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Giovedì 22 Marzo 2007

Death of a president


abetifCos’è. Diretto dal regista inglese Gabriel Range, il film è costruito come un docudrama di fantasia sulla morte di George W. Bush. L’evento risale al futuro e ha luogo il 19 ottobre del 2007 a Chicago, all’uscita da un discorso tenuto alla camera di commercio locale; il documentario però è ambientato qualche anno dopo ancora, ed è fatto di filmati di repertorio e interviste a tutti i protagonisti. Chiaramente ha suscitato grande clamore ed è stato considerato offensivo, indegno, vergognosa, bla, bla, e da alcuni persino bla. Fatto sta che nel Regno Unito è andato in onda alla televisione, due volte, di cui una il 19 ottobre 2006, cioè un anno prima dell’assassinio teorico. Nella prima parte il film spiega l’attentato e nella seconda le indagini per scoprire il colpevole.
Le classiche interviste da documentario sono girate con attori (una speechwriter, il responsabile della sicurezza, un uomo dei servizi, alcuni dei sospettati); le parti in cui compare Bush sono filmati di una vera conferenza del Presidente davanti agli industriali di Chicago con alcuni inserti digitali; le esterne finto-amatoriali, i telegiornali, le telecamenre a circuito chiuso, sono tutti prodotti una certa cura. Le manifestazioni finte vengono sempre male e anche questa volta corteo e polizia sono un po’ sottodimensionati. Si guardano con quella faccia un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova (alla tele).
Com’è. Come mi ha detto una volta un avvocato di Toronto, il Canada esporta tre cose: giocatori di hockey, sciroppo d’acero e critica al sitema americano. E la produzione di questo film non a caso è Canadese. Per quanto tutto sia fatto a modo, trasuda quella retorica che ricorda Michael Moore quando non è in forma. La prima parte, quella dell’attentato, appassiona. La seconda è lenta e menosa. A differenza di Michael Moore, Gabriel Range inventa un evento possibile, ma irreale. Per questo è particolarmente grave che il racconto dello stesso si perda negli stereotipi classici del cospirazionismo e del trionfo dell’ingiustizia su tutto. Un po’ come se la Gabanelli raccontasse dei soprusi dell’amministrazione nativa marziana a danni delle colonie terrestri.


Perché vederlo. Per l’idea che ci sta dietro. Soprattutto per la concezioni a monte, cioè quella di un futuro possibile mostrato prima che accada in un racconto a posteriori. E poi perché ormai questo della documentaristica o pseudotale che critica i luoghi del potere planetario è un genere consolidato: ormai lo si segue come l’horror, con un certo interesse enciclopedico. La prima parte funziona abbastanza bene. Il tutto merita comunque più alla tele che in sala.
Perché non vederlo. Per la seconda metà, quella in cui si racconta di come gli enti preposti alle indagini si buttino sul profiling del possibile colpevole su base razziale. E perché i due sospettati sono un immigrato che ha avuto contatti con Al Kaida ma solo per sbaglio e un reduce dalla guerra in Irak figlio di un reduce della guerra in Irak. Il tutto risulta lievissimamente retorico e forzato. Insomma manca quel minimo di contraddizione che separa i racconti pessimi, dalla realtà e dai racconti buoni. E siccome questo è un finto documentario, non può essere che a metà diventi una lezioncina sui pregiudizi e su come il mondo sia più complesso di quello che crediamo. Perché è troppo facile, quando il mondo è sì vagamente plausibile, ma in fondo te lo costruisci tu a uso e consumo del messaggio (puah!). Poi se avete visto The West Wing, sinceramente, un attentato al presidente girato così vi fa solo ridere.
Una battuta.Fu subito chiaro che aveva un’agenda. (Posto che la parola agenda in italiano significa soprattutto “quadernetto con custodia il fintapelle dove ci sono scritti i giorni e le cosa da fare”, e non come in inglese “programma scadenzato che persegue obiettivi personali o politici”, ci si chiede: che agenda aveva, il presunto terrorista? Quo Vadis, Filofax, Smemoranda o quella che gli aveva regalato la Banca Popolare di Karachi?)

14 commenti finora
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ho visto il trailer e mi è sembrato molto interessante. voglio vederlo (nonostante questa tua recensione mi incuta un certo timore per la seconda parte del film…).
saluti

A cui segue a ruota “Shooting Silvio” (si perchè anche noi odiamo tantissimissimo qualcuno), che è triste alla base, è triste perchè è palese che “fa da coda” al film americano, solo che così facendo si ritrova ad ammazzare non più il capo del governo, ma il capo dell’opposizione, che è un po’ come ammazzare la democrazia (solo un po’ però, non tanto…), poi vabbè Berlusconi è un simbolo e quindi il film si riempie di profondissimi significati anti-(fill in the gaps), comunque che noia.

la locandina è carina. io avrei fatto campagne di marketing in provincia nei veri spazi dedicati agli annunci mortuari o nello spazio necrologi sui quotidiani. ma forse i vecchi che avidamente li leggono non sono il target del film.

Dies Irae, cospirazioni e horror, cosa vuoi di piu’, matte’?
Che poi, lo ricordo, Genna scrive tutti i miei commenti e post (e scriveva quelli di Nandina…)

ALLORA?
allora che?
E’ ARRIVATA LORA LEGALE!

è battuta di ridere cuesta, ma il film NO.
NON è da tutti fare film di RIDERE. Film di RIDERE: pozzetto, bas spenser, charlò
NON RIDERE: i film francese
DI SPAVENTARE: quelli di documentario, che infatti ENZO si chiede: ma è davvero così il reale?
Si. Infatti la guardiola PUZZA.

Una volta c’era un film di 2 che conoscevano a Leonardo da vinci, che era un pò genio un pò pazzerello. Allora ci insegnano: treno, tabbelline, scopa. Ma lui NON riesce a farli tornare nel loro tempo di reale e scrive il codice da vinci.
ENZO ama la FINZIONE e odia la CENZURA. Perché FINZIONE può fare un pò ridere un pò tristezza. Cioé è FINZIONE il film, come teatro quando Ulderico il mio amico recitava, ma era VERO il ridere nel mio cuore finalmente lontano dalla guardiola. Ecco.

Ciao, è bella laFINZIONE che fa sentimento e allontana dalla guardiola

ENZO

War on Doppiaggio!

…ulderico ha fatto un mucchio di cose!!…..
“ma era VERO il ridere nel mio cuore finalmente lontano dalla guardiola” sembra una di quelle poesie che mi costringevano a studiare a memoria….

borat rulez. almeno fa ridere.

enzo, sei tu quello della magna carta? “sao ke kelle terre, ko kelli fini, chi cotene trenta anni le possette” ecc. ecc.,

Ue’, eNZO!
Non si saluta piu’?

Io rilancerei lo stile documentaristico anche nella cinematografia italiana, che non può rimanere solo ad appanaggio della televisione. Chiedo troppo per il pubblico italiano? Ma no, basterà mettere dentro anche Boldi e Desica Christian….
Magari girando “Death of major” con protagonista la Moratti, anzi Veltroni, che è più pacioso e quindi riempe meglio le inquadrature….

completamente off topic ma ci provo se il bordone mi fa passare:per un pasticcio alla dogana mi ritrovo con un altro cofanetto da 6 dvd di questo (bordone dixit)http://www.freddynietzsche.com/2007/01/good_poets_society.php
Se interessati,cedo, completamente sigillato al prezzo dei diritti doganali.
Grazie

Enzo, la FINZIONE è la realtà. E’ vero dà sentimento, quinti si fince solo se guardiola.
Infatti Leonardo non ne capì niente di cuello che spicato i due amici. Ma cuella era realtà e non finzione. Infatti non si divertì.

Ma devo spostare la lancetta tell’orologi?
E’ ARRIVATA L’ORA LECALE
Quinti il tempo è una finzione.

MEMENTO AUDARE SEMPER

PIPPO - PA

Effetivamente il primo tempo è più attendibile del resto del film. E secondo me, rende una visone equilibrata delle parti, quasi realistica. Nella seconda parte possiamo notare tutta la scontata retorica americana, che mette in risalto delle tematiche molto sentite negli Usa, come la forte discriminazione razziale e il risentimento dei reduci contro la guerra.
Ho notato comunque una nota positiva in questo lavoro: la violenza, l’odio, il terrorismo, il razzismo, la paura, la vendetta sono caratteristiche del presente americano ideate, costruite e realizzate negli USA dagli stessi americani, un po’ come l’11/9, come l’antrace, come l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan.



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