Domenica 26 Novembre 2006
New York, 11-22-2006
La fermata della 168.
Scendendo a questa fermata dal treno della linea 1 ho sempre l’impressione di trovarmi in un posto un po’ particolare. Beh, secondo me, è la “location” ideale per diversi film, o meglio: passare di lì dà l’impressione di vivere dentro un film (tanti film di generi diversi).
E’ una di quelle stazioni sotterranee costituite da un’unica grande volta in cui passano i binari e le opposte banchine sono collegate da ponti appena poco piu’ alti dei vagoni del treno. La cosa più bella è passare su questi ponti quando due treni si incrociano sotto (fossi un agente di Mission Impossible ci salterei sopra, vabbe’, con le scarpe Nike, i vestiti Armani, l’orologio Rolex, un Martini in mano, guidando una Ducati, sparando con delle Beretta. E tutt’attorno altri sponsor vari…).
Ma la cosa che più mi colpisce della 168 è che ho sempre la netta sensazione di trovarmi in un territorio di confine: a nord di questa stazione, ci sono un altro paio di fermate e poi si entra nel Bronx; è vero che già la 145 e la 157 che precedono la 168 sono un gran bell’esempio di degrado urbano, però qui, essendoci la School of Medicine della Columbia, l’aspetto esteriore della stazione risente, diciamo, di un effetto tampone. Insomma, qui, a differenza che nelle precedenti fermate, si nota il tentativo di dare una parvenza di civiltà in un posto che sarebbe altrimenti abbandonato a sé stesso (non sto parlando delle fogne di Calcutta, comunque, intendiamoci…). Ecco, l’idea di essere in una sorta di passaggio è ben espressa dall’architettura che chi ha progettato la stazione ha -mi piace pensare- volutamente adottato: premesso che non stiamo parlando delle opere del Brunelleschi, guardando verso il lato rivolto a Downtown, l’arco che chiude la banchina e segna l’ingresso del treno nel tunnel, è molto curato, pietre (una volta) bianche, arco romano un poco schiacciato ma di gradevole proporzione, qualche fregio. Dalla parte opposta, il treno si dirige verso il Bronx: niente arco, soltanto una parete (chiaramente aggiunta in tempi successivi alla costruzione della stazione) di mattoncini giallognoli –tipo LEGO-, stesso materiale per muro, arco (piatto con gli angoli arrotondati) e colonne. E’ da lì che ogni volta mi immagino di sentire una voce un po’ in falsetto che dice: “Guerrriiieriiii? Giochiamo a fare la guerra?”.
Aggiungo che un fenomeno assolutamente irrazionale regola l’accesso ai binari della 168: non ci sono scale per scendere (o meglio ci sono, ma nessuno sa dove siano, rispondono solo che non le usa nessuno, sono pericolose…). Ci sono dei capienti ascensori e uno con tanto di addetto alla chiamata dei piani (due:livello strada, livello treno), solitamente obeso che occupa un terzo del detto ascensore… Credo serva a dimostrare come il New Deal di Roosevelt sia ancora in atto.
Mi piace la 168, è la mia fermata preferita!
Mi sono perso Ani DiFranco, mi sembra mercoledì scorso al Beacon Theatre, e i Rolling Stones venerdì, credo a Radio City Hall.
Se dopo tutti i miei consigli, adesso avete voglia di tornare a mangiare italiano: Sezz Medi’ all’angolo tra Amsterdam e 122nd street. Una vera pizzeria italiana.
Robi
8 commenti finora
Commenta
Grande location, ascolta me:
vestiti da Jack Bauer, spara nella rotula del primo che ti sembra anche lontanamente sospetto.. e fagli confessare quasiasi cosa.
Se poi sa’ qualche cosa di schede bianche… tanto meglio.
scritto da BLEEK Mercoledì.29.11.06 00:49
L’ha già fatto un poliziotto nel Queens con un ragazzo di colore. Ma non aveva buona mira: gli ha dovuto sparare 30 volte per centrare la rotula. Il sospetto è morto senza dire niente (delle schede bianche) e, credo, la sua rotula era ancora intatta.
Stammi bene, BLEEK!
scritto da robi Mercoledì.29.11.06 02:38
bordone…
da quando in qua t’è presa la vena censoria?
scritto da pupilla Mercoledì.29.11.06 13:13
Ma hai censurato anche me???
Comunista
Gobbo
Quattrocchi (nel senso di mercenario)
scritto da Berluska Mercoledì.29.11.06 14:17
Una cosa alla “American skin - 41 shots” allora….
scritto da BLEEK Mercoledì.29.11.06 14:20
eggià, la fermata della 168. alle volte è un attimo, senza rendersene conto ci si fa male. vivendo negli states ho “scoperto” che in italia importiamo a man bassa cultura, pagandola a caro prezzo. film, libri, riviste, format televisivi, bibite, cd, video, scarpe, brand, loghi, gli americani sarebbero capaci di venderti la nonna. oltre a pagarla materialmente, e molto, la paghiamo culturalmente, e il meccanismo è nascosto esattamente nella fermata 168 della metropolitana; un meccanismo di riconoscimento, appagamento e rincoglionimento cui tutti sottostiamo. sigh!
scritto da unfair Mercoledì.29.11.06 18:20
E’ esattamente come dici tu, unfair
scritto da robi Mercoledì.29.11.06 19:20
Words of wisdom, unfair.
scritto da Unonessuno Giovedì.30.11.06 18:25
Lascia un commento
A capo e separazione tra i paragrafi automatici, l’indirizzo e-mail non è mai mostrato, codice HTML consentito:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>