Caro Steven Spielberg, mi chiamo Matteo Bordone e sono nato nel 1974, un anno prima che lei trovasse con Lo squalo un successo e una popolarità planetari che non l’avrebbero mai abbandonata. Sono cresciuto guardando i suoi film. E sono tra quelli che erano troppo piccoli per capire Incontri ravvicinati del terzo tipo al primo giro, ma si sono immedesimati subito nel ruolo dei bambini di E.T.. Le scrivo questa lettera a proposito dello stato preoccupante in cui versa il cinema spettacolare degli ultimi tempi.
Lei ha sempre fatto un cinema di cassetta, come si dice, capace di emozionare e durare nel tempo, realizzando cifre da capogiro. Roba scritta bene, recitata bene, diretta in maniera sopientissima e trasparente (senza spacconate). Nessuno ha mai pensato che nei suoi film lei sfoggiasse bravura, ma tutti constatavano quanto lei fosse bravo. E sempre al servizio della storia.
Il successo avventuroso del momento è un film che si intitola Pirati dei caraibi – La maledizione del forziere fantasma, di cui certamente lei saprà anche più di me. Il film è simile per genere (avventura), successo (blockbuster e fenomeno pop) e ambientazione (antichità e misteri) alla sua saga di Indiana Jones. Il problema è che a differenza di quello che succede in tutti gli Indiana Jones, in Pirati dei caraibi gli attori recitano male, gli effetti speciali non sono credibili, la storia non va da nessuna parte e, cosa ancora più grave, non esistono emozioni. È tutto bello da vedere, ma senza un batticuore che sia uno. Si sorride e anche poco. Ci si annoia abbastanza. Si guarda l’orologio. Mai le mani davanti agli occhi, mai tensione erotica tra i personaggi, mai quella vertigine vera di quando i cattivi rischiano di fare fuori i buoni. Perché, altro problema, i cattivi veri non ci sono. In questo film il cattivo è un grosso polpo e nessuno piange mai, muoiono solo personaggi sullo sfondo, non c’è niente di cui preoccuparsi. Nemmeno la struttura classica del racconto, con l’avventura che si complica e la soluzione intorno alla fine, è rispettata. Nessuno si chiede il perché di niente. Qualsiasi emozione che abbia anche solo un’elemento di incertezza o suspence, viene stemperata da una gag, una battuta, un momento sdrammatizzante paradossale. Così se ne va il dramma, cioè l’emozione, e ci si ricorda che si sta vedendo solo un film e quindi non c’è niente di serio per cui fibrillare. Ma noi paghiamo il biglietto perché ci convincano che dobbiamo prenderci a cuore la vicenda raccontata, non per sentirci dire: “Tranquillo, stiamo solo scherzano per un paio d’ore”. Questo tipo di prodotto sterile e rassicurante, che somiglia all’idea che i grandi hanno dei videogiochi (ma è molto meno intenso e vero dell’80% dei videogiochi) è sempre più diffuso: Pirati dei caraibi è solo l’ultimo di una lunga serie di film simili.
Purtroppo ho visto che anche lei è ossessionato dal bene, ultimamente: ha farcito un film pieno di meravigliosi raggi della morte come La guerra dei mondi di stucchevole retorica famigliare; ha modificato l’edizione rimasterizzata di E.T. così da togliere i fucili dalle mani dei poliziotti che inseguono l’extraterrestre coi bambini in bici, sostituendoli con delle ricetrasmittenti. Pare sia la preoccupazione per i suoi figli ad averla spinta a questo cambio di linea. Mi spiace, ma devo redarguirla. I suoi figli cresceranno. E da grandi detesteranno il finale de La guerra dei mondi e vorranno poliziotti veri con le armi in mano in E.T.. Perché noi, tutti noi, abbiamo bisogno di storie avventurose. E di cattivi. I cattivi servono, anche i morti servono. Noi vogliamo che i film siano storie meravigliose che hanno a che fare con le nostre vite, non con un mondo asettico e irrealizzabile dove tutto si risolve sempre per il meglio. Nelle nostre vite ci sono morti, contrasti, tristezza viscerale, oltre che gioia, risate e orgasmi.
Per questo, Caro Steven Spielberg, le chiedo di rivedere i suoi vecchi film, ripensare a come nascevano, agli attori che avevano come protagonisti, alla credibilità delle situazioni, alla forza emotiva del cinema popolare che lei e altri erano capaci di fare fino a non troppi anni fa. Fatto questo, si rimetta in rotta e realizzi presto un filmone dei suoi. Che sia d’avventura, che sia emozionante, che magari non sia adatto proprio anche ai bambini di tre anni e non finisca con famiglie che si abbracciano ridendo. E che sia un filmone, ripeto. Spettacolare, sognante, immaginifico, vero fino a quaranta minuti dopo che sono finiti i titoli di coda.
Spero che il mio appello la faccia riflettere e le sia d’aiuto.
La saluto e la ringrazio.
Suo devotissimo,
Matteo Bordone