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Martedì 28 Novembre 2006

No woman no cry


Sulfuric-acid-3D-vdW.jpg-Senti ma nella tua vita quotidiana di donna a Milano, c’è la paura?
-Ma la paura è in generale o solo verso “l’immigrato cattivo”?
-Ma di questi temi parli solo con le amiche o anche con gli amici maschi?

Io sono in macchina, è sabato sera e torno da un’ottima giornata di Kendo. Sento a Radio Popolare queste domande rivolte a una ragazza (più o meno, vado a memoria), in una diretta dalla Stazione Centrale dove si sta svolgendo una manifestazione contro la violenza sulle donne. Mi rendo conto che c’è qualcosa che non va, per come la vedo io.
Radio Popolare è una voce importante per Milano e non solo, sia dal punto di vista informativo che strettamente radiofonico. Svolge un ruolo centrale da sempre ed è una istituzione munita di storia e sostanza. Gianmarco Bachi, per fare un nome solo, non è il primo pirla che passa per strada: è uno che ha un’idea forte di radio e a lui va tutta la stima possibile. Però Radio Popolare, proprio perché è una voce forte della sinistra milanese e italiana, non può non accorgersi che così non va. E la cosa non riguarda solo loro. Anzi.


La violenza contro le donne è uno di quei temi sui quali è il caso che la sinistra tutta rifletta, e che in particolare lo faccia chi ha posizioni vicine a quelle di Radio Popolare (quindi quella fetta che va dalla sinistra DS a Rifondazione Comunista). Perché la guerra contro la discriminazione femminile e la violenza contro le donne è una guerra che o si combatte a tutto campo o non si combatte. Non basta combattere la violenza in famiglia e la discriminazione che investe quotidianamente le donne sul lavoro. È giusto, sacrosanto, ma non basta.
La battaglia per i diritti civili di alcune minoranze non è una battaglia economica ma culturale. Le categorie classiche su cui si sono basate le lotte della sinistra, quelle di poveri e ricchi, maschi e femmine, occidente e resto del mondo, non funzionano più. Lottare contro il maschilismo violento e omicida vuole dire lottare contro la cultura dei poveri, degli immigrati, dei contadini e dei morti di fame, oltre che del resto della società. Perché i paesi in cui le donne stanno peggio sono paesi in cui l’ignoranza, la povertà e la cultura tradizionale sono lo strumento dell’oppressione, e non una ricchezza originaria a cui aggrapparsi. Le élite culturali ed economiche non c’entrano. Anzi, al contrario. È una lotta che deve andare oltre l’equo e il solidale, verso la modernità del giusto e del nuovo.
È un po’ come rendersi conto di colpo che non è più mercante in fiera, ma è poker: tocca cambiare le carte. Perché in India, Pakistan e Bangladesh le donne che rifiutano un uomo o si comportano contro la volontà dei parenti vengono sfigurate con l’acido solforico (di cui vediamo una toccante rappresentazione tridimensionale). Questo non succede in nessun paese ricco e cristiano. Voglio difendere i cristiani? No, voglio difendere le donne. Quindi credo che una radio in cui non si dice “straniera” ma “donna migrante”, pensando così di preoccuparsi a fondo della sua condizione, forse dovrebbe mettere in discussione più cose e non aver paura di considerare gli immigrati obiettivi specifici di campagne più serie, più convinte, più serrate. Lo scopo è quello di evitare che dilaghi in alcun modo la violenza contro le donne, che in molti dei paesi d’origine dell’immigrazione è spaventosamente diffusa e socialmente accettata. Sembra che da sinistra ci sia molta facilità nel puntare il dito contro la famiglia italiana, come istituto rigido e spesso perfetto per farci fiorire condizioni di sudditanza e violenza. Ma per qualche strano motivo la famiglia marocchina invece a volte appare come un quadretto pasoliniano di tenera condivisione di ruoli e affetti. E questo è un punto dolente, molto dolente, della discussione sulle libertà individuali, sulle identità e sulle culture.
Donne, gay e molte altre categorie sociali che a vario titolo hanno bisogno di tutela contro le discriminazioni, meritano di venire di prima qualsiasi posizione politica preesistente. Segnalando il pericolo della discriminazione e della violenza nelle famiglie di immigrati si rischia di fare il gioco delle forze di destra o degli xenofobi che alimentano il panico dello straniero? Forse sì, ma è un rischio che va affrontato. È dovere della sinistra prendersi carico del compito difficile di distinguere il proprio messaggio da quello della Lega ed essere fermi sui diritti degli immigrati come sui loro doveri culturali e legali nei confronti delle donne, siano esse parte della loro famiglia o no. È difficile, ma va fatto. Se no non se ne esce.

19 commenti finora
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E’ il problema connesso al relativismo timido, che teme sempre di offendere. Il relativismo è cosa buona e giusta, ma se c’hai ragione c’hai ragione, non ti deve togliere il diritto /dovere di dire tanto a un africano che fa schifo infibulare, quanto agli ebrei e ai musulmani che la piantino di circoncidere bambini. Alla fine finisci per ascoltare tutti, e smetti di far sentire la tua voce. Prenderesti a calci i preti, e poi parli di “saggezza del Corano”. E’ che credo che tutto questo sia un bug nella struttura portante della sinistra, secondo me è così e basta.

D’accordo. Ma infibulazione e circoncisione non sono nemmeno avvicinabili. Negli Stati Uniti quasi tutti i bambini sono circoncisi. E la natura igienica alla radice di questa pratica (e anche dell’obbligo religioso) pare avere un suo senso, soprattutto in paesi con condizioni igieniche e climatiche particolari. Ci sono studi secondo cui la diffusione dell’HIV nell’Africa meridionale è molto più difficile nei maschi circoncisi. Insomma su una cosa si discute. Sull’altra no: non c’è nessun motivo di nessun tipo, diverso dalla necessità di mutilare e sottomettere la donna.

Sono contenta che ci siano ragazzi, come te, che pongano questioni del genere. E’ un problema di cultura e di rispetto verso le donne. Bisogna “educare” gli uomini e purtroppo sono dell’idea che non sia solo una questione legata agli extracomunitari e che sulle donne si debbano dare una svegliata tutti, senza legami politici o religiosi. Sogno?

Si ok, l’ho usato come paradigma di pratiche arcane che, soprattutto in Europa, hanno poco senso e sarebbero da mettere in atto (nel caso della circoncisione) solo con il coinvolgimento del soggetto, in età matura.

Purtroppo ci avviamo al riguardo, a passi spediti, verso una societa’ con troppo “Politically correct” sulle labbra e poco acume nel cranio.
Questo quando va bene…..

Gia hai centrato il problema..quello di depoliticizzare o meglio depurare dall’inquinamento politico..bisogna focalizzarsi sull’uomo (beh in questo caso sulla donna..) e non sulle ideologie..Se essere di sinistra e’ avere un occhio attento per i bisogni reali quotidiani della gente bene io sono di sinistra…Se essere di destra e’ garantire una certa tranquillita socio/economica…bene io sono di destra..Esempio reale, qui in Cina le Donne stanno conquistando velocemente una posizione sociale notevole forse grazie a quel progresso economico selvaggio capitalista cosi tanto osteggiato dalle nostre sinistre..chiaro non e’ tutto oro quel che luccica ed in Cina ci sono gap mostruosi da colmare (recentemente ho letto un articolo bellissimo riguardo alla lingua segreta delle donne in cina..una storia un po lunga ma affascinante donne analfabete che svilupparono in una regione del sud della cina una lingua segreta e nuova per comunicare fra di loro…fantastico..e triste allo stesso tempo..)
Bene ti ringrazio Due volte uno per il tuo programma radio che tantissime volte mi ha accompagnato sulla strada di casa dopo una lunga giornata di lavoro…due per le idee sempre stimolanti che porti in discussione..grazie..a presto
Matteo

secondo me non ci dovrebbe essere assolutamente contraddizione tra essere di sinistra e difesa di quei valori che da sempre sono nostri (laicità, uguaglianza uomo-donna, libertà d’espressione); solo che molti sono accecati dall’antiamericanismo fino a difendere stupidamente tutto ciò che è antitesi all’occidente. io ho visto donne difendere il burka e la poligamia (logicamente le stesse che avrebbero bruciato i reggiseni neglia anni settanta).

Grazie Matteo.
Metti a nudo una questione: la posizione politica della sinistra è molto spesso posizione ‘alta’, da elitè, che non si sporca le mani con la realtà, che enuncia principi sacrosanti ma poi volta lo sguardo e, soprattutto, non si sogna minimamente di dire di aver sbagliato, di darsi una autocritica non ideologica.
Secondo me però il rischio di essere presi per razzisti c’é: mi viene da pensare, senza andare molto lontano, come erano ‘terroni’ i terroni in tutto il secondo ‘900, visti da quelli che avevano costumi diversi.
E allora, come si contempera una consapevolizzazione dell’ambiente culturale in cui si alimenta una discriminazione e una affermazione di principio sui diritti delle persone, ovunque abitino e qualunque humus sociale e culturale abbiano subito? Non ho una ricetta pronta, mi viene solo da pensare che solo se le culture e le persone comunicano si trovano delle mediazioni non ideologiche.
Mi fa orrore pensare a cosa si fa al corpo delle donne (le ustioni con l’acido, l’infibulazione), ho ancora negli occhi il viso impaurito di quei ragazzini impiccati in Iran perchè scoperti mentre facevano l’amore: quello mi viene - di getto - di chiamarlo l’orrore assoluto.
Ma non sono sicuro che - tarando il metro su quei fatti - si riesca poi, nella nostra ’serenissima repubblica’ a guardare ai fatti tremendi che quì accadono con lo stesso orrore (es. anni e anni di infamie oscurantiste dei preti quanti morti per hiv hanno fatto? e quante donne morte per aborto? e quanti quintali di sensi di colpa ci si ritrova ognuno sulle proprie spalle per questa… ‘educazione’?).
Grazie però per aver sollevato questo argomento.
Giuseppe

Pensavo fosse un post sulla violenza contro le donne, oggi, intorno a noi, nel nostro mondo. Pensavo che fossero commenti sulla violenza contro le donne, oggi, intorno a noi, nel nostro mondo. Invece si parla di altro.

No no, si parla proprio di questo. Il caso di Hina è stato cavalcato dalla destra? È terribile ed è successo a quaranta minuti di macchina da dove sono io. Così come le infibulazioni che clandestinamente possiamo ipotizzare avvengano in italia oggi. Poi ci sono le botte che le donne prendono ovunque nel mondo in quantità. E c’è il fatto che nessuna donna conti qualcosa in questo paese. Chiaro che è tutto parte di un grande sforzo di ugiaglianza. Però tra la lotta perché ci siano ministre con portafoglio e quella perché ci siano donne traditrici con la faccia, credo che la seconda sia più vitale.

C’è qualcosa che non va pure nel tuo ragionamento, però.
Dici che ‘è tutto parte di un grande sforzo di uguaglianza’ poi però fai una classifica tra donne ministro con o senza portafoglio e donne sfigurate in Pakistan.
Non funziona, così. Ogni giorno sui quotidiani italiani arriva almeno trafiletto su “donna pestata a sangue quando non uccisa da parte di un ex (fidanzato o marito)”. Ne viene segnalato uno per dieci che ne accadono, ogni giorno.
La violenza sulle donne, negli ambiti familiari, è così diffusa e trasversale che dovrebbero crollare tutte le distinzioni sul *tipo* di famiglia in cui tale violenza viene perpetrata.
Le donne ministro non c’entrano proprio per niente e gli uomini italiani dovrebbero guardarsi dal dire che *altrove* succede ben altro.

Luca Sofri ha scritto un bellissimo pezzo su “sinistra uguale” e “sinistra diversa” (rispetto alla destra). Radio Pop farebbe bene a ripassarlo. Una la sinistra egoista che si preoccupa solo della cura delle proprie idee, e l’altra che, con le proprie idee si occupa, anche, della cura reale dell’altro. (poi non diceva solo questo)
E occuparsi dell’altro significa, come dici benissimo, anche rischiare. Avere il coraggio delle sfumature della complessità. Chi ha paura di essere classificato drasticamente è perchè è lui che solitamente tende a farlo.
Michele Serra scrisse che uno dei modi per discriminare una comunità è descriverla come solo perfetta e meritevole, eliminando l’individuo. Mi riferisco ai migranti. In certa sinistra sembrano sempre tutti buoni, lasciando al loro posto aguzzini, retrivi e fascisti. Pensandosi assolutamente non razzista si lascia una donna in drammatiche situazioni, di fatto, solo perchè non italiana. Altrimenti ci sarebbero i soliti moti d’ira contro la (nostra) maledetta capitalista società.

senza generalizzare, ovviamente. Grazie.

Ciao Bordone, ritengo che nella tua critica tu non tenga conto di un fattore fondamentale che non ha nulla a che vedere col politically correct.

Provo a spiegarmi:

Gli sforzi per cambiare la società verso un modello che contempli un livello sempre minore di oppressione passano in primo luogo per le coscienze degli esseri umani e per il loro grado di consapevolezza dello stato di discriminazione in cui si trovano.

Se, ad esempio, penso a mia nonna che è nata nel 1913 penso ad un periodo storico in cui le condizioni di subalternità della donna nei confronti dell’uomo erano decisamente più oppressive di quelle di oggi eppure certi comportamenti in casa o nel lavoro sembravano assolutamente normali a mia nonna mentre oggi, qualunque donna occidentale, li percepirebbe immediatamente come discriminatori.

Immagina di possedere una macchina del tempo e di portare una donna di oggi indietro anche solo di cento anni, immaginala parlare con le donne di allora dell’emancipazione femminile, non credi che la guarderebbero come si guarda un marziano ?

Il processo che ha portato ha cambiare lo stato delle cose è stato lento, fatto di interazione tra le persone, di piccoli passi verso la consapevolezza, di riconoscimenti reciproci e di quotidiane, spesso dolorose, conquiste.Non è stato imposto dall’alto, non è piovuto dal cielo con un astronave.

Per liberarsi dall’oppressione bisogna in primo luogo cominciare a percepire la presenza delle sbarre invisibili che impediscono sia alla vittima che all’oppressore di riconoscersi come tali.

Nel caso del’interazione tra le culture, l’aspetto che tu mi sembri trascurare, è quello relativo all’orologio della storia che si è mosso in modo diverso in zone diverse del mondo.

Kabul senza i talebani non è diventata Stoccolma. La maggior parte delle donne in quel paese indossava il burka prima e lo indossa ancora adesso con Karzai.

Non voglio dire che il burka possa essere per qualcuno una cosa buona e per qualcun altro una cosa cattiva, il burka è oggettivamente una cazzata così come lo è l’infibulazione, la segregazione razziale , o le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale promosse dalle chiese cristiane in occidente voglio semplicemente dire che è giusto che siano le donne afgane a decidere come, quando e se liberarsi dai loro gioghi. Queste non sono battaglie che si possono fare per conto terzi.

Si può pensare che delle società in cui il livello di discriminazione degli individui sia più basso di altre possano fungere da modelli ispiratori per altre, possano accellerare il processo di consapevolezza in altre culture diffondensi come un meme, ma la diffusione del meme implica una trasformazione, una rielaborazione ad ogni passaggio.

Se le conquiste dei diritti vengono imposte da fuori non saranno mai un processo di evoluzione armonico agli usi e ai costumi della singola comunità , saranno interpretati come coercitivi sia dalle vittime che dagli oppressori.

Perchè ad esempio gli svedesi non abbandonano le loro battaglie di avanguardia e non vengono in Italia ad insegnarci la parità dei sessi e la libertà della ricerca scientifica ? Perchè i Francesi non non ci liberano dall’ingerenza della chiesa cattolica e ci insegnano come si costruisce un vero stato laico ?

Perchè non andiamo a liberare le donne giapponesi dalla loro condizione di gheishe ?(il caso del Giappone poi è emblematico perchè dimostra come non sia sufficiente il solo sviluppo tecnologico ed economico a promuovere l’evoluzione nella direzione della parità tra gli individui)

Diverso è il discorso sulle comunià di stranieri all’interno dei vari paesi, ma tu sembri mettere assieme le due cose.

Ogni singolo paese ha le sue leggi tarate secondo la propria sensibilità e la propria cultura, le comunità straniere che le abitano si devono adeguare a quelle leggi, punto e basta.

E questo vale per tutti, se una donna va in paese in cui non si può andare in topless in spiaggia o in cui bisogna indossare il velo, dovrà rispettare quella legge, se qualcuno pratica l’infibulazione in Italia avrà tempo di riflettere su quello che ha fatto nella sua cella perchè dalle nostre parti sarà condannato giustamente per lesioni aggravate.

Io però a voglio continuare a battermi in primo luogo per l’oppressione della cominità degli uomini più prossima a me fiducioso di appartenere ad un’unica specie animale e fiducioso del fatto che le se le battaglie della mia comunità avranno successo potranno un giorno costituire un esempio benigno e servire anche ad altri uomini che decideranno quando e come impiegarle nel loro particolare contesto, conservando la loro diversità culturale.

Diversamente rischiamo davvero di sentirci superiori nel senso deteriore del termine e daremo ossigeno a quel sentimento che contribuisce oggi a far credere a tanta gente che la guerra in Irak sia una lotta per la democrazia .

Continueremo a dar modo ai prepotenti di giocare, dall’alto della nostra supposta superiorità, con la pelle degli altri come faceva l’Inghilterra coloniale tracciando mappe nel deserto tra comunità di uomini che invece erano organizzate secondo sistemi tribali . Disegnando confini e stati che quei popoli non riconoscono per poi far cadere dall’alto uguaglianza, democrazia e diritti umani sotto forma di bombe.

Unonessuno for president

molte cose sono state dette nel post e nei commenti. interessante il commento precedente, anche se non condivido tutto.

è molto importante che si parli di queste cose e sono stata felice di trovare un post sull’argomento in questo blog tanto seguito. è chiaramente un discorso emotivamente sentito e che venga da un uomo fa senz’altro piacere.

ci sono però alcune considerazioni che vorrei fare sulla base di ciò che ho letto:

- mi spiace scendere in distinzioni di genere, che normalmente non mi piace adottare, ma la classificazione in problemi piu urgenti e meno urgenti quando si parla di condizione femminile, è una peculiarità tipicamente maschile. pensare che l’assenza di donne nella politica italiana sia un problema marginale rispetto ad altri è un forte errore. Il tasso di presenza femminile è uno degli indici di progresso di un paese. E il progresso non si deve arrestare semplicemente perchè qualcuno, da un’altra parte, è rimasto indietro.

- il distacco tra politica e problemi reali non emerge solo in questo caso specifico. forse uno dei fattori per cui certi temi non vengono dibattuti è proprio la mancanza della voce delle donne e di conseguenza l’attenzione ai loro problemi (ed ecco perchè è importante la presenza femminile in politica)

- il problema che hai sollevato in merito alle differenze culturali riguarda molti altri aspetti oltre la condizione femminile; riguarda la tutela dei minori, la libertà manifestare il proprio culto, la libertà nel seguire un personale stile di vita.
la trincea di questo dibattito è senz’altro il settore in cui lavoro. ogni persona che ha a che fare con l’immigrazione è costantemente dibattuto (o dovrebbe esserlo) tra la consapevolezza dei diritti fondamentali della persona, propri della nostra società, e il rispetto per le differenze.
è facile decidere cosa sia meglio solo per chi guarda da fuori, per chi, poi, nella pratica, non si trova a dover prendere delle decisioni.
io non sono una sostenitrice ad oltranza del “lasciamoli vivere come gli pare” ma trovare un confine è assolutamente difficile.
io stessa ho accompagnato donne a far infibulare (1 e secondo tipo) le figlie, da un medico, assistite; semplicemente perchè sapevo che altrimenti l’avrebbero fatto clandestinamente. ma l’infibulazione è solo un caso, forse il più eclatante…
potrei dilungarmi su esempi in cui trovare il confine non è facile, e soprattutto trovare un confine valido per tutti; ma questo è solo un commento…
l’integrazione (a cui il problema in oggetto è fortemente legato) passa senz’altro dalle donne, ma non è un lavoro di cui si possano vedere i risultati in una o due generazioni.

- ribadisco, anche se forse non ce n’è bisogno, che la violenza sulle donne è un fenomeno trasversale al di la delle differenze sociali e culturali. In questo, però, anche le donne hanno una forte responsabilità, e, spesso, questo passa in secondo piano. prima riusciremo a svestire i panni delle vittime indifese e prima potremo ottenere dei risultati. un esempio? provate ad andare in qualche forum di lesbiche (categoria che, tendenzialmente, dovrebbe essere leggermente piu autoconsapevole della propria forza di donna). vi troverete dozzine di post di femministe da barricata convinte che la donna sia sempre e comunque una vittima dell’uomo. questa, a mio parere, non è la direzione giusta.

per concludere, ben venga il dibattito chiesto a gran voce in questo post. ma cerchiamo tutti di abbassare il livello di emotività e concentriamoci sulla realtà

Ho inserito il confronto tra le donne ministro senza portafoglio e le donne fedifraghe senza il loro viso, per stimolare il dibattito. Ma non intendevo che la lotta alla violenza sulle donne o il diritto di ricoprire cariche importanti non siano entrambi fondamentali. Lo sono. Ma io sono un maschio. E le lettrici hanno già il dentino un po’ avvelenato. Un minimo di pregiudizio c’è, perché i maschi sono quelli che disciminano da secoli. Quindi capisco e accetto. Ma cerco di spiegare meglio.
L’idea non è quella di imporre nei paesi più indietro su questi temi il rispetto delle regole, ma nemmeno di lasciare che tutto avvenga con la massima calma. Si dovrebbe fare tutto il possibile per accelerare il fenomeno. Ricordo che in Turchia le donna votano dal 1934 per legge. Non si è aspettato, si è imposto con forza per legge. E questo è stato un bene indiscutibile per le donne e per la loro causa.
Qui non si parla di un grande maschilismo che si esprime a diverse gradazioni, dal mobbing all’omicidio di Hina. È questa l’idea che mi sembra discutibile. Forse a livello sociologico sì, ma nella pratica politica bisogna sapere bene che i problemi si affrontano tutti insieme, ma conoscendone le caratteristiche.
È bella e naif l’idea di un mondo in cui si aspetta. Ma come si urla a gran voce contro le ditttature militari o politiche, così si deve incazzarsi quando si sente parlare di discriminazione, di dittature sociali. La zia di una mia amica andava in Calabria, nei paesini della Sila, negli anni Settanta, a fare divulgazione contraccettiva. Le donne dei paesi le tiravano i sassi e le gridavano puttana. Avevano ragione loro? Era il loro modo di dire sono tradizioni e non si impone niente? Lei stava forzando la mano?
Sicuramente erano anni in cui la militanza politica non faceva confusione con il rispetto delle tradizioni. Pasolini era una voce su cui si discuteva e non una divinità. Il progresso era di sinistra.
Non ho la soluzione ultima del problema, ma penso che ci siano temi su cui una linea morbida sia irresponsabile da parte nostra, anche se ci fa sembrare amorevoli e rispettosi.
Tutto questo nulla ha a che fare con l’uso della forza militare, l’andare a portare la civiltà colle bombe, tutta ’sta roba alla quale non mi riferivo. Né c’entra col burqa. Sul burqa presto un altro post.

quoto.
comunque dai… non ti abbiamo attaccato al collo…
volevi stimolare il dibattito e t’abbiamo risposto…

comunque più penso a cosa scrivere piu capisco che un post non può essere sufficiente a contenere l’immensa realtà della violenza sulla donna; ce ne vorrebbe uno sul burqua, uno sulla violenza domestica, uno sulle vittime di tratta (e qui ne avrei da dire…), uno sulle donne in politica, uno su la violenza attraverso i mezzi di comunicazione, uno su …
e non è lo scopo di questo blog (lo so, lo so bordone)

Evidentente ogni approccio a questa questione porta con se la sua quota di rischio.

Hai ragione quando dici che esiste il pericolo che l’approccio”relativista” possa spingere qualcuno a non vedere più la brutalità dell’oppressione e possa confonderla con una condizione di equilibrio naturale semplicemente diverso dal suo. E questo è grave.
Ma è grossolano squalificare in toto questo approccio etichettandolo come una cosa naif da attendisti sognatori dal cuore tenero che non vogliono sporcarsi le mani con la merda del mondo.Ma questo,forse, è un altro fattore di rischio del relativismo.

Ma parliamo dei rischi dell’approccio che proponi tu:

Tu stesso dici che si può finire col fare il gioco degli xenofobi(non mi piace dire delle destre per tante ragioni).

Dici che bisognerebbe alzare una voce forte e smettere di vedere la famiglia marocchina come un quadretto pasoliniano di tenera condivisione di ruoli e affetti. Bisogna esporre al sole la sua quota di brutalità che è minore di quella della famiglia di un paese ricco e cristiano.

Ora, in questo caso, il rischio qual’è ?

Il rischio è che quell’infezione latente che giace in fondo agli animi degli uomini e che fà ritenre a molti individui o popoli che che ogni straniero non solo è nemico ma è anche moralmente inferiore, si manifesti coscientemente.

Per dirla con Primo Levi, il rischio è che questa convinzione, che di solito si manifesta solo con atti saltuari e incoordinati, da inconsapevole, diventi origine di un sistema di pensiero e quando questo dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo al termine della catena sta il Lager. O per attualizzare come ti dicevo nel mio commento precedente, rende possibile la raccolta di consensi per una guerra di aggressione spacciandola per intervento umanitario volto a diffondere la democrazia e i diritti umani.Una cosa di sinistra, direbbe Christian Rocca.

Analizzati i fattori di rischio vediamo i possibili benefici dei due approcci:

Immagina le prime comunità di immigrati italiani negli Stati Uniti. Quale poteva essere la condizione della donna meridionale a quel tempo ?
Stando al tuo approccio la priorità dei movimenti per i diritti femminili avrebbero dovuto essere quella di fare un grande sforzo di autocoscienza e prendere il coraggio per dire che la donna italoamericana è più vessata di quella americana.

Avrebbero dovuto dare la priorità alla emancipazione delle comunità immigrate prima di occuparsi della loro.

Ma così non è successo, le donne americane hanno continuato a battersi per i loro diritti in primo luogo e hanno migliorato la loro condizione mentre i mariti italiani continuavano a dire alle loro mogli:â€donna, lavami i mutanni†(sto esagerando, ovviamente).

Poi, passo dopo passo, attraverso il processo di integrazione, le donne italoamericane si sono confrontate in strada o sul posto di lavoro con donne che godevano di maggiori libertà, di maggiori diritti, di maggiore considerazione e quel virus le ha contagiate.

Magari un giorno una di loro è tornata a casa e ha detto al marito:â€sai che c’è ? oggi i piatti li lavi tu! “ Magari qualcuna c’è pure morta per aver provato ad assumere i costumi “corrotti e degeneri†delle donne americane, come è successo all povera Hina.

Ma cosa è accaduto oggi, a distanza di tempo, attraverso il processo di osmosi culturale che io sostengo essere l’unica strada percorribile e che tu invece squalifichi come naif ?

E’ successo che oggi, l’italoamericana Nancy D’Alessandro in Pelosi, è la prima donna portavoce della camera dei rappresentanti, la terza carica istituzionale del paese mentre noi abbiamo le ministre senza portafoglio.

Quello che a te pare idealismo, linea morbida irresponsabile a me pare ferreo pragmatismo.

Questo lavoro di autocoscienza che secondo te dovrebbero fare alcuni settori della sinistra e gridare un pò come fece Fantozzi che:â€la corazzata Potemkin è una cagata pazzesca !†mi pare inutile e molto pericoloso.Anche perchè, e qui secondo me sta gran parte dell’equivoco, che la corazzata Potemkin sia una cagata pazzesca lo sanno già più o meno tutti.

Per l’acido, le botte e le mutilazioni, insisto, ci sono le leggi.

Ciao

unonessuno: mentre la pelosi diventa capo del congresso donne cresciute in una cultura liberale decidono di loro spontanea volonta di sottomettersi a usi e costumi stranieri in cui la donna è all’ultimo scalino della società. non se ne parla molto, ma non sono casi così rari come si potrebbe pensare. come lo spieghi?

lasciar fare tutto ad una fantomatica mano invisibile alla smith trasbordata dall’economia alla sociologia non credo sia sufficiente. è comunque nostro dovere cercare di fare in modo di accellerare il processo di autodeterminazione delle donne; senza lavaggi del cervello o cose simili ma supportandole e stimolandole.

c’è differenza tra il riconoscere la superiorità di certi valori propri della società occidentale (il rispetto per la dignità della persona, ad esempio, ma qui si potrebbe aprire un altro dibattito su come non sia seguito neanche da noi…) e il considerare nemico o inferiore una persona con un bagaglio culturale diverso.

ma ripeto, la donna straniera è solo _uno_ dei fronti in cui si manifesta la violenza sulla donna.

si, il tema mi sta a cuore, se non si fosse capito.

all’esatto opposto delle donne senza volto ci stanno operazioni come questa, con cui ho collaborato a barcellona: http://www.observatoridelesdones.org/
(a dire il vero, mentre ci lavoravo, ho pensato anch’io ad un discorso di priorità. quando prendi la strada del femminismo rischi di vedere attacchi alle donne anche nella forma dell’apriscatole!! e io non lo riesco proprio a capire…)



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