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Domenica 11 Febbraio 2007

Questo sentimento popolare


homerone.jpgOgnuno scrive quello che crede e quello che sente. E se alcuni hanno visto il mio servizio alle Invasioni Barbariche e si sono sentiti irritati, mi spiace. Forse non andava bene il servizio; forse mi sono spiegato male io. Ma mi fa specie che quelli che lo trovano snob rivanghino il più trito stereotipo sociologico italiano, lo stesso che Alba Parietti mi ha sventolato davanti.
Essere contro il centro commerciale vuole dire essere uno snob che ama invece l’alimentari raffinato, il delicatessen col caviale in vetrina, il negozietto per ricchi alla ricerca di marmellatine esclusive. Se non ti piace il centro commerciale sei classista, snob, vergògnati, tu prendi per il culo i poveri!
Il paese degli individualisti cronici, il nostro, non vuole che si parli male della gente (di cui nel profondo nessuno si sente mai parte) per ipocrisia. Dell’ultimo Scorsese si può dire che è appena discreto, mentre che Oldoini fa schifo lo devi solo pensare. Perché c’è la povera gente che ci va. L’idea che alla “povera gente” si possa fornire del cinema popolare migliore da vedere nelle feste natalizie, non viene nemmeno considerata.
Si ragiona per macrocategorie: enormi scatoloni in cui abitano persone e cose tutte identiche in qualche modo. Il centro commerciale è popolare, quindi è come il supermercato, che è come avere una FIAT, che è come andare a fare lo struscio il sabato, mangiare la nutella e tifare la nazionale. Una vale l’altra. Se non te ne piace una, sei diverso dal dall’italiano tipo (perché in queste valutazioni la massa è tutta identica e playmobil), quindi stai facendo lo snob. Sei uno stronzo.

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Sabato 10 Febbraio 2007

Più di così, lo sai, non ce n’è


ferrymoreDi quelle giornate che qualche anno fa se mi avessero detto che esisteva una giornata così io dicevo che stronzo quello che vive a ’sta maniera. Poi quando succede non ti vedi dal di fuori e vai sereno col tuo bel violoncello sul ponte della nave, senza ricordarti bene se il nome scritto sulla chiglia iniziasse con la T.
Insomma mi sveglio poco dopo le sette mi arrabatto faccio male delle robe che si fanno la mattina presto, poi vado a prendere la 73. La 73 è l’autobus che se abiti da questa parte di Milano ti porta in aeroporto in quindici minuti, senza tante menate, minitrenini, aerobus, shuttleplane: la 73 è molto milanese, timbra il biglietto, siediti, Linate, scendi e volatene affanculo.
Faccio code e tolgo cinture e mi svacco sentendo l’ipod sulle poltroncine. Poi arrivo sull’aereo nuovo di zecca e dico allo steward “ma questo aereo è nuovo di zecca” e lui “sì ha un mese”. Mi sento privilegiato. Prima di decollare guardo un altro aereo come quello su cui sono, lì accanto sulla pista, e per la prima volta mi rendo conto del rapporto tra il nome Air One e il simbolo dell’airone. Mi sento cretino.

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Mercoledì 7 Febbraio 2007

Il pallone rosso e il pallone blu


morpheusIl fatto è che il calcio non esiste. Cioè esiste il gioco del calcio, certo, ma quello esiste da parecchi anni e l’hanno inventato nel Regno Unito. Ma non esiste, dico, “il mondo del calcio” come lo intendete voi. Voi che sostenete che di calcio debba parlare chi si occupa di calcio, che vi dichiarate insoddisfatti quando avete come interlocutori Amato e Melandri, pur essendo (dai, lo sapete, fate i bravi) una cricca di tamarri urlanti colla moquette sullo stomaco. “Il mondo del calcio” non c’è, in astratto. Non è una verità scientifica o rivelata come la gravità o lo Spirito Santo. “Il mondo del calcio” è in un modo perché quelli che lo governano hanno operato delle scelte. E noi quelle scelte le contestiamo. Noi di fuori, dico. Noi che non ne sappiamo di calcio siamo convinti che siate degli incapaci e che sia arrivato il momento di una svolta.

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Martedì 6 Febbraio 2007

Leeds


leedsIl primo contatto con Leeds è un po’ straniante: mentre mezza Europa, se non di più, vorrebbe venire qui (non dico esattamente in questa città, forse, ma certo in terra d’Albione) per motivi di lavoro e/o di divertimento, a giudicare dallo spropositato numero di cartelloni e pubblicità che invitano i sudditi di Sua Maestà a comprare casa e trasferirsi in Spagna (o Portogallo, o Malta) si direbbe che gli indigeni tutto vogliano fare tranne che invecchiare dove sono nati e cresciuti.
Lo straniamento, poi continua; perché, a furia di andare a Londra, si finisce per convincersi che quella sia l’Inghilterra. Il che, con ogni evidenza, non è vero. Perchè qui non ci sono i negozi aperti twentyfour/seven, non ci sono veli a coprire le teste delle donne mussulmane, non ci sono persone di colore, non ci sono cinesi e antillani. Ci sono gli inglesi, quelli dello Yorkshire, con le loro facce larghe, le guance che tendono velocemente al rosso, le prime pagine dedicate al Leeds United ultimo in classifica in serie B - altro che i miliardari che giocano a Stamford Bridge. Ci sono i boschi, tutt’intorno, le casette linde, la stazione ferroviaria ha due platform e non duecento. Secondo me, Elisabetta vorrebbe vivere qui.
Anche per fare shopping, magari. Da Briggade, la lunga isola pedonale che taglia in due il centro della città, partono le Arcades. Sono quattro gallerie coperte, dedicate allo shopping. Sono dei posti magnifici, con i mosaici, le colonne di marmo, le vetrine in legno, le volte disegnate. Ho fatto una passeggiata nella County Arcade senza avere la minima intenzione di comprare qualcosa, e sono riuscito a trattenermi soltanto pensando con forza all’esorbitante mutuo che sottoscriverò tra qualche tempo. Poi ho pensato a Via Montenapoleone, e al fatto che mi basta avvicinarmici per essere colpito da una forma virulenta di consumerismo. Insomma, non sempre ogni scarrafone è bello a mamma soia.

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Lunedì 5 Febbraio 2007

E non se ne parli più


hamsterNe avevamo già parlato qui, di come Richard Hammond si fosse fatto parecchio male, anzi avesse rischiato di morire, mentre registrava un servizio per uno dei programmi televisivi più belli del mondo, cioè Top Gear. Siccome è uno dei programmi più belli del mondo, e siccome sono inglesi (dio salvi la regina forever and a day), nella prima puntata del nuovo ciclo andata in onda qualche settimana fa, hanno parlato dell’incidente e hanno mostrato le immagini. Il prima e la botta vera e propria. Prendendo per il culo uno che stava per morire ed è salvo per un pelo, raccontando tutto senza quel pathos misto pietà di cui noi italiani siamo stufi fino alla marcescenza, trotterellando a fianco al dramma senza cavalcarlo col frustino borchiato. Understatement a 300 miglia all’ora.


Venerdì 2 Febbraio 2007

Love, love, love (la Giornata dei Materassi)


joannaHippie. È una parola inventata dalla stampa che descrive quelli che non vi devo descrivere perché li conoscete bene. Fiori in bocca, capelli lunghi. Ragazze sorridenti. Chitarre. Amore. Qualche canna e del velluto addosso. O camicioni larghi. E tanto amore. Tanto amore soprattutto.
La città che più di tutte rappresenta la realizzazione di una comunità moderna e progressista, che ha assimilato anche quell’esperienza svalvolata e l’ha fatto propria, è San Francisco. San Francisco è anche la città che ha visto un suo storico grandissimo sindaco della fine degli anni Settanta, George Moscone, assassinato da un ex consigliere comunale per il suo impegno a favore di leggi che garantissero la tutela legislativa della comunità gay.

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Venerdì 2 Febbraio 2007

Kundu: una questione di qualità o una formalità (non ricordo più bene)


ruandaNella Repubblica Equatoriale di Kundu, nell’inverno del 2003, il governo di etnia arkutu scatenò un’ondata di odio tribale nei confronti dell’etnia induye. Nei giorni successivi il paese si divise diametralmente in gatti e topi. La radio diventò uno strumento di incitamento per gli arkutu armati di machete e allo stesso tempo di delazione per le comunità induye nascoste nella capitale Bitanga e nelle campagne. Presto i cadaveri civili mutilati e marcescenti, ammucchiati ai bordi delle strade, diventarono l’elemento fondamentale dell’immagine di Kundu che il mondo apprese dai telegiornali. Quello tra arkutu e induye fu uno degli scontri etnici più feroci degli ultimi anni, capace di rimettere in discussione l’idea che il mondo intero si era fatto del progresso, dell’umanità, dell’autodeterminazione e di molti altri concetti scintillanti con cui la parola futuro si era corazzata in questi anni.

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Giovedì 1 Febbraio 2007

We can’t go on together with suspicious minds


aznavourUn paese che è una palla può diventare un paese meraviglioso per poche ore, passando dallo stato A allo stato B come un interruttore della luce, senza sfumature. Bisogna accorgersene e riconoscere questa fase “Peyton Place” della Repubblica Italiana, così da poter cavalcare il godurioso visibilio mediatico conseguente. Finirà e finirà in fretta. Già ci stanno provando, a trasformare il fatto in polemica, la polemica in bagarre e la bagarre in rumore di fondo indistinto. Ma finché dura tutto questo è semplicemente splendido.
Mentre scrivo Enrico Mentana se la gode e conduce una puntata di Matrix pruriginosa e divertita più di quella storica in cui intervistò la gnocchissima trans. In studio c’è una gongolante Barbara Palombelli, che ha un’aria un po’ come dire ero qui a fare i castelli con la fuffa alla posta del cuore del TG5 (Caro amico ti scrivo/Così mi distraggo un po‘) e finalmente venite tutti a bagnare i miei fiori!
Ricapitoliamo per sommi capi. Veronica Lario scrive una lettera a Repubblica. Già ci sarebbe da dire che non stiamo scherzando: Repubblica è il nemico numero uno del marito. Non come quando aveva scritto a MicroMega che leggono in sei. Repubblica è IL peggio, per lui. La lettera dice che Berlusconi la deve piantare di fare il baüscia zampettiano con le fighe, che ha settant’anni e delle figlie adulte e è il caso di smettere di fingere di non essere sposato. Con una gnocca, aggiungo io (vedere Tenebre di Dario Argento per ammirarla senza un braccio, che spruzza fiotti di sangue sul muro, ma giovane e in grandissima forma).

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