Una delle prime cose che ho scritto su Freddy Nietzsche, oltre un anno fa, è questa invettiva convinta nei confronti di Steve Irwin, il Crocodile Hunter. Qualche tempo dopo, nella rubrica sulla televisione della rivista Drome ho ripreso l’argomento, ma con più tenacia. L’articolo si intitolava Pirla VS Cobra e finiva così (scusate se mi autocito che è da stronzi):
Certo, quotidianamente dobbiamo spiegare a tutti quelli a cui vogliamo bene che quelli non sono documentari, che è una cretinata precotta, che quando si inquadra qualcosa di splendido, se il conduttore dice “Isn’t it amazing!!! Gorgeous!!!” sei volte, quella ripresa splendida non lo è più. Ma soprattutto, visto che anche Hitler era dei nostri e quindi la solidarietà di specie è una stronzata, per favore, nel segreto della nostra scaramanzia personale, tutti insieme, senza vacillare, tifiamo con sincerità e impegno per il cobra soffiante. Un giorno l’abitudine o la stanchezza avranno la meglio sulla prudenza e il furbetto avrà un decimo di secondo di tempo per porre fine a questo strazio.
Il tono dei due pezzi è paradossale, ovviamente: tra detestare un personaggio e odiare una persona c’è una certa differenza. E io la persona non l’avevo mai conosciuta. A me sarebbe bastato che passasse a uno stile spettacolare sì, ma intelligente: meno machista, moralmente disonesto e antiecologico. Invece.
Ieri mattina è successo questo. Steve Irwin stava girando delle riprese in acqua in Australia. In acqua c’erano delle razze spettacolari. Le razze in genere hanno un aculeo velenoso sulla coda. Anche quelle di ieri l’avevano. Irwin è andato troppo vicino a una di queste razze. Andare troppo vicino era il suo marchio di fabbrica e lo faceva con animali di qualsiasi ambiente, specie, tipo, estrazione sociale e forma. La razza, come fanno le razze che nuotano nel Pacifico quando si sentono minacciate, ha fatto scattare la coda verso l’alto per difendersi. E non ha sbagliato. L’aculeo velenoso ha preso Irwin in pieno petto. Il suo cuore, parte di un organismo che come quello delle razze fa del proprio meglio secondo leggi di natura, non ha potuto fare altro che smettere di battere. Steve Irwin è morto, come previsto, facendo il disinvolto, facendo il figo, facendo il pirla, come si sarebbe detto fino all’altro ieri. Da ieri no. Da ieri è morto e allora bisogna dire che è morto tragicamente. Ma così non è. Più onesti sono i commenti: “Te la sei cercata”, “Ti sta bene” o “Così impari”. Forse meglio il primo dei tre. Cercarsela. Inventarsi la battaglia. Qui sta il fulcro.
Figlio di una coppia di proprietari di uno zoo turistico pieno di animali feroci, Irwin è sempre stato quello: un animatore da crocodile farm, uno che si tuffa vestito urlando nella pozza dei coccodrilli e che parla al rettile dicendogli “bello”; uno che è il nuovo Crocodile Dundee, anche se Crocodile Dundee non è mai esistito; uno che dà da mangiare a uno degli animali più letali del pianeta tenendo in braccio il figlio neonato (finendo su tutti i giornali); uno che la tragedia la cerca ostinatamente, ostentatamente, senza pudore e senza un motivo diverso dalla roulette russa: rischio in cambio di emozioni e soldi (con la differenza che le pistole non sono esseri viventi).
Tra amare gli animali e far venire le palpitazioni al pubblico pagante, la differenza c’è ed è gigantesca. Amare gli animali è molto semplice. Basta conoscerli e rispettarli. Tirarli per la coda vuol dire conoscerli, forse, ed emozionare chi ci segue da casa. Ma non è il contrario del rispetto.
La persona è morta male, misaramente, in un attimo, come gli adolescenti ubriachi dietro alle curve, ma a 44 anni, con una moglie e due figli piccoli.
Il personaggio, versione omogeneizzata di un torero, che non ha mai avuto a che fare con scienza, divulgazione, ecologia e buona tv, esce di scena secondo copione: ripreso dalla telecamera, mentre affronta una natura che non mai chiesto di partecipare all’incontro, pronto per resuscitare in forma di repliche, speciali e rivisitazioni commosse.