Io fino ad ora non ho fatto il post perché pare brutto, fa un po’ rompino del web che ha sempre da dire. Anche perché non avevo niente da dire. Solo che da quando ho visto la pagina myspace di Borat mi è venuto un dubbio. E poi, rintuzzato dal mio vicino e collega Matteo “Trappolino” B. Bianchi che lo sostiene da tempo, mi sono convinto che l’idea iniziale da cui è poi sfociato il personaggio di Borat deve essere venuta proprio dal turco. Ora che anche lui, Mahir Çagri, se ne è accorto, la cosa diventa palese. A Dispenser ne avevamo parlato qualche mese fa, come del più rimpianto tra i personaggi diventati celeberrimi in rete nel giro di pochissimo tempo e riscomparsi nell’oblio poco dopo. Accanto a lui c’erano Ghyslain Raza e Ellen Feiss.
Ora forse un giudice dovrà decidere se c’è trippa per gatti, ma a occhio possiamo porre dei punti fermi. Tutto il contenuto esilarante di Borat, il modo in cui interagisce con la gente, la parodia delle semidemocrazie e insomma la sua idea di comicità dell’imbarazzo è farina del sacco di Sasha Baron Cohen. Ma esteticamente dalla giacca di tre taglie più larga, al baffo, al sorriso di una fissità inquietante, al ping pong, fino alla compiacenza zuccherosa e libertina (che in Borat si sposa con i costumi del suo fantaKazahstan cavernicolo), Borat Sagdiyev è Mahir, il turco di Ismir.
Già che ci siamo. Volete dire grazie al kebabbaro turco? Voi gli chiedete come si dice grazie e lui dice una roba molto difficile da ripetere (il turco è agglutinante, non si scherza). La volta dopo non vi ricordate una mazza. Lasciate stare. Ditegli “To sugar a dream” aprendo poco la bocca, e otterrete una roba che si avvicina molto a “grazie” in turco. A quel punto lui forse dirà qualcos’altro, pensando che sappiate qualche parola della sua lingua. Sorridete e guadagnate l’uscita rapidamente. E non perdete di vista il kebab, che se no la cremina allo yogurt vi cola sulle scarpe e le macchia.