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domenica 31 dicembre 2006

New York, 12-25-2006


smokexmasNatale a New York (e di De Sica neanche l’ombra).
Anche Smoke festeggia il Santo Natale nella città che non dorme mai. Con considerazioni varie, in forma di elenco, of course:
- Natale negli States rappresenta per gli abeti quello che è il Giorno del Ringraziamento per i tacchini.
Una Strage.
A partire da metà dicembre, i marciapiedi si coprono di alberi, aspiranti natalizi, tagliati e accatastati in bella mostra. Si vocifera che le persone –folli- che stanno 24 ore su 24 a presidiare i resti vegetali, che presto si trasformeranno in moneta sonante, siano dei canadesi che di lavoro fanno solo quello e che con i guadagni di questo periodo si mantengano famiglie e attività. Ho i miei dubbi.

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giovedì 28 dicembre 2006

Un anno vissuto da übermensch


super.jpgGennaio. Si parte quasi subito con Sharon che va in coma. Poi si ribadisce che Sanremo è Sanremo e salta fuori che J.T.Leroy è una tipa, pure niente male. Poi un po’ di fiele verso gli attori italiani, il trasloco di Freddy Nietzsche da blogger a qui e la voglia di bruciare quintali di libri in previsione del trasloco a MIlano.
Febbraio. Un bel film carnale. La questione delle vignette danesi che impazza. Si cerca disperatamente una tizia che lavora a Sky. Il bukkake day ci onora della sua aspersione. Olimpiadi invernali e un momento difficile che ribadisce la grandezza delle donne.
Marzo. Incontro con l’uomo che mi ha trascinato nel mondo videoludico. Uno mi rompe la macchina e mi ruba il bogu. Nonostante ciò mi trasferisco a vivere a Milano. Poi batussi, V for Vendetta e il primo capitolo di Royale Politique.
Aprile. Prima un po’ di droga. Di seguito un viaggio in Baviera, le elezioni, e alcuni ricchioni.
Maggio. Speriamo in un film di Infascelli. Torna la rimbambita Ciccone e ci diamo dentro. Nasce Ebrei For Dummies. Un voto per l’anziano Sofri.
Giugno. Un incubo umano e un sogno vero. Un Savoia si fa arrestare. Ci scanniamo su un condizionale. Si scopre che il reggae è fascista e l’hip-hop un po’ stupidino.
Luglio. Le liberalizzazioni (poi fallite) dei TAXI. Caruso fa il dilettante e Materazzi il professionista. Ci lascia Syd. Si scatena l’affaire Melissa P. Faccio le cinque con amici scemi a parlare di CD.
Agosto. Ricordi genovesi. Compleanno. E difesa di Madonna, la rimbambita. Nasce Lonely People. E Il Bacio della Pantera. Si scopre che l’apriporta della macchina funziona megliosul cranio.
Settembre. Schiatta quello che rompeva le palle ai rettili. Schiatta anche la Fallaci. Di cancro. Scrivo a Spielberg e quasi non mi crepa anche hamster. Un po’ di indulto.
Ottobre. Nasce Smoke. Difendo il papa. Celebro per bilanciare le canne alla RAI. Il ministro della scuola ce l’ha con la Playstation. La Dandini cambia voce.
Novembre. Lo spam ci paralizza. Le Iene mi fanno cadere le palle. Borat viene tallonato dalla sua matrice. I Dem vincono le Midterm. Una foto da sbarellare precede un film da bestemmiare. La Coppola si conferma bravina.
Dicembre. Aaron Sorkin. Alberto D’Aguanno. Ahmedinejad. Roberto Alagna. Piergiorgio Welby (che poi ce l’ha fatta). James Brown.



lunedì 25 dicembre 2006

Make your own modern music


clay.jpgNon perché era il più spettacolare dei negri mondiali; non perché nessuno prima di lui aveva cantato il martellamento sessuale con quella dose di verità; non per la sua faccia rincagnata; non per la Georgia di Johnny Mercer; nemmeno per la sua megalomania fulminata e polverosa, né perché ha inventato il campionamento prima dei campionatori, le strutture additive, la ripetizione come mantra e drone, la sincope come normalità e in sostanza è il padre della musica moderna: il motivo per cui James Brown ci mancherà è la classe inarrivabile con cui nel tempo di un inciso lui scivolava a terra, si apriva nella più stilosa delle spaccate e tornava su, ad abbracciare l’asta del microfono, senza che niente sembrasse preparato, con la classe di chi sa da dove viene e dove vuole andare.



venerdì 22 dicembre 2006

(S)low tech ubriacante


Rabbids.jpgCome volevasi dimostrare non erano gli FPS, non erano i TeraFlops, non erano le schede video ribollenti di potenzialità che la gente cercava. La gente vuole giocare. E se gli dai qualcosa di divertente, si diverte. E il corpo, come si constata quando ci si bacia, arriva molto prima e molto più forte del cervello. Nintendo nasce come fabbrica di carte: una specie di Dal Negro giapponese. Il gran capo galattico si dice non sia nemmeno capace di usare un joypad. Non hanno mai spacciato numeri, ma figate. Non hanno mai detto di avere la tecnologia, ma sempre e solo di avere le idee e i giochi divertenti. E se avete visto alcuni titoli del Gamecube (addio, cubetto, è stato bello), tipo Picmin o Zelda o resident Evil 4, sapete di cosa parlo.In ogni caso il risultato della questione è che le Wii sono uno spasso e che i media italiani non ci capiscono una mazza. E hanno raccontato dei rischi dei videogiochi, dei televisori che si rompono se il laccetto del telecomendo si rompe e il telecomando stesso vola in giro per la stanza. Raccontare di un fenomeno legato al mercato, senza travestirlo da sociologia, non è previsto.

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mercoledì 20 dicembre 2006

Dio salvi il Natale: ricchi premi e rock&roll


queenmomIl secondo Natale di Freddy Nietzsche prevede regali per i frequentatori occasionali e abitudinari. Non che fosse una scelta mia. È successo che l’industria musicale (l’unica industria che mi ha salvato la vita) abbia deciso di usare i blog per premuovere un gruppo. Il gruppo si chiama The Good, the Bad and the Queen ed è costituito da Damon Albarn dei Blur, Paul Simonon dei Clash, Simon Tong dei Verve e il batterista nigeriano Tony Allen. Il produttore è quel genio di Danger Mouse, cioè il magro dei Gnars Barkley e molto altro. Il disco, omonimo, uscirà all’inizio del 2007. La Parlophone ci regala dei pezzi in anteprima, da ascoltare, perche siamo un bel blog e siamo della bella gente. Lo fanno perché sono buoni? No, lo fanno perché sono intelligenti e sperano che spendiamo i nostri soldi comprando i loro prodotti. Ma questo è il pop, ragazzi. Funziona così da sempre. Dice, ti presti al marketing virale? Sì. Se sono io l’organismo ospite e il virus mi piace. Parecchio.
Ecco le canzoni. Buon ascolto. Commentate numerosi.
History Song
80s Life
Kingdom of Doom
Herculean
Three Changes



lunedì 18 dicembre 2006

È il sondaggio, bellezza


quartogiornaliQui è inutile che continuiamo a fare i moderni, famo l’americani ar seltz, e la forchetta di qua e il coltello di là, e il campione nel mondo e il bacino l’utenza. Qui bisogna che guardiamo in faccia la realtà e ci rendiamo conto che questo è un paese in cui quella roba lì è vista con una certa diffidenza perché nemmeno sui numeri, nemmeno sulla cifre, non sulla loro interpretazione ma sul loro valore prorio, si condivide mai una mazza. Qui funziona di più Mirkos (astrologo, veggente, madre natura). Quindi è inutile che adesso ci inventiamo il gradimento di Prodi e il grandimento di Padoa Schioppa. Non è credibile. Negli Stati Uniti vivono trecento milioni di persone e lì i sondaggi di gradimento ballano di tre o quattro punti nel giro di mesi. Noi siamo meno di sessanta milioni e una settimana prodi è da ghigliottina, una settimana la gente è affezionata e regala a Natale pupazzetti di Romano che schiacci la schiena e dice: “Andiamo beeeene“.

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domenica 17 dicembre 2006

New York, 12-15-2006


smoke17%3A12Correre a New York City.
Mettiamo subito le cose in chiaro: io non sono uno di quelli a cui piace il podismo, veramente non riesco a provare nessuna attrazione per il gesto della corsa di per sé. Lo posso capire e apprezzare in altri contesti: dietro/portando un pallone, inseguiti da Cujo, con la borsa di una vecchietta tra le mani… E, per dirla proprio tutta, anche quando gioco a calcio mi rifaccio al sommo RobbertoBaggio che diceva: “Non è importante quanto corri, ma quanto fai correre la palla”, vabbe’ più o meno. Sono anche convinto che nelle gare a staffetta abbiamo piazzato in mano agli atleti quel bastoncino proprio per convincere gente come me che non sta correndo a vuoto…
Insomma, nonostante questa premessa che farebbe passare la voglia anche a Linus e Aldo Rock, mi ritrovo con cadenza quasi settimanale a correre su e giù per il Westside.
Perché?
Credo che la risposta sia: perché sono a New York.

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venerdì 15 dicembre 2006

Non guardate me


missileTorniamo sul caso Welby. Perché Welby è sempre lì e la questione pure.
L’idea per cui debba essere un medico, un ministro, una persona che fisicamente compie un gesto, l’elemento centrale dell’oggetto del contendere, è il fulcro della distorsione della vicenda. Ultimamente se ne parla molto. I giornali vanno pazzi per questa personalizzazione spinta, per il taglio quasi cinematografico dell’evento. Per l’immagine, per il momento in cui qualcuno dovrà compiere un gesto per smettere di tenere in vita Giorgio Welby. E allora il medico che dice no. E il ministro che dice io non la farei. E l’altro che interviene su quanto sarebbe terribile doverlo fare.
Mi ricorda la questione della chiave per lanciare i “peacekeepers”, missili sparsi per l’america ai tempi della guerra fredda (che poi è la sequenza iniziale del film War Games e nello specifico non c’entra perché la Guerra Fredda è un fatto storico più transitorio, discutibile e piccolo della storia della medicina e del rapporto tra specie umana, malattia e morte).

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martedì 12 dicembre 2006

Le gattine bizzose del melodramma


gattineVediamo di mettere giù un paio di concetti, anche se questa non è la mia materia. È la materia di Sasaki, il melodramma. Comunque.
A – Il teatro “alla Scala” è il teatro “alla Scala”. Tradizione, lustro, blasone, grande orchestra e porcaputtana quando Giuseppe Verdi era malato i milanesi, lì in via Manzoni, stesero per terra la paglia perché le carrozze non facessero rumore e disturbassero il maestro. Questo è il teatro “alla Scala”. Un posto dove si canta con il rispetto e l’emozione che un posto come questo merita. Esserci è un onore. Essere un protagonista ancora di più. Esserlo alla prima, la sera di Sant’Ambrogio, è bingo.
B – Il cantante lirico è un artista: uno che non produce un bene, ma studia per esibirsi in un’arte e per esibirsi davanti a un pubblico. Il pubblico può gradire o meno la sua esibizione. In certi perdiodi storici e in certi contesti, quando il pubblico non gradisce lo fa capire.

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martedì 12 dicembre 2006

Tirare il presidente fortissimo per la giacchetta


pigNon è come dire il Lichtenstein. E non è nemmeno come dire l’Arabia Saudita. Quella roba lì è la Persia. La Persia delle versioni di greco, la persia di Ciro e Artaserse e di quelli che tornano a casa dalla Persia stravolti e dicono talassa talassa, il mare il mare! Non si può fare finta che non sia roba nostra, l’Iran. Che sia un altra cultura, un altro mondo, mai avuto niente a che fare. Quello che parlò così, per esempio, il caro vecchio Zarathustra, pure lui viene da qui. E nemmeno si può immaginarsi che effettivamente paese che vai fascista che trovi. L’Iran è uno dei paesi popolosi più giovani al mondo. C’è una classe di studenti che si oppongono a questo regime oscurantista e da mesi, forse da un paio d’anni, di questi non se ne sapeva una mazza. E noi occidentali medi che non pensavamo all’oppressione reazionaria di un paese dove sono vietate le feste in casa e comandano religiosi tra i più retrogradi del circondario. Finalmente tornano a farsi sentire gli oppositori dell’uomo con la giacchetta, il presidente Ahmedinejad. Quello che secondo molti non è stato eletto dalle forze della conservazione più retrograda e stantia e vecchia, ma dal peccato originale degli americani. Che stronzi un po’ lo sono anche, ma proprio colpa loro di tutto ovunque, no, dai.
Insomma comincio a pensare che non l0abito il monaco, ma la giacca fa il dittatore. E che ci sia un sarto che è lo stesso di Kim Jong Il, che li veste in quel modo che non sai mai cosa aspettarti. Ora gli studenti che hanno manifestato contro il presidente che odia gli ebrei e nega l’olocausto forse verrano trasformati in crocchette per i gatti. Vedremo quello che succederà e le reazioni. O qualcuno li finanzia, o sono bravi loro, insomma forse qualcosa riescono a combinare. Che non si può trasformare un paese ponte come la Persia, pieno di etnie diverse e culture e sfumature, in un monolite nero di barbe e corani.