Domenica 7 Gennaio 2007
Istanbul
Istanbul era proprio come me l’aspettavo. Acqua ovunque ti giri, che sia un canale come il Corno d’Oro, o uno stretto come il Bosforo, o un mare chiuso come il Marmara, prima o poi un ponte lo devi attraversare per forza. Odore di cibo in ogni strada, stradina e piazza, sotto il ponte di Galata. Case e finestre una sopra l’altra. Minareti di tutte le dimesioni che spuntano fuori tra un tetto e l’altro, tra una parabola e l’altra (ma le parabole rosse proprio non me le aspettavo), tra un cartello pubblicitario e l’altro, e accanto le dolci cupole delle moschee. Il traffico la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, sempre, e i clacson, sempre. I bazar, i mercati delle spezie, i baklava dolcissimi pieni di miele. La preghiera, da un minareto all’altro, ogni ora. Tutti che fumano come turchi, ovunque. Una città gigantesca, che anche dall’aereo non capisci dove inizia e dove finisce.
Istanbul era proprio come me la ricordavo, l’unica altra volta che c’ero stata quando avevo 11 anni. Aya Sofya e la Moschea Blu enormi, soprattutto la prima, enorme, anche troppo. La luna, piena anche questa volta, tra i loro dieci minareti, la notte, e tutti a cercare di fotografarla (ma questa con le macchine digitali, così se non è venuta bene la butti via subito). La cisterna sotterranea con le sue 336 colonne (ma i pesci non me li ricordavo) e i due capitelli con testa di medusa. I baklava dolcissimi pieni di miele. La preghiera cantata dai minareti. I pistacchi dei venditori ambulanti. Il pane col sesamo dei venditori ambulanti.
Istanbul mi ha proprio sorpreso. Ci sono tante case di legno e quando le restaurano sembra quasi di essere in Inghilterra. E’ fortemente araba, nei vecchi quartieri e in quelli più poveri, dove le donne in giro sono poche e hanno il capo coperto e possono scegliere tra innumerevoli negozi di foulard e da sposa (ce n’è una marea sulla strada per Chora, sito da non perdere) e gli uomini ti fissano (a te donna) come se tu fossi un extraterrestre, guai ad alzare lo sguardo. E’ fortemente europea in altri quartieri, come a Beyoglu, dove la sera sulla lunghissima strada pedonale di ?stiklal Caddesi compaiono tutte quelle donne che non avevi visto negli altri quartieri, senza foulard e vestite come in qualsiasi altra capitale europea. Insieme ai loro amici affollano la strada, che è pure larga ma devi sgomitare per passare, e i ristoranti, bar, negozi, club, la strada è lunga un paio di chilometri e insieme ai vicoletti laterali fanno veramente un mucchio di locali, molti dei quali, per fortuna, mantengono lo stile arabo, come i tavolini bassi con sghabellini e narghilè. Si mangiano i meze, che sono un po’ come le tapas spagnole, ma non si mangiano con l’aperitivo ma come antipasto, che poi è simile. Ti siedi e arriva il cameriere con un vassoio gigante pieno di piattini di meze e te scegli quello che vuoi, ci sono salsine a base di yogurt, melanzane in tutti i modi, couscous piccanti, palline di formaggio… A Istanbul si mangia benissimo, ma questo lo sapevo già. C’è il tram (anche la metropolitana e i pulman), modernissimo, sempre carico all’inverosimile di gente, che attraversa anche il ponte di Galata. A Istanbul bisogna andare ad un hammam e sperimentare gli altri (quando avevo 11 anni i miei non mi ci hanno mica portato). A Istanbul non devi cercare un taxi, ti trova lui, a qualsiasi ora, anche quando proprio non ne hai bisogno. Lo sport nazionale degli abitanti di Istanbul è la pesca dal ponte (di Galata). Devi arrivare abbastanza presto la mattina (d’altra parte è risaputo, chi dorme non prende pesci) per trovare posto, e il sabato mattina ho visto anche alcune donne che pescavano. Nell’alfabeto turco ci sono le i senza il punto, fanno un po’ impressione. Gli ostelli a Istanbul sono belli, soprattutto quello a Beyoglu.
Istanbul era proprio come me l’aspettavo, fantastica; era proprio come me la ricordavo; fantastica; è stata proprio una sorpresa, fantastica.
Sburk
3 commenti finora
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La mitica vista sul Bosforo è solo un supplemento dell’Hotel. Hai pagato e hai allungato lo sguardo verso il Mar Nero, ma infine hai pensato che Istanbul fosse meno interessante della sua storia. Per una settimana avevi cercato entrambe (Istanbul e la sua storia) ma poi ti sei accorto che stavi procedendo per astrazione. C’è un ponte avveniristico che unisce le rive europea e asiatica, ma il Bosforo è solo un braccio di mare freddo e ostile. Manca un ponte tra le paginette della guida Touring e le gelide schermate della realtà. Manca un ponte tra il panorama notturno degli antichi palazzi illuminati a candele (ciò avresti voluto) e i neon e le alogene dell’Hilton. E così dagli aromi del bazaar delle spezie sei passato alla puzza di piedi della Moschea Blu. Dai vapori della tua immaginazione sei passato a quelli del bagno turco in cui una squadra di ciccioni panzuti, e baffuti, t’inseguiva per spremere la mancia all’occidentale deficiente. Dopo avergli bollito la pelle e triturato le ossa.
E tu purtroppo – che siccome sei un malato mentale, cercavi soprattutto la musica – non hai trovato neppure un ponte tra la musica dei giannizzeri (che ispirò Gluck e Mozart) e i taxi che sparavano dance turca pompata con impianti pioneer: e che ti portavano a prendere un caffè turco, anzi no, scusi, mi porti un espresso italiano. Eppure, senza affanno, sotto sotto, l’hai cercata: la musica ottomana che attingeva alle varie culture islamiche e che si arricchiva degli apporti di tutti i paesi conquistati; il canto del muezzin che riecheggiava nelle vie (quello sì, anche troppo) ma che era registrato su nastro; i poemi del tempo di Solimano il Magnifico; i teatri d’ombre; gli enormi timpani dal rombo di tuono (i kos) che appunto Gluck inserì nella sua Ifigenia in Tauride; la fastosità dei tamburi e dei liuti e dei flauti e insomma la musica mether che ispirò Il ratto del serraglio di Mozart e tutta la retorica turchesca e modaiola del Settecento. Niente. Gli strumenti che avevi immaginato (le cetre persiane, i tamburi, i liuti a manico lungo) erano celati nelle botteghe della Cucurkuma, il quartiere degli antiquari. O erano farlocchi come quelli propinati al gran bazaar. Però a palazzo Cirigan hai trovato un jazz club patinatissimo in cui una band di colore suonava George Benson. E in un ristorante musulmano, senza saperlo, hai bevuto tre bicchieri di una bevanda zeppa di papaverina. Un cameriere ti ha detto, pure, che certi italiani piacciono molto. E a capodanno hai prenotato al ristorante Le pecheur (con rotonda sul Bosforo) e a mezzanotte non c’era più nessun altro, come in C’era una volta in America. Allora hai chiesto di abbassare le luci. E hai chiesto della musica. C’erano solo due cd. Uno era rotto. L’altro era Woman in love. Hai ordinato una sogliola.
II.
Poi la mattina del primo gennaio 2006 volevo partecipare alla messa dei cristiani armeni, interesse personale di un ateo.
Di buon’ora mi sono incamminato lungo l’Istiklal Caddesi. Il corso era ordinato e tranquillo, ossia privo di quel genere di postumi da Capodanno che persino nel Beyoglu, il quartiere più occidentale di Istanbul, rimane una festività da occidentali che i musulmani snobbano e solo i ristoratori benedicono.
Già da un paio di sere, sempre lungo la Istiklal Caddesi, laddove l’Occidente si pregusta grazie ai megastore della Nike e a ristoranti capaci di chiuderti in bagno per tre giorni (colpa del kebab con lo yoghurt, questa volta) avevo sbirciato le librerie alla distratta ricerca di un qualche volume di Orhan Pamuk, il più famoso scrittore turco, già insignito di vari premi internazionali e tuttavia accusato di «denigrazione dell’identità nazionale» per quello che aveva scritto e dichiarato sul genocidio dei cristiani armeni. Ora il processo è stato archiviato, ma il governo Erdogan non transige, e ha semmai consolidato un negazionismo davvero poco europeo: l’estate scorsa è entrato in vigore il nuovo articolo 306 del codice penale, che punisce con dieci anni di carcere chi affermi che gli armeni hanno subìto un genocidio.
Pensavo a queste cose anche perché intanto non trovavo la Chiesa Armena. Le due cartine a mia disposizione spiegavano che continuavo a girarci attorno, ma niente, non compariva mai, non un passaggio, una vista. Per trovarla ho dovuto aggirare la logica e un paio di pescivendoli: l’unica maniera di accedere alla chiesa armena (e già questo dice tutto) consiste nell’entrare nel mercato del pesce di Galatasaray e aggirare una bancarella dietro la quale c’è un passaggio e poi un cortiletto, e finalmente la chiesa.
La liturgia è molto suggestiva, del tutto diversa da quella cristiana cattolica, ma questo ora non interessa. Ad attrarre l’attenzione, mia e di chi mi accompagnava, furono gli sguardi di sospetto misto a compiacimento di quei venti, massimo trenta fedeli presenti. La sensazione, cioè, non tanto di essere fuori del tempo, ma, a rigor di legge, fuori dalla Turchia: la Turchia musulmana coi suoi settantuno milioni di fedeli, il Paese in cui le donne sono sostanzialmente assenti dalla vita pubblica, il Paese in cui cinque ragazze sedicenni che stavano facendo un bagno in mare con il chador - si ricorderà - furono lasciate affogare perché la religione islamica proibiva ai bagnini di toccarle. Il Paese in cui un cattolico, per legge, non può fare carriera nella pubblica amministrazione. Il Paese in cui non vedrete mai, per strada, un prete o una suora o simili: l’uniforme religiosa, non musulmana, è proibita.
Poi, alla fine della Messa, si avvicinarono e ci invitarono a casa del sacerdote per festeggiare l’anno nuovo, che loro celebrano come il resto d’Europa e non, paradossalmente, come i restanti 71 milioni di turchi. Salimmo al primo piano di un palazzetto, ci fecero sedere attorno a dei tavoli, in tutto saremo stati una decina, e ci diedero due pani a testa, uno dolce e uno salato, e da bere la Fanta.
Poi, dopo un po’, io mi alzai e mi avvicinai a un muro tappezzato di fotografie: quelle, scattate una volta l’anno dall’Ottocento, della comunità armena di Istanbul. L’occhio scorreva velocemente sulle foto attorno al 1915, quando i turchi deportarono e affamarono e violentarono e decapitarono e impalarono un milione e mezzo di cristiani armeni. Più fonti spiegano che Adolf Hitler, nel prefigurare lo sterminio degli ebrei, si ispirò chiaramente a quello degli Armeni, tanto da fargli dire, in un celebre discorso del 22 agosto 1939, che nell’invadere la Polonia occorreva massacrare uomini e donne e bambini senza preoccuparsi di eventuali conseguenze future: «Chi mai si ricorda oggi si chiese dei massacri degli Armeni?».
Quelle foto, per intanto: laddove, da un anno all’altro, vedevo che adulti e anziani sparivano e via via rimanevano solo giovani e bambini. Cercai di strappare qualche parola a un ecclesiastico, che si era avvicinato, ma si vedeva che non ne aveva nessuna voglia, o che era, anzi, palesemente reticente, o che parlava solo un inglese addirittura peggiore del mio.
E però pensavo, davanti a quelle foto, a quando Giovanni Paolo II parlò dei genocidio armeno e il principale quotidiano turco lo definì un malato di mente. Pensavo allo schiaffo diplomatico che il governo di Ankara ha tirato a questo Papa nel negargli il permesso di visitare Costantinopoli per incontrare il patriarca ortodosso. Pensavo a chi ambisce di entrare in Europa e però nega ai cattolici uno status giuridico, al punto che i medesimi non possono aprire seminari, far carriera, circolare in tonaca.
La sera mangiai kebab in un ristorante solo per turchi e fumai in una fumeria mente giocavo a backgammon. Presi un virus e stetti male per nove giorni.
scritto da F.F. Martedì.09.01.07 09:46
Mamma mia! Questo qui sopra fa un’antiretorica più malandata di quella dei turchimanni.
Ma in fondo Cci Fa e basta …
scritto da Iulik Martedì.09.01.07 17:17
Oh Bordone!!! Questo post è così bello che mi ha fatto venire le lacrime agli occhi.
Mi è sovvenuto il mio viaggio in Turchia fatto quando ero ancora una giovane studentessa con alcune amiche. Era l’epoca dell’Inter-rail. Avevamo avuto la fortuna di conoscere dei giovani turchi, studenti alla London School Of Economics, che erano tornati nella loro città per le vacanze estive…GORGEOUS!!!
scritto da daniela Martedì.09.01.07 19:46
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