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Venerdì 6 Ottobre 2006

Downtown into the Myst


riven.jpgC’è una serie che si svolge su un’isola apparentemente deserta, ma zeppa di misteri. Non si sa per quale motivo i protagonisti ci siano arrivati, ma si sa che si deve cercare di andarsene e per farlo si devono risolvere degli enigmi. L’estetica della serie è molto caratteristica: si può avvicinare a quella del genere steampunk, cioè un incrocio tra natura selvaggia e massiccio intervento umano da industria pesante ottocentesca, macchinari da rivoluzione industriale, grandi caldaie, pance tonde di rame e vetro, ingranaggi che si muovono a fatica, ma capaci di una complessità e un’efficienza inaspettate. Sull’isola e intorno all’isola ci sono delle stazioni, delle specie di strutture laboratorio contrassegnate da diversi simboli vagamente geometrici, che sembrano una versione riveduta e corretta di quelli dell’ I-Ching.

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Martedì 3 Ottobre 2006

Quel che è Yuk, è Yuk!


goofy.jpgEppure dei segnali di luce all’orizzonte ce ne sono. È cambiato il direttore del TG1 e stasera hanno fatto un servizio con intervista su Questo Buio Feroce, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono. Non la solita roba che non interessa più a nessuno, il pezzo sul teatro da abbonati stanchi, Pirandello e Neil Simon a scelta, Albertazzi e Giuffé a turno. Non quello. Pippo Delbono, che ha barboni e handicappati in scena, che non fa televisione, cha parla di AIDS, che fa teatro sensato da anni ed è finito al TG1. Si può arricciare il naso quanto si vuole, si possono fare cento distinguo, scuotere la testa quanto si vuole, ma questo rimane un segno del fatto che tra Clemente J. e Gianni ci sia una differenza. Forse piccola, ma c’è. In meglio.


Martedì 3 Ottobre 2006

Vieni da papà, piccolo negretto indifeso


draculaUno alla fine si stufa. Prima si convince nel tempo che non ci sia qualità, che facciano prodotti scadenti per quanto riguarda il gusto, la creatività, la visione. (Pensa che il loro problema sia la mancanza di una visione legata al presente e al futuro, un progetto, qualcosa che vada oltre il marketing e l’economia di scala. Vendi software come se vendessi rape, insomma. Liberissimo. Forse potresti metterci un po’ di quella roba lì, però. No?) Va be’. Dicevamo che uno si stufa. Caspice negli anni che Microsoft è un ministero per la creazione di denaro, niente a che vedere con l’innovazione tecnologica. Quindi Bill Gates, il cattivo, comincia a diventare la caricatura di sé stesso. Sempre più Bill Gates di quanto tu possa immaginare. Tipo (fatto vero) che arriva a Pantelleria e chiede una macchina a noleggio. Gliela danno. L’autista è una donna. Ne pretende uno di sesso maschile. L’affitamacchine di Pantelleria gli dice sapete cosa? arrivederci! e lo lascia a piedi. Ecco, dico, diventi ridicolo. Coma fai a non accorgertene. Poi alle presentazioni del tuo software, megaconferenze stampa da te stesso organizzate, ti si pianta tutto dal vivo e tu rimani lì stoccafisso nei tuoi soldi, senza nemmeno la prontezza di mettere su un’espressione di qualsiasi tipo (incazzatura, risata isterica) per uscirne. Tutto quello che di peggio uno si aspettarebbe da te, lo fai. E fin qui uno si annoia perché sa già tutto. Una falange di detrattori ti trasforma addirittura in una specie di Satana, a allora vien da dire dai basta, che palle, è solo uno sfigato.
Ma tu, come promesso decenni prima, a un certo punto dici mi ritiro dall’azienda. Faccio il benefattore. E giù cifre astronomiche per combattere la povertà, la malattia, l’ignoranza, i problemi mortali che affliggono l’infanzia del terzo mondo. I soldi sono veramente tanti. Tantissimi. Uno cambia quasi opinione. Pensa non è un fulmine di guerra, ma almeno fa del suo meglio per chi è messo male.

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Martedì 3 Ottobre 2006

Clerks 2


1rosario.jpgCos’è. Dodici anni dopo Clerks, Kevin Smith torna al suo New Jersey (che alla fine non ha mai del tutto mollato) e alla vita dei due commessi da cui è partito tutto. Non più al negozietto, ora Dante e Randal fanno hamburger e patatine da Mooby’s, insieme al nerdone Elias e alla meravigliosa Becky. Succede un po’ di tutto, ma soprattutto ci sono grandi dialoghi. Finisce tutto al meglio.
Com’è. Tenendo conto che è il seguito di un film giovanilistico a basso costo, il risultato è più che vedibile. Non è un capolavoro, ma non lo era nemmeno il primo (chiaro che al primo film si chiede poco e sul settimo si è più esigenti). Ma in ogni caso i dialoghi di Kevin Smith hanno la capacità unica di raccontare tutto il nerdismo della nostra generazione, compreso un uso esilarante del turpiloquio. Leggerezza pura insomma, alcune battute geniali, almeno tre sequenze-videoclip: forse più adatto per una soddisfacente visione casalinga che per il cinema.

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Domenica 1 Ottobre 2006

The Black Dahlia


dahlia2Cos’è. Tra i tanti romanzi di Ellroy, ce ne sono alcuni ambientati a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta a Los Angeles. The Black Dahlia è il primo di questi e racconta dell’omicidio (fatto di cronaca) di una aspirante attricetta, trovata segata in due in un prato dalle parti di Leimert Park. Due poliziotti amici e rivali insieme, che amano la stessa donna fatale (anche perché struccata delude, ma sulla pellicola dove loro vivono Scarlett Johansson è notevole), cercano di scoprire chi sia il colpevole. Le indagini sembrano girare a vuoto e poi patapùm.
Com’è. Ci sono film d’autore belli e film industriali belli. E poi ci sono film industriali che contengono elementi del cinema d’autore, ma con quell’equilibrio che è sempre venuto bene alla gente di Hollywood. Poi ci sono i film di Brian De Palma, uno che questo equilibrio tra forma e coinvolgimento lo trova solo a volte. Ultimamente di rado. In questo film, mai. È un pippone di inquadrature a effetto, sceneggiatura a effetto, scenografie a effetto, effetti a effetto, talmente in stile noir da sembrare più un evento del salone del mobile che un film. Ah, dimenticavo: anche la musica è a effetto, quindi è lenta, piovosa e piena di sax. Originale, eh?

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