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sabato 16 settembre 2006

Miguel contro i mulini a vento


quixoteSarà stato il fascino della novità, un dato falsato da prima puntata, quello che volete. Ma a quanto pare Michele è riusciuto nel suo intento primario (nonostante quello che anche lui ripete sempre sulla democrazia e balle varie): risultare interessante per un pubblico numeroso, facendo informazione alla sua maniera (ovvio). Tutti quelli che in questi anni ci hanno provato, a fare Santoro senza Santoro, tra i servizi sui rosari artigianali di Socci e il ritmo indiavolato di quella cosa di Mazza che nemmeno si ricorda il nome, hanno miseramente fallito. Anzi, hanno fatto semplicemente pena. Come se la televisione fosse soltanto la cultura con altri mezzi e non una cosa che si studia e si impara. L’unico, si sa, è Floris. Ma Floris conferma la regola.
Comunque 3.794.000 persone hanno guardato Annozero l’altra sera. E i servizi su Milano erano sensati, qualsiasi cosa dicano i politici di destra, abituati da troppo tempo a commentare il giornalismo come si fa nelle dittature militari. Gli stessi giornalisti che danno spazio alla loro parole, quelli della carta stampata dico, fanno un giochino ormai classico. Prima interpello il politico su qualsiasi questione, do retta al suo ufficio stampa in ogni occasione soprattutto fuori luogo, poi prima o poi scriverò un pezzo sull’ingerenza della poltiica sul quarto potere.
Insomma non è un programma perfetto. Nessun programma è perfetto. Però non si vede perché uno che fa il 15 parlando delle corna della velina si possa trincerare dietro il 15 e invece per chi parla di immigrazione il risultato sia irrilevante. Come se il dovere morale di parlare delle veline e delle di loro corna andasse oltre le esigenze di palinsesto, gradimento e pubblicità.



venerdì 15 settembre 2006

Cose meravigliose che succedono a un orario tardivo


Qui le cose serie si alternano alle puttanate, lo sapete. E si mescolano anche. A Macchiaradio ovviamente, alla prima puntata, senza che la cosa fosse stata programmata, ci siamo trovati davanti a una dose di genio puro. A occhio, sta partendo un nuovo tormentone. Prima o poi ci stuferemo. Ma prima che succeda, un campionato di The Club è necessario. Perché fa molto ridere. E ridere, lo dicono gli studiosi, allunga la vita.



venerdì 15 settembre 2006

Morire di papesatan papesatan aleppe


crab.jpgUna precisazione. Che non c’entra con Oriana Fallaci ma c’entra. Oriana Fallaci non è morta di un male incurabile. Oriana Fallaci è morta di cancro. Si chiama così. Cancro. E lo sanno anche tutti, in questo caso, che Oriana Fallaci aveva da anni il cancro. Con questa parola si intende un complesso di patologie che possono interessare, con modalità e forme molto diverse, tutti i tessuti del corpo umano. Una certa parte di queste patologie è benigna, e tra le maligne molte si curano e si operano con successo. Altre no. Chiamarlo male incurabile, quando tutti sanno che è cancro, tutti hanno parenti lontani o anche vicinissimi che ce l’hanno ce l’hanno avuto, ne sono morti, sono vivi e vegeti, è un modo per santificarlo.
Si chiama Cancro. Cancro. Cancro. Cancro. Tumore. Neoplasia. Lo potete chiamare come cazzo vi viene. Basta che gli diate un nome di quelli che si danno alle cose, che non usiate una perifrasi di quelle che spettano ai concetti o alle entità metafisiche. Perché se nemmeno lo nominano i giornali, se la gente continua ad abbassare gli occhi e il volume della voce, non se ne esce. Rimane un moloch, una forma semidivina, una condizione esistenziale, un tocco sulla spalla dalla signora in nero. E tutto questo è crudele, ingiusto, molto facile.
È una malattia. Seria. Che ammazza un sacco di gente e spesso si cura se si fanno visite di controllo. Se nemmeno si può nominare, quanto diventa difficile, per uno che già ha il cancro quindi non balla sui tavoli dalla gioia, dire in giro che ce l’ha, che gli è venuto e cercherà di curarsi? Cos’è, infettivo? Luciferino? È il Necronomicon di Lovecraft che risveglia i demoni?
Siete dei giornalisti, siete anche professionisti con tanto di ordine. Un po’ di razionalità, un po’ di coscienza, di senso della responsabilità si deve pretendere da voi. O fate le cose come un clan, tutti uguali perché non sta bene?



giovedì 14 settembre 2006

Il biondo che uccide


dressed%20to%20kill-thumb.jpgMichele è l’intenditore. Michele è quello che hanno mandato via. Michele insieme a Daniele. (Anche il nonno c’è. Ma il nonno è vecchio e giustamente lascia fare). Però Daniele per ora non torna. Daniele è quello simpatico. Michele tanto simpatico non è, ma torna. Mette il microfono davanti alla piazza, Paoletta, Simonetta, Ruòtolo, Ruòtolo, ad libitum. Eppure Michele va in doppia cifra con gli ascolti, fa dialogare Grossman col rappresentante dei palestinesi in italia, zittisce i riottosi (e Riotta? riottoso dalla nascita!). Michele adesso è biondo. È lagnosetto, pure. Ma non era alla tele. Lagnosetto incazzato era, mi hanno cacciato via, m’han rotto il goldreic cazzo mamma. Una mattina/sono stonato/che palle ciao/palle ciao/palle ciao ciao ciao.
Speriamo in un buon programma. Ma con tutta l’attezione che ha addosso è quasi impossibile che lo sia. Anzi, una possibilità c’è. Che il dream-team santoriano, quella squadra di collaboratori che faceva il 13% di share parlando di politica ed è stata sostituita con un’altra (quella di Socci) che spesso si attestava sul 4,5%, sia rimasta con lui. O sia stata sostituita da una squadra attrettanto capace. Perché se no viene una schifezza, tutta proclami e ospiti a ruota libera e servizi a tema e lagnetta.
Insomma. È il programma fatto dal fortino con fuori gli indiani, dove a furia di sparare a caso e fare gli assediati ci si dimentica del pubblico e si gioca solo di sponda? Oppure è un programma vero. Per vero non intendo un programma equidistante, bipartisan, parcondizionato. Dico vero davvero.
Per capirci, è naturale o è tinto?
Ci è o ci si inchioda alle asse del palco?
Lo scopriremo presto.
Segue commento e anche dibattito, se vi va.



lunedì 11 settembre 2006

Dai, perfavore, per una volta…


imagine3Oggi è l’undici di settembre. È il quinto nainileven della nostra esistenza. Anche questa volta ci saranno le celebrazioni. Anzi. Di più. Perché noi contiamo in base dieci, e cinque è la metà di un decennio. Ci saranno speciali ovunque, minuti di silenzio, rievocazioni, rintocchi e gropponi in gola. Tutto normale.
Solo una cosa. Si potrebbe non sentire Imagine per una porcaputtana di volta? Dai, provateci, ve lo chiedo a nome di tanti. Giornalisti, montatori, autori, Rai, Mediaset, satellite, tutti voi, date retta. Ci sono migliaia di lentoni al mondo, migliaia di pezzi da lacrima. Non dico di mettere qualcosa che suggerisco io. Non dico di mettere Sufjan Stevens, non sono qui a fare il rompino. Mettete quello che vi pare. Mettete anche il silenzio, che non ha mai stufato. Ma non Imagine, un pezzo che privato della sua canna in bocca d’ordinanza, cioè tolto dal contesto hippy, utopico e libertario di cui Lennon e Ono sono sempre stati portavoce, diventa melassa insostenibile e collosa. E nella melassa insostenibile e collosa non si può che rimanere invischiati in preda alla nausea.



sabato 9 settembre 2006

The Queen


corgiCos’è. Il film racconta la storia di una settimana in cui, eletto e incaricato il nuovo primo ministro laburista Tony Blair, il Regno Unito deve affrontare lo choc della morte di Lady Diana Spencer. Elisabetta II (dio salvi lei e qualcuno premi Helen Mirren che è stratosferica), affronta la situazione come le viene e rischia di finirci in mezzo con tutta la corona. Com’è. Il tema è tosto: un momento politico molto delicato e le dinamiche di alcuni equilibri umani e istituzionali. Nel raccontarlo, Stephen Frears è realistico, emozionante, divertente e straordinariamente sottile. Più di quello che sembra. The Queen fa quello che agli italiani non riesce più: mostra un paese, il Regno Unito di questi anni, senza nessuna forzatura. Per farlo usa soprattutto scrittura affilata, recitazione accuratissima e una regia del tutto trasparente.
Perché non vederlo. Non è un film in cui succeda qualcosa. L’unico evento, la morte di Diana, è un evento scatenante. E non ci deve andare chi avesse detto anche solo una volta nella vita frasi prive di qualsiasi fondamento tipo: “E poi un paese che ha ancora la regina non è un paese democaratico antidemocratico!”.
Perché vederlo. Perché viene voglia che ci invadano, che ci conquistino. Dopo aver visto un film così viene voglia di aspettare i primi soldati che oltrepassano il confine svizzero e sventolare una Union Jack cantando: “You’ll never walk alone!”. Protocollo monarchico commovente e modernità laica ammirevole; un sacco di corgi; regine che guidano la Land Rover e spaccano il semiasse; ancora corgi come se piovesse; il principe Edward che passa per una specie di pennellone rognoso fuori dal mondo; corgi a strafottere; Blair che si inginocchia; corgi, corgi e corgi; la Regina Madre col drink.
Una battuta. Mentre sarete al cospetto di Sua Maestà, non le volterete mai le spalle.



venerdì 8 settembre 2006

Verfolgt


collareCos’è. Una carampana cinquantenne tedesca che fa l’assistente sociale ha per le mani un delinquentello di sedici anni che somiglia al cantante degli Strokes. Lui è disturbato e lei si fa affascinare. Fanno un po’ i perversi in bianco e nero. Dai e dai, a furia di leccarle le scarpe lui la convince e riesce a farsi menare. Prima col righello. Poi con la frusta.
Com’è. Molle. Non si capisce perché, ma l’hanno premiato a Locarno.
Perché vederlo. Se vi piacciono le registe con un nome buffo come Angelina Maccarone. Se siete sadomasochisti e avete del tempo da perdere. Ma se niente niente avete da fare, lasciate perdere: non è che se le diano poi tanto. Nel mio caso, fuori faceva un caldo pazzesco, avevo giò il biglietto e dentro c’era l’aria condizionata. E comunque non mi ero fatto un’idea (sarei stato fuori al caldo, a saperlo).
Perché non vederlo. Bianco e nero sgranato. Tema sociale. Tormento esistenziale. Legnate. Non vi basta?
Una battuta. Non scopiamo. Abbiamo una relazione sadomasochistica. Lo picchio. Gli piace.



giovedì 7 settembre 2006

Yankele is back (e non le manda a dire)


stern_howard_cp_6470422.jpgParliamo del Libano?
La guerra, ogni guerra, è orribile. È una sconfitta della politica e della razionalità. E quella di questa estate non fa certo eccezione. Però avrei alcuni sassolini da togliermi.

1. C’è chi ha detto che l’intervento israeliano sia stato “sproporzionato”. Ma nessuno ha mai spiegato quale sarebbe la giusta proporzione;

2. nessuno ha ancora detto come rispondere ad attacchi da parte di terroristi che si nascondono e nascondono i propri missili tra i civili;

3. tutti hanno visto le foto drammatiche dal Libano, pochi sanno che molte di quelle immagini e dei filmati sono spesso dei falsi, pochi sanno che la Reuter a Beirut ha dovuto licenziare per questo motivo un fotografo, pochi hanno visto i filmati e le immagini degli israeliani, delle loro vittime e di quanti hanno dovuto passare questo mese nei rifugi 24 ore al giorno;

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mercoledì 6 settembre 2006

È maschio! È maschio! È maschio!


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Felicitazioni! Felicitazioni! Felicitazioni! Evviva! Evviva! Evviva! Gioia! Gioia! Gioia! Kampai! Kaampaaiii! KaaaampaaaaaiiiiI!
Ubriacarsi duri, urlare cose che non si capisce niente, sventolare bandieroni. È nato un bambino dalla progenie dell’imperatore e ha il pistolino. L’impero è salvo.
(Scusate. A volte mi faccio prendere. A me andava bene anche imperatrice, visto che Amaterasu, che tutto ha generato dalle onde del mare, è una donna. Ma tant’è. I giapponesi sono felici così. Al prossimo giro forse. Flavio, se ci sei racconta quello che succede, che dei corrispondenti stampa e tv italiani a Tokyo non ci siamo mai fidati.)



martedì 5 settembre 2006

Crocodile Rock – In morte di uno sbruffone


reginaldUna delle prime cose che ho scritto su Freddy Nietzsche, oltre un anno fa, è questa invettiva convinta nei confronti di Steve Irwin, il Crocodile Hunter. Qualche tempo dopo, nella rubrica sulla televisione della rivista Drome ho ripreso l’argomento, ma con più tenacia. L’articolo si intitolava Pirla VS Cobra e finiva così (scusate se mi autocito che è da stronzi):

Certo, quotidianamente dobbiamo spiegare a tutti quelli a cui vogliamo bene che quelli non sono documentari, che è una cretinata precotta, che quando si inquadra qualcosa di splendido, se il conduttore dice “Isn’t it amazing!!! Gorgeous!!!” sei volte, quella ripresa splendida non lo è più. Ma soprattutto, visto che anche Hitler era dei nostri e quindi la solidarietà di specie è una stronzata, per favore, nel segreto della nostra scaramanzia personale, tutti insieme, senza vacillare, tifiamo con sincerità e impegno per il cobra soffiante. Un giorno l’abitudine o la stanchezza avranno la meglio sulla prudenza e il furbetto avrà un decimo di secondo di tempo per porre fine a questo strazio.

Il tono dei due pezzi è paradossale, ovviamente: tra detestare un personaggio e odiare una persona c’è una certa differenza. E io la persona non l’avevo mai conosciuta. A me sarebbe bastato che passasse a uno stile spettacolare sì, ma intelligente: meno machista, moralmente disonesto e antiecologico. Invece.
Ieri mattina è successo questo. Steve Irwin stava girando delle riprese in acqua in Australia. In acqua c’erano delle razze spettacolari. Le razze in genere hanno un aculeo velenoso sulla coda. Anche quelle di ieri l’avevano. Irwin è andato troppo vicino a una di queste razze. Andare troppo vicino era il suo marchio di fabbrica e lo faceva con animali di qualsiasi ambiente, specie, tipo, estrazione sociale e forma. La razza, come fanno le razze che nuotano nel Pacifico quando si sentono minacciate, ha fatto scattare la coda verso l’alto per difendersi. E non ha sbagliato. L’aculeo velenoso ha preso Irwin in pieno petto. Il suo cuore, parte di un organismo che come quello delle razze fa del proprio meglio secondo leggi di natura, non ha potuto fare altro che smettere di battere. Steve Irwin è morto, come previsto, facendo il disinvolto, facendo il figo, facendo il pirla, come si sarebbe detto fino all’altro ieri. Da ieri no. Da ieri è morto e allora bisogna dire che è morto tragicamente. Ma così non è. Più onesti sono i commenti: “Te la sei cercata”, “Ti sta bene” o “Così impari”. Forse meglio il primo dei tre. Cercarsela. Inventarsi la battaglia. Qui sta il fulcro.
Figlio di una coppia di proprietari di uno zoo turistico pieno di animali feroci, Irwin è sempre stato quello: un animatore da crocodile farm, uno che si tuffa vestito urlando nella pozza dei coccodrilli e che parla al rettile dicendogli “bello”; uno che è il nuovo Crocodile Dundee, anche se Crocodile Dundee non è mai esistito; uno che dà da mangiare a uno degli animali più letali del pianeta tenendo in braccio il figlio neonato (finendo su tutti i giornali); uno che la tragedia la cerca ostinatamente, ostentatamente, senza pudore e senza un motivo diverso dalla roulette russa: rischio in cambio di emozioni e soldi (con la differenza che le pistole non sono esseri viventi).
Tra amare gli animali e far venire le palpitazioni al pubblico pagante, la differenza c’è ed è gigantesca. Amare gli animali è molto semplice. Basta conoscerli e rispettarli. Tirarli per la coda vuol dire conoscerli, forse, ed emozionare chi ci segue da casa. Ma non è il contrario del rispetto.
La persona è morta male, misaramente, in un attimo, come gli adolescenti ubriachi dietro alle curve, ma a 44 anni, con una moglie e due figli piccoli.
Il personaggio, versione omogeneizzata di un torero, che non ha mai avuto a che fare con scienza, divulgazione, ecologia e buona tv, esce di scena secondo copione: ripreso dalla telecamera, mentre affronta una natura che non mai chiesto di partecipare all’incontro, pronto per resuscitare in forma di repliche, speciali e rivisitazioni commosse.