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Mercoledì 8 Novembre 2006

Royale Politique - Clemente, la sofferenza e Tony Manette


mugsteve.jpgSarò breve. Almeno spero. Il modo di cui la politica italiana si è venduta ai cittadini negli ultimi tempi, fatto di male e bene, di loro sono i cattivi e noi vi salveremo la vita, questa semplificazione bambinesca mo je sta a tornà indietro come un boomerang. Perché capita in politica, e capita spesso, di assumersi delle responsabilità. Vuole dire che al santino del condottiero senza macchia che si è distribuito nella testa della gente in campagna elettorale, bisogna preferire il qui e ora delle scelte. Revocabili, certo, ma scelte.
L’indulto è una di queste. Una scelta politica, che nasce da una necessità pratica e continugente: il sovraffollamento carcerario, per di più in un sistema penale che soffre di ritardi biblici. Le migliaia di persone in attesa di giudizio che vivevano in sei in celle da due, non sono robetta. Anche quelli giudicati che vivono in sei in celle da due non sono robetta. E su questo io e Tony Manette non siamo d’accordo. Lui pensa che “quell so’ criminal(i)”. E lo penso anche io. Ma per lui la condizione di criminali attenua la gravità della loro situazione.


Detto questo, per ottenere il provvedimento urgente dell’indulto la maggioranza si è accordata con l’opposizione e si è ottenuto un accordo doloroso due volte. Doloroso per la democrazia perché ammette implicitamente un fallimento nella gestione della giustizia; doloroso per la politica perché allo scopo di vararlo si sono mandati giù bocconi fetidi di contrattazione mercantile.
Nonostante ciò, l’indulto c’è stato. Chi è abbastanza evoluto da sapere come spiegarlo al suo elettorato, a destra come a sinistra, lo ha fatto e continuerà a farlo. Gli altri useranno un momento di politica pragmatica del compromesso, in questo paese di polemisti ad libitum e precedenti gestioni, per fare della propaganda. Chi fa del pane e del salame come Tony, come dire, buon appetito! Occhio alle bbriciole, Tonì, che t(e) fann(o) la foto pe’ tutt(e) scht(e) ‘ntervist(e) robbios(e)!
Riformare le giustizia e metterci dei soldi, tanti soldi. Fare il Ministro della Giustizia anche per quei cinque anni in cui il Ministero della Giustizia è stato commissariato dall’Ing. Roberto Castelli, il podestà delle ispezioni. Questo spetta ora a Clemente Mastella e alla politica del governo. Finita la finanziaria (finirà mai?), su questo come su pochi altri temi si vedrà la statura di questo governo.

7 commenti finora
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Si, ma Clemente non deve esultare col suo amico Eta Beta per la scoperta di una cura peggiore del male (curare la diarrea da indulto con la supposta da cavallo contro la prescrizione).
Perchè la prescrizione è un istituto giuridico grazie al quale uno stato dice “Io mi arrogo la potestà di giudicarti entro un termine compatibile con l’umana dignità e con un funzionamento decoroso della macchina statale, dopodichè se io sono inefficiente il tuo diritto a vivere libero è più importante di questa spada di damocle”.
In una società liberale, e a meno di reati così infami da non essere prescrittibili, questo principio mi sembra il minimo e metterlo in discussione è atroce e grottesco. Specie se a farlo è un ex demo ma tuttora cristiano.

Per “spada di damocle” leggi incertezza della pena

epperò, quando Giovanni Paolo II diceva che ci voleva un gesto di clemenza per i carcerati (e non è che lo ha detto di straforo, lo ripeteva ad ogni occasione propizia) non è che ho visto tutti questi che, da destra e da sinistra, ora prendono le distanze, dire: “ahò, vecchio, ma la smetti di dire ’ste cazzate?”. Loro no, buoni buoni, a seguire la corrente…

La condizione di criminali attenua (non annulla) la gravità della loro situazione in relazione all’esistenza di una medesima di chi in galera non è.
Detto ciò, concordo.

Non confonderei la prescrizione, misura saggia per evitare processi infiniti nella realtà utilizzata da indagati danarosi per farla franca cavillo su cavillo. L’ indulto serviva a mettere una pezza sul fallimento dell’ edilizia carceraria con relativa situazione inumana di sovraffollamento. Detto questo se la giustizia avesse i soldi e procedure più rapide( abborrite dagli avvocati)……

Corrado, è un bel dibattito (e un bel casino): sono gli avvocati ad attaccarsi a tutto (perchè c’è la legge che glielo consente) o sono i funzionari che dovrebbero seguire le procedure a non essere capaci di farlo bene (e creare situazioni sconcertanti per vizi di forma o simili).
E, a bomba, sono i magistrati a scarcerare con leggerezza o l’applicazione della legge glielo “intima”?
Ogni fattispecie ha la sua storia.
Partiamo secondo me dal presupposto incontrovertibile che i principi cardine del nostro diritto, su cui si basano tutti gli istituti - del diritto e delle procedure – in Italia sono quanto di più alto e sublime nella storia della civiltà giuridica (sono quelli su cui si riflette dai tempi di Costantino). E’ che la realtà moderna si evolve a tale ritmo e ci portiamo dietro tanta muffa che anche i legislatori più preparati e dediti (e i nostri non lo sono) non sanno tradurre in norme le esigenze della macchina della giustizia.
Matteo, scusa la sbrodolata.

Mi rendo conto che le cause sono diverse. Però ricordo che il mio avvocato all’ epoca della riforma del processo civile parlava di uno scontro fra pochi avvocati da “concludo con un cliente e ne cerco un’ altro “e i molti da” con un cliente ci campo anche sei anni. Naturalmente hanno vinto questi ultimi



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