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giovedì 30 novembre 2006

Marie Antoinette


versai.jpgCos’è. Terzo film di Sofia Coppola, la figlia col nasone di Francis Ford Coppola, Marie Antoinette è la storia di Maria Antonietta: la figlia col nasino di Maria Teresa d’Austria, che sposò Luigi XVI e finì ghigliottinata dalla rivoluzione insieme al marito. Il film racconta la sua storia, da quando quindicenne viene data in sposa al trono del delfino di Francia, fino agli ultimi giorni di vita.
Com’è. È il primo film sulla storia di Versailles ad essere stato effettivamente girato a Versailles. Lontano dal biografismo classico di questo periodo, cerca di ritrarre la persona e non il personaggio storico. Lo spirito è splendido e disperato, come in ogni altro film di Sofia Coppola. All’ingresso alla reggia più sontuosa d’Europa, Maria Antoinetta osserva i locali con un sottofondo musicale targato Aphex Twin. E quando lei, alcune amiche e il principe vanno a un ballo in maschera, la musica è quella dei New Order. Altrove ci sono Radio Dept, Cure, Strokes, Bow Wow Wow. I dettagli sono descritti con una fotografia morbida e realistica, non ipernitida, uno dei tocchi di classe del film, merito dell’ottimo Lance Acord. La regia e il montaggio evitano lo stile geometrico e minuzioso di Barry Lyndon di Kubrick, ma cercano una spontaneità che faccia a pugni con il rigore procedurale, formale e umano della reggia. Costumi splendidi un po’ Vivienne Westwood di Milena Canonero.

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martedì 28 novembre 2006

No woman no cry


Sulfuric-acid-3D-vdW.jpg-Senti ma nella tua vita quotidiana di donna a Milano, c’è la paura?
-Ma la paura è in generale o solo verso “l’immigrato cattivo”?
-Ma di questi temi parli solo con le amiche o anche con gli amici maschi?

Io sono in macchina, è sabato sera e torno da un’ottima giornata di Kendo. Sento a Radio Popolare queste domande rivolte a una ragazza (più o meno, vado a memoria), in una diretta dalla Stazione Centrale dove si sta svolgendo una manifestazione contro la violenza sulle donne. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va, per come la vedo io.
Radio Popolare è una voce importante per Milano e non solo, sia dal punto di vista informativo che strettamente radiofonico. Svolge un ruolo centrale da sempre ed è una istituzione munita di storia e sostanza. Gianmarco Bachi, per fare un nome solo, non è il primo pirla che passa per strada: è uno che ha un’idea forte di radio e a lui va tutta la stima possibile. Però Radio Popolare, proprio perché è una voce forte della sinistra milanese e italiana, non può non accorgersi che così non va. E la cosa non riguarda solo loro. Anzi.

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domenica 26 novembre 2006

New York, 11-22-2006


smoke7La fermata della 168.
Scendendo a questa fermata dal treno della linea 1 ho sempre l’impressione di trovarmi in un posto un po’ particolare. Beh, secondo me, è la “location” ideale per diversi film, o meglio: passare di lì dà l’impressione di vivere dentro un film (tanti film di generi diversi).
E’ una di quelle stazioni sotterranee costituite da un’unica grande volta in cui passano i binari e le opposte banchine sono collegate da ponti appena poco piu’ alti dei vagoni del treno. La cosa più bella è passare su questi ponti quando due treni si incrociano sotto (fossi un agente di Mission Impossible ci salterei sopra, vabbe’, con le scarpe Nike, i vestiti Armani, l’orologio Rolex, un Martini in mano, guidando una Ducati, sparando con delle Beretta. E tutt’attorno altri sponsor vari…).

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venerdì 24 novembre 2006

L’amico di famiglia


ienaCos’è. L’amico di famiglia del titolo è un cravattaro, un usuraio. Fisicamente, umanamente, sotto ogni punto di vista, è un essere schifoso e viscido, brutto e cattivo. La storia si svolge nella noiosa e meschina vita di provincia dell’Agro Pontino, dove prima di Mussolini c’erano le paludi e ora ci sono i palazzi squadrati. Quando una ragazza splendida, interpretata da Laura Chiatti, irrompe nella vita dell’usuraio Geremia, la sconvolge.
Com’è. Il terzo film di Paolo Sorrentino segue il piccolo e tenace successo de Le conseguenze dell’amore, dove Toni Servillo interpretava il ruolo di un uomo piccolo piccolo, costretto a fare il duro nel Canton Ticino come bancario della mafia (e capace di mandare tutto all’aria per amore). Il tema quindi è molto simile, anche se sviluppato in un modo tutto diverso. Là c’era la solitudine, era un film tutto sull’individuo; qui è tutto ambiente, comunità, famiglia. Le architetture splendide e spietate del razionalismo incastrano i personaggi e le inquadrature. Il film è formale come il precedente, ma forse in maniera più evidente. È effettivamente un film “d’autore” e la cosa si vede spesso e volentieri.

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giovedì 23 novembre 2006

Giovani Ribulli REMIX


brandobelleSi potrebbero anche ipotizzare delle leggi, dei postulati, dei teoremi relativi a come le notizie fatte di fuffa, di paglia, di niente montato a neve, riescano a riprodursi (come le palle di lanugine a scuola in un pezzo di Wilcock). Insomma, proliferano e nessuno ne sente il bisogno. Ma così funziona in Italia. Non si raccontano le storie di cronaca, sui giornali, ma si fa la cronaca a partire dalle storie. Si stabilisce un tema del momento e, anche non riuscendo a trovare notizie che ci abbiano a che fare, se ne prendono altre e le si accorpa. Insomma in un modo o nell’altro ’sta pagina la dobbiamo chiudere. Dobbiamo chiudere e chiuderemo.
Ovvio che la distanza dalla realtà sia direttamente proporzionale all’ignoranza e al disinteresse del tema stesso da parte dei giornalisti. I giovani sono un tema tipico. I giovani non esistono come argomento, per come la pensano i nostri giornalisti, perché non sono esattamente persone. I giovani sono i cuccioli dei vecchi. Cresceranno. Inutile stare a capirli che tanto tra cinque anni sono tutti cambiati. È lavoro sprecato. Se ne parla, ma in un altro senso. I giovani sono un tema sociale. Ecco. Sono il probblema dei ggiovani. Loro e quello che li circonda.

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lunedì 20 novembre 2006

Jesus Camp


cohenCos’è. Jesus Camp è un documentario realizzato da Heidi Ewing e Rachel Grady, che ha vinto il Tribeca Film Festival e ha sollevato dibattiti ovunque sia stato mostrato o raccontato. Descrive, senza voci fuori campo, il lavoro di una educatrice militante evangelista cristiana, la pastora Becky Fischer; e racconta un campo estivo cristiano da lei imbastito, a cui si riferisce il titolo. Il tema raccontato rappresenta l’aspetto più impressionante dell’espressione più radicale della gigantesca galassia fondamentalista cristiana. Perché ovviamente i bambini sono spugnette piene di dubbi, e vederli in questo contesto scatena automaticamente istinti di protezione innati. Sottoposti a un martellamento ideologico (di qualsiasi tipo), i bambini lo assorbono e in una sola mossa risolvono tutti i loro problemi: desiderio di accettazione da parte dei genitori che li indottrinano, fine delle incertezze, soddisfazione del senso di appartenenza. In questo caso il tutto è condito con riti collettivi molto enfatici, misticheggianti e messianici, a base di lacrime e strilli. I bambini di Jesus Camp partono dall’età di quattro o cinque anni.
Com’è. Spaventoso, pazzesco, sconcertante: inutile recitare la parte degli irremovibili metropolitani. Fare lo scandalizzato a proposito di un fenomeno qualsiasi della società americana è uno sport nazionale spesso intriso di qualunquismo e luoghi comuni. Ma quello che si vede in Jesus Camp è oltre qualsiasi aspettativa, non importa quanto fosca e paranoica. I bambini vengono da famiglie che in genere hanno scelto l’home schooling, cioè l’educazione a casa, un baluardo dell’amministrazione Bush. Loro e le loro famiglie fanno parte di quella fetta di fedelissimi di Bush che fa capo politicamente a Karl Rove, il consulente di Bush che pare essere uno dei pilastri del suo successo politico. Anche di questo bacino elettorale, quelli del Jesus Camp sembrano la fettà più estrema. I bambini vengono effettivamente indottrinati incessantemente, a casa e in chiesa, con il massimo della violenza psicologica ipotizzabile (tortura esclusa). Non riesco a pensare che in una scuola talebana ci sia più dogmatismo. Perché più dogmatici di così non si può. È, banalmente, una fabbrica di fanatici. Il messaggio è costituito da slogan ripetuti a oltranza, una specie di grande litania in cui tutti si abbracciano. I bambini ricordano e ripetono tutto con una passione negli occhi che fa semplicemente tenerezza. I grandi invece sono orrendi, a partire dalla pastora (che li chiama “army of god”), passando per la zoccola che espone un cartonato di Bush e dirige la preghiera a esso dedicata, fino al tizio che spinge tutti a piangere urlando “No more!” a proposito dell’aborto. Ci si chiede, sinceramente, se e quanto siano in buona fede. Il livello di ignoranza delle cose del mondo (prima fra tutte la religione) necessario perché ’sta roba stia in piedi, è assoluto. Anzi, è tale da permetterci di escludere che non ci sia, ai piani alti, un progetto spietato e accuratissimo.

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sabato 18 novembre 2006

If it’s not love, then it’s the bomb


jaffaQualcuno di voi aveva anche vaagamente un dubbio, uno solo, che per come erano state organizzate, le due manifestazioni potessero andare diversamente? Dico le manifestazioni su Israele e Palestina di oggi. Da prima, da subito si era capito che questa volta si erano divisi a priori. E che da una parte avrebbe sfilato la sinistra moderata, mentre dall’altra ci sarebbero stati gli estremi della sinistra parlamentare e tutta la sinistra extraparlamentare.
Così è stato. Stasera, domani, non ci caschiamo quando parleranno di incidenti. Non crediamoci perché è una balla. Era tutto previsto. E ormai è anche normale, da quel pulpito. E nemmeno di Fini però, per cortesia, fidiamoci. La posizione di Fini su Israele è sempre stata di sconcerto. Prima, da piccolo, era sconcertato che ci fosse. Ora, da grande, è sconcertato che ci sia gente che la critica. Mai una volta che sia stato sereno su Israele, che si sia fatto una spremuta di pompelmo per conto suo senza mettere su la sua espressione più…come dire…sconcertata, ecco! (E poi non riesce a dire ebrei, avete notato? Usa perifrasi che iniziamo con comunità, popolo, o genti, ma più spesso si rifugia in israeliti. Secondo me se dice ebrei non si trattiene e gli scappa da ridere.)

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venerdì 17 novembre 2006

Babel


babelCos’è. Una stranissima vicenda legata a un fucile e a un matrimonio tiene insieme tre diverse storie. La prima è quella di una coppia (Blanchett-Pitt) che per ripigliarsi dopo la morte in culla del loro terzo figlio va in vacanza in Marocco. Qui, dei pastorelli provano il loro nuovo fucile e fanno un casino. Nel frattempo (storia due) a casa, in California, la tata messicana decide di portarle i figli della coppia a un matrimonio in Messico. Al ritorno succede un casino. C’è anche (storia tre) un legame con il Gappone, dove una liceale sordomuta cerca di riprendersi dal suicidio della madre trovando soddisfazione nella carne.
Com’è. Secondo voi come può essere un film in cui uno dei protagonisti è una liceale giapponese sordomuta? Be’, direte voi, i melodrammi raccontano sempre storie tremende. Anche oggi, continuerete, esistono registi che in qualche modo cavalcano la tradizione dei librettisti di melodramma ottocentesco. I coreani per esempio, Park per primo, raccontano protagonisti poco credibili e massacrati dalla sfiga, concluderete voi. A parte ne sapete a pacchi, ma qui la questione è che il melodramma non si può intitolare Babel e non può essere attaccato alla cronaca, alla storia e alla sociologia contemporanea. Se no ne salta fuori un mezzo pamphlet lacrimevole, un melodramma della globalizzazione. Babel è esattamente un melodramma della globalizzazione. Lento, retorico e perfetto nel girare a vuoto.

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venerdì 17 novembre 2006

La Repubblica dello sballo pixelato


briago.jpgComunico ufficialmente che mi sono stufato della spettacolarizzazione delle canne. Non ne posso più e non ne posso più di Repubblica, che sempre di più dimostra la propria incapacità di prendere posizione su temi sociali diversi dalla politica in senso stretto, senza tuffarsi a bomba nel sensazionalismo e nella polarizzazione delle posizioni. Il clima politico di questi ultimi anni (sì, va bene, lo so che è colpa degli altri) ha invaso tutti gli ambiti del dialogo e del confronto in questo paese. La modalità del dibattito calcistico, o dell’urlata televisiva anche priva di Mosca e Mughini, è il vero passepartout del progresso, a quanto pare.
Repubblica sguazza da tempo in questa palude di contrapposizioni frontali, confermando la propria capacità di perdere colpi sui temi sociali che non siano strettamente politico-parlamentari. Il tema delle droghe leggere è uno dei più critici per il quotidiano che regolarmente pubblica dei box sull’abbigliamento giovanile e l’abbigliamento giovanile nel disegnino dentro al box è vecchio e sbagliato. Si parte dal linguaggio, dove Repubblica si comporta come tutti gli altri. Cannabis indica è il nome scientifico della canapa, una pianta tipica della nostra civiltà occidentale dalle funi delle navi nere greche dirette a Troia, fino all’invenzione dei lavandini. Nessuno scrive canapa sui giornali perché canapa non fa alieno. Cannabis sì (cannabis è parente dei Mimimmi, arcigna popolazione petrosa che respinse i fascisti quando cercarono di conquistare Marte guidati da Barbagli.)

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mercoledì 15 novembre 2006

New York, 11-13-2006


smoke6.jpgDunque, le cose sono andate così, più o meno…
Dove lavoro io, il dipartimento di Biologia del City College of New York, c’è una segreteria dove i vari corrieri espressi consegnano i pacchi destinati ai diversi gruppi che lavorano lì. Generalmente si tratta di reagenti, piccola attrezzatura da laboratorio, libri. Le segretarie dovrebbero chiamare i proprietari dei pacchi perché se li vengano a ritirare, così la stanza si libera e, soprattutto, i reagenti non vanno a ramengo… Ecco, di solito è meglio non aspettare le telefonate delle segretarie… Se capita, prendendo il caffè, è meglio buttare l’occhio ai nuovi arrivi…
Bene, arriviamo al dunque, qualche tempo fa una solerte segretaria notò un pacco indirizzato a tale Adam Smith (non sono sicuro fosse Adam, ma Smith sì. Come dire il sig. Rossi in Italia…). Va detto che in quel posto le segretarie le cambiano alla velocità della luce e che di solito non conoscono nessuno del dipartimento e, per questo, se ne fottono abbondantemente; questa invece, particolarmente solerte, non sapendo chi fosse il Dr. Smith si mise a telefonare in giro.
Niente.

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