e di Jack White registrando o utilizzando una versione “somigliante” di Seven Nation Army in uno spot pubblicitario per una nuova automobile. La parte copiata della canzone di The White Stripes è l’ormai motivo “po-po-po-po-po”, utilizzata durante le partite di calcio e particolarmente in occasione della vittoria della nazionale italiana ai mondiali di calcio, che in realtà ricalca la linea di “basso” che apre la canzone e che identifica in modo univoco Seven Nation Army. The White Stripes intendono a questo punto perseguire ogni via disponibile per tutelare la propria musica.

Così salta fuori che glielo avevano chiesto, questi hanno detto no grazie, poi dai no grazie abbiamo detto di no grazie, poi basta per favore basta abbiamo detto di no la finite di rompere le palle da Torino? E loro, fuuurbi! Adesso, se tutto va come speriamo, causa legale. Gli sta bene. Grandi chiacchiere di rinnovamento e poi alcuni lati dell’universo FIAT sono ancora vecchio stampo: non c’è il coraggio, non c’è il gusto, c’è un senso di paleolitico che non accenna a andarsene.
Consiglio: le canzoni per gli spot si trovano cercando a fondo, non si prendono dalla top ten. Così sono capaci tutti. Anche quelli di TIM, per dire.



domenica 24 settembre 2006

Prepararsi al peggio


lettoUn uomo che vive a letto, paralizzato, senza speranza di tornare a una vita indipendente e capace di un livello di felicità che lui possa considerare dignitoso e soddisfacente, chiede al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che si riapra il dibattito sull’eutanasia. Napolitano acconsente e stimola il parlamento a farlo.
Pronti. Via.
Inizierà una fase in cui si dibatterà sul tema, forse ancora più violentemente di quando non si affrontò la fecondazione. Arriverà una pioggia di fuffa e il Foglio (che stimo e leggo per come è fatto, senza condividere nessuna crociata del direttore) diventerà il bollettino del salvataggio militante della vita, con tanto di intervista ai genitori di Terry Schiavo eccetera eccetera; ci saranno i preti, ci sarà il papa, ci saranno politici e soubrettine con la croce che pende in mezzo alle tette giganti, tutti allarmati in difesa del dono dell’esistenza, e useranno espressioni come “la gioia di un sorriso”; probabilmente una certa parte del dibattito, ai margini del panico sollevato al centro dei media, si soffermerà su concetti astratti, filosofici, altissimi, cosa sia vita e cosa sia morte, come si definisca la volontà di chi è già stato colpito dal male, cosa significhi il dolore: un calderone senza soluzione plausibile, perfetto per far passare la voglia; probabilmente a un certo punto della questione si estrarrà dal cilindro la carta del bambino innocente e si intervisteranno mamme di piccoli leucemici.
Insomma, il dibattito, che è assolutamente lecito e anzi obbligatorio, non sarà su come inserire questa possibilità in una norma seria, realistica e rispettosa delle componenti della società: sarà sì contro no. L’argomento è delicato e nessun mezzo è escluso, quindi si toccheranno le sensibilità di tutti con il vigore del cingolato.
Ma non siamo un paese retrogrado come a volte può sembrare, almeno non su queste cose che toccano la vita di tutti. Saranno meno, ma ci saranno, anche quelli che parleranno dell’assoluta incurabilità di alcune malattie, della piena disponibilità di sé come diritto inalienabile, e anche di particolari delicatissimi che cozzano con quel mostro ideologico detto buon gusto: la malattia vissuta come condanna lenta e inesorabile, l’umiliazione costante, i lamenti e le lacrime, il dolore e la terapia del dolore, l’incoscienza farmacologica e patologica, l’impotenza assoluta di chi è e di chi assiste.
Chi ha visto morire qualcuno con enormi e inutili sofferenze, chi ha a cuore l’argomento, si prepari al peggio. Sarà difficile vincere il desiderio di tirarsi indietro e lasciare che il canile mediatico se la sbrighi da solo.
Ma se anche a voi la causa pare giusta e meritevole, vediamo di esserci nonostante tutto.



sabato 23 settembre 2006

Rovello onirico insopportabile e galattico


galassiaAllora. Andiamo per gradi. Il mio amico Michele è un tassonomico di musica; io no. Lui sa tutto dei gruppi; io mi dimentico tutto e devo tornare a controllare. Essendo tassonomico, Michele è anche un metodico. E ogni tanto attraversa delle fasi monografiche di scoperta o riscoperta di gruppi. Recentemente è stata la volta dei Galaxie 500, che sono tipo i Velevet Underground ma dopo un’esplosione nucleare (per usare un’immagine a effetto così).
Ieri sono andato ospite a Condor di Luca Sofri su RadioDue a parlare di Richard Hammmond e del suo incidente (sta meglio, si è già alzato in piedi). E a un certo punto abbiamo parlato del disco dei Luna che ha la copertina uguale al nuovo disco di Bob Dylan. E guardando su Wikipedia abbiamo scoeperto che i Luna erano nati da una costola dei Galaxie 500. Allora io ho detto sì li conosco (me li aveva fatti conoscere Michele), sono un gruppo importante, influente, seminale. Poi invece di dire “della fine degli anni Ottanta”, ho detto “della fine degli anni Settanta-primi Ottanta”. Perché nella biografia ho letto male la data di formazione dei Luna, dei quali non sapevo niente. I Luna sono del 1991, ma io ho letto 1981 e ho pensato boh, mi ricorderò male io, se i Luna sono dell’81, i Galaxie 500 sono per forza della fine degli anni settanta. E così, in diretta, ho sbagliato di dieci anni. Senza accorgermi subito ma sentendo una strana sensazione di fallimento strisciante formicolarmi i diti.
Poi ieri sera ne ho parlato ad amici esperti e ho avuto la conferma della sensazione di essermi sbagliato.
Perché vi racconto tutto questo?
Perché questa notte, in preda a una specie di virus parainfluenzale che rimbambisce e dà febbriciattola e sudori, mi svegliavo in preda all’angoscia per aver detto che i Galaxie 500 sono della fine dei Settanta e non della fine degli Ottanta.
Ma si può essere così pirla, dico io?
Allora per evitare di impirlirmi ancora e avere il sonno rovinato dal rimorso, ho ammesso il mio errore e ora il fantasma dei natali sbagliati non dovrebbe venire più a rompermi i maroni.



venerdì 22 settembre 2006

Sono il Gran Ciambellano, I am not a number!


patriccoNon pare anche a voi che le dichiarazioni di Vespa siano assurde? E che anche questa volta, anche su questa situazione, si misuri quanto la RAI per chi la gestisce non sia una rete televisiva ma un luogo di potere istituzionale?
Vespa dice che il suo programma costa meno di quello che rende, il che non è assurdo visto che la RAI è un’azienda e il solo fatto che lui lo sottolinei già è segno della stramberia del sistema. Poi dice che se ne va, se da quattro sere a settimana lo portano a tre. Nel farlo critica Ballarò e la sua faziosità. Sostiene che sarebbe uno scandalo se dessero meno spazio a lui adesso che cambia il consiglio di amministrazione. Sostiene che il suo programma non è mai stato criticato ed è equidistante.
Ora. Che un programma di inchiesta non sia mai stato criticato significa che non fa inchiesta. E un programma giornalistico, o che sia anche giornalistico, deve fare inchiesta. Il fatto che non sia mai stato criticato poi è semplicemente falso. Non è stato troppo criticato dalla politica perché Vespa (come ormai anche Simona Ventura, ma su aaltri livelli) è più attento agli equilibri che non ai contenuti. E allora non pensa nemmeno lontanamente che si giudichi il contenuto del programma, ma solo la sua equidistanza. Che forse ci sarà anche stata, tra risotti e contratti con gli italiani, ma non è di questo che voglio discutere. La par condicio è una norma transitoria, che si applica sotto elezioni, e niente ha a che fare con la deontologia professionale del giornalista. Per Bruno Vespa vige una specie di par condicio costante, con un lieve spostamento in favore di chi sta al governo. Detto ciò, il resto?
Se le sue quettro sere la settimana servono a fare puntate su Cogne, col criminologo Bruno, l’avvocato Taormina, la Palombelli, tutta ’sta roba, Crepet, non sarà il caso di rivedere o la formula o il palinsesto? Quelle puntate là, che per Vespa sono un riempitivo tra Fassino e Fini, tanto che non le considera nemmeno, le puntate leggere di Porta a porta sono semplicemente brutta televisione. Coi servizi ingessati, con le battutine sulle donne, con gli ospiti pettinati, senza un minimo di confronto, con un’atmosfera di volemose bbene stamo tra amici piùttardi saribbeccamo ar Gilda che è indifendibile. E poi le puntate sulle operazioni militari con il plastico, e le puntate sul satanismo, tutta questa cronaca vecchia, stantia, verbosa e pruriginosa, buona per un’Italia cauta e timorata di dio che non esiste più.
Aggiungiamo che Porta a Porta è un programma che sfora serenamente quando gli pare, cui non viene quasi mai contrapposto nulla in termini di controprogrammazione interna. Un programma che ha ottenuto i risultati che ha ottenuto grazie a una politica di rete, giusta ma da citare quando se ne parla, sempre a favore di Vespa e del suo spazio. Che quando si mette in discussione qualcosa si voglia dare l’immagine della qualità adamantina e indomita che sfida gli eventi avversi solo con le proprie forze, per favore questo no.
Sul fatto poi Vespa vada da un’altra parte, c’è da rifletter. Dove? A Mediaset no (Mentana). Sulla 7 no (Piroso e il pubblico della 7). Sul satellite forse, ma dubito che un mezzo che punta a un pubblico più giovane imbarchi un professionista che porta con sé tutti gli i segni della continuità più pura. Dal volo di Pinelli a via Poma, fino a Cogne. Sempre sul filo della verità. Senza mai compiere il gesto incauto di finirci dentro.



venerdì 22 settembre 2006

Hamster and the jet


jettoL’altro ieri il conduttore basso della più bella trasmissione di automobili della televisione planetaria, Richard Hammond di Top Gear della BBC, ha avuto un incidente. Ora è in fin di vita e tutto il Regno Unito sta col fiato sospeso. Stava cercando di battere il record britannico di velocità con un’auto munita di motore a reazione, su una pista di una base militare. Pare che abbia avuto l’incidente intorno ai 450 chilometri all’ora. I medici sono ottimisti, ma si parla di possibili danni al cervello. Hammmond, detto Hamster, è il piccoletto del gruppo, ha 37 anni ed è di Birmingham. La BBC, editore del programma Top Gear, ha avviato un’indagine sull’incidente.
Invece, mentre la Gran Bretagna tutta fibrilla e vuole sapere, loro fanno direttone, ma senza l’inviato all’ospedale di Leeds dove Hamster è ricoverato in naurologia; senza le telecamere, ecco seguitemi qui è avvenuto l’incidente; senza il microfono sotto le feritoie audio del citofono con la telecamera che stringe sui nomi e sul dito che suona; senza lacrime la con partecipazione.
Chi spera nella guarigione di Hammond, lascia un’obolo all’eliambulanza di Leeds. Circa 1000 sterline all’ora. Mentre scrivo hanno già abbastanza soldi per pagare una cinquantina di interventi con l’elicottero come quello che ha salvato Hammond.

Chi dovesse pensare di scrivere un commento sagace che avvicinasse Steve Irwin e Richard Hammond (come dire ti sta bene, a uno hai augurato il peggio con l’altro fai il preoccupato), sappia che uno faceva del male agli animali e l’altro era un appassionato di automobili (le automobili anche se le sfasci non sanguinano). Inoltre uno faceva una televisione profondamente antiecologica, perfetta per crescere futuri frequentatori di parchi a tema, ma non abitanti dell’ecosistema terrestre. L’altro fa una trasmissione onesta, intelligente, ben fatta e impegnativa. E la qualità è sempre educativa.



martedì 19 settembre 2006

Dealer, caccia ’sta carta!


damonround
Si sfidano Binelli, un italiano, e Danzer, un crucco. Siamo su Sky Sport. Poker da torneo, cioè No Limit Texas Hold’Em. Questa roba è effettivamente diventata una specie di sport. Nel senso che ci sono dei tornei, dei giocatori professionisti, insomma non è la ruota della fortuna. “I got kids,” diceva john Turturro nel gustoso (per chi apprezza il poker) Rounders(Giocatori). Ho dei figli, una ex-moglie, devo pagare gli alimenti, non sono qui per fare l’eroe del poker, per me è un lavoro, gioco per i soldi. Era il racconto di una middle class del gioco d’azzardo, fascinosa e miserevole insieme. C’era Edward Norton che faceva Dioniso e Matt Damon che faceva Apollo. E un gigantesco John Malkovich nella parte del biscazziere russo in tuta.
Diretta filiazione di quel mondo, in cui alla finale mondiale a Las Vegas arrivano sempre gli stessi come a golf, sono questi tornei mandati per televisione.
E siamo in una gara valevole per i mondiali, su Sky Sport, con il commento di Caressa e del suo socio. E Fabio Caressa al commento del poker è un gigante.
Romanissimo, al punto che chiunque (anche lui) in un altro contesto sarebbe insopportabile; sarcastico come in Italia nessuno mai, fino alla derisione del giocatore scarso; competente in maniera puntuale e lieve nella descrizione degli elementi tecnici; simpatico e rilassato in modo contagioso, come mai l’avevamo sentito.
Gioca un italiano contro un tedesco. Gli italiani sono pochi. Il tedesco ha un gran culo (gli entra una doppia dritta su due cartacce mentre l’altro ha una bella coppia vestita e non gli sale una mazza) e ovviamente Binelli è perseguitato dalla sfiga (vasi comunicanti), anche se gioca bene. Il tedesco è giovanissimo e irritante: sembra un ragazzone ciula.
Il relax da bar dei commentatori è alle stelle. Sublime.
Alcune battute sparate da Caressa durante il crollo dell’italiano.

Adesso escono tre picche e io me ne vado!
Eh, ma che culo!
Danzer…mica danzer sulle punte!
Dai, ‘na donna, na cosa così…
È sul Titanic. / Sì, ma ha ggià finito di sonà l’orchestra!
Dai! Dai! Daaaaiii! ALL INN!!! FAI ALL INN!!!! E ddaii, ciai mille lire!
E vabbè, allora dillo.
No, vabbè no. Io me ne vado.
Il Zaponetta è ‘na traggedia. Ai mondial di croupier noo chiamavano di sicuro, il Zaponetta. (Saponetta=croupier maldestro).
Binelli ha cominciato bene, ma poi ha trovato Esculapio (Esculapio=busone della situazione), e contro Esculapio…

Il poker alla tele è bene, perché mi piace. E poi è uno sdoganamento del gioco a soldi, della libertà laica individuale di prendere e giocare a poker e non mi rompete i maroni. Anticonformista per la morale televisiva un po’ lacrimevole, sempre così diffusa. È sempre poker, quindi prenderlo troppo sul serio porterebbe al tono dei programmi simili anglosassoni, che in genere sono solo per appassionati.
Caressa questa volta ci ha preso. A mio parere è perfetto. Esilarante, ironico, a tratti davvero trascinante.
Un mio nuovo culto personale.



lunedì 18 settembre 2006

Dear Mr. Spielberg


incontriCaro Steven Spielberg, mi chiamo Matteo Bordone e sono nato nel 1974, un anno prima che lei trovasse con Lo squalo un successo e una popolarità planetari che non l’avrebbero mai abbandonata. Sono cresciuto guardando i suoi film. E sono tra quelli che erano troppo piccoli per capire Incontri ravvicinati del terzo tipo al primo giro, ma si sono immedesimati subito nel ruolo dei bambini di E.T.. Le scrivo questa lettera a proposito dello stato preoccupante in cui versa il cinema spettacolare degli ultimi tempi.
Lei ha sempre fatto un cinema di cassetta, come si dice, capace di emozionare e durare nel tempo, realizzando cifre da capogiro. Roba scritta bene, recitata bene, diretta in maniera sopientissima e trasparente (senza spacconate). Nessuno ha mai pensato che nei suoi film lei sfoggiasse bravura, ma tutti constatavano quanto lei fosse bravo. E sempre al servizio della storia.
Il successo avventuroso del momento è un film che si intitola Pirati dei caraibi – La maledizione del forziere fantasma, di cui certamente lei saprà anche più di me. Il film è simile per genere (avventura), successo (blockbuster e fenomeno pop) e ambientazione (antichità e misteri) alla sua saga di Indiana Jones. Il problema è che a differenza di quello che succede in tutti gli Indiana Jones, in Pirati dei caraibi gli attori recitano male, gli effetti speciali non sono credibili, la storia non va da nessuna parte e, cosa ancora più grave, non esistono emozioni. È tutto bello da vedere, ma senza un batticuore che sia uno. Si sorride e anche poco. Ci si annoia abbastanza. Si guarda l’orologio. Mai le mani davanti agli occhi, mai tensione erotica tra i personaggi, mai quella vertigine vera di quando i cattivi rischiano di fare fuori i buoni. Perché, altro problema, i cattivi veri non ci sono. In questo film il cattivo è un grosso polpo e nessuno piange mai, muoiono solo personaggi sullo sfondo, non c’è niente di cui preoccuparsi. Nemmeno la struttura classica del racconto, con l’avventura che si complica e la soluzione intorno alla fine, è rispettata. Nessuno si chiede il perché di niente. Qualsiasi emozione che abbia anche solo un’elemento di incertezza o suspence, viene stemperata da una gag, una battuta, un momento sdrammatizzante paradossale. Così se ne va il dramma, cioè l’emozione, e ci si ricorda che si sta vedendo solo un film e quindi non c’è niente di serio per cui fibrillare. Ma noi paghiamo il biglietto perché ci convincano che dobbiamo prenderci a cuore la vicenda raccontata, non per sentirci dire: “Tranquillo, stiamo solo scherzano per un paio d’ore”. Questo tipo di prodotto sterile e rassicurante, che somiglia all’idea che i grandi hanno dei videogiochi (ma è molto meno intenso e vero dell’80% dei videogiochi) è sempre più diffuso: Pirati dei caraibi è solo l’ultimo di una lunga serie di film simili.
Purtroppo ho visto che anche lei è ossessionato dal bene, ultimamente: ha farcito un film pieno di meravigliosi raggi della morte come La guerra dei mondi di stucchevole retorica famigliare; ha modificato l’edizione rimasterizzata di E.T. così da togliere i fucili dalle mani dei poliziotti che inseguono l’extraterrestre coi bambini in bici, sostituendoli con delle ricetrasmittenti. Pare sia la preoccupazione per i suoi figli ad averla spinta a questo cambio di linea. Mi spiace, ma devo redarguirla. I suoi figli cresceranno. E da grandi detesteranno il finale de La guerra dei mondi e vorranno poliziotti veri con le armi in mano in E.T.. Perché noi, tutti noi, abbiamo bisogno di storie avventurose. E di cattivi. I cattivi servono, anche i morti servono. Noi vogliamo che i film siano storie meravigliose che hanno a che fare con le nostre vite, non con un mondo asettico e irrealizzabile dove tutto si risolve sempre per il meglio. Nelle nostre vite ci sono morti, contrasti, tristezza viscerale, oltre che gioia, risate e orgasmi.
Per questo, Caro Steven Spielberg, le chiedo di rivedere i suoi vecchi film, ripensare a come nascevano, agli attori che avevano come protagonisti, alla credibilità delle situazioni, alla forza emotiva del cinema popolare che lei e altri erano capaci di fare fino a non troppi anni fa. Fatto questo, si rimetta in rotta e realizzi presto un filmone dei suoi. Che sia d’avventura, che sia emozionante, che magari non sia adatto proprio anche ai bambini di tre anni e non finisca con famiglie che si abbracciano ridendo. E che sia un filmone, ripeto. Spettacolare, sognante, immaginifico, vero fino a quaranta minuti dopo che sono finiti i titoli di coda.
Spero che il mio appello la faccia riflettere e le sia d’aiuto.
La saluto e la ringrazio.
Suo devotissimo,
Matteo Bordone