sabato 30 giugno 2007
Il buongiorno si vede dal cretino
Le buone notizie a volte arrivano così, inattese e pienamente soddisfacenti. Non è che il wrestling sia proprio quella vergogna nazionale contro cui battersi come fosse il male assoluto, intendiamoci. Anzi, di cretinate da piccoli ne abbiamo viste a pacchi. Però ci sono cretinate fatte bene e cretinate fatte male, ci sono cretinate formalmente interessanti, e altre che sono la stanca ripetizione di un immaginario vecchio. E poi, nello specifico, c’è la questione di quello che raccontano le cretinate, il che è sostanziale. Il wrestling è uno spettacolo da baraccone, da circo: i bestioni che si danno le manate e si fanno malissimo saltano con tutto il peso sulla testa dell’avversario eppure si picchiano ancora, diamine qualcuno li fermi. Ecco. Con quel retrogusto di pipì di cavallo asciugata con la segatura, e zucchero filato venduto a palle rosa, e contadini friulani diventati eroi e simboli di un paese intero, quell’aspetto lì ha una sua dignità e un irresistibile gusto dolceamaro (vedi Davide Toffolo). Invece quello che da qualche anno vedono maschi italiani molto piccoli e non, è tutta un’altra cosa.
Beppe Grillo è andato al Parlamento Europeo a tenere un discorso. Cosa ci fa Beppe Grillo al Parlamento Europeo? Semplice. Fa, comprensibilmente, Beppe Grillo. Ovvero sottolinea un problema del nostro paese con il suo stile paradossale e populistico, sostenendo poi che non ci sia niente di paradossale in quello che dice quando lo prendono per un comico e rivendicando la sua natura di comico quando dice qualcosa di impreciso o sbagliato. Io non ho visto ancora tutto il filmato, perché per ora ce n’è in rete solo un estratto. Ma ne parlo adesso.
A una certa distanza dall’Italia, ho scaricato la registrazione del discorso di Walter Veltroni (che ribattezzo qui e ora, sia messo agli atti, “VolksWagen”, o “la macchina del popolo”). Si può dire quello che si vuole, si possono fare i distinguo, questo e quello, tempismi e facilonerie, piacionate eccetera eccetera, ma alla fine la cosa funziona proprio. Per una volta sono ottimista e sorrido magnanimo quando sento le parole “teodem” o “Binetti”. Davanti a un discorso come questo, io sono un semplicione, quindi sul finale VolksWagen mi ha strappato anche l’occhio lucido (non che la leva emotiva fosse appena accennata, a dire la verità). Mentre ascoltavo mi sono segnato un po’ di parole che mi hanno colpito, in ogni senso. Poi le ho rilette e ne ho eliminate. E l’ho rifatto altre tre o quattro volte, fino ad arrivare a questa marmellata di speranze. Se c’è qualcuno capace di mettere in piedi ‘sta roba, adesso, mi sa che sono questi. Quindi, andiamo.
Dopo un po’ di giorni qui capisci cosa cambia. Cioè a dire la verità ci sono cose che cambiano e cose che sono identiche o quasi all’Italia. Ma c’è una differenza sostanziale di cui ti accorgi dopo un po’. Ed è che qui vige assolutamente la sicurezza degli oggetti. Nel senso che qui le cose sono le cose e sono così come le vedi. E c’è tutta una cura nelle cose e per le cose che all’inzio non riconosci, ma poi sì. Non dovete immaginarvi quella roba lì che i giapponesi sono riflessivi, che guardano un sasso e ci trovano un mondo, mi sembrano più o meno tutte stronzate. Piuttosto qui non esiste l’aureo e magnifico concetto espresso così bene da René nella serie Boris: qui nessuno fa mai niente a cazzo di cane.
Japan Railways. Il Giappone è un arcipelago di quattro isolone principali e una tremilata di altre più piccole, che vanno dal sasso disabitato a Okinawa. Per altro, essendo un arcipelago piazzato sopra a una faglia oceanica, il Giappone mi è anche un tantino montagnoso. Tant’è che quello che non è città per loro è montagna, e non campagna come da noi. Nonostante tutto questo, in Giappone esiste la più efficiente rete ferroviaria del mondo: la Japan Railways, detta comunemente JR.
And smiles as the Puppets dance
Qualche giorno prima di venire a Tokyo, sono andato a Londra a provare un videogioco. Quel videogioco era Manhunt 2, il titolo di cui tanto si parla in questi giorni perché è stato considerato troppo violento dall’ente di controllo britannico. In seguito a questo fatto, anche il Ministro delle Comunicazioni Gentiloni ha chiesto e ottenuto dalla Take2 (l’editore e distributore dei giochi Rockstar, come Manhunt 2) che il gioco non esca nemmeno in Italia. Prima vi racconto com’è Manhunt 2 e poi vi dico cosa ne penso.
Sentō. Una cosa molto tipica del Giappone che ho fatto ieri sera tardi, dopo aver visto gli impiegati sbronzi nel quartiere di Shinbashi, è andare al sentō. Il sentō è il bagno pubblico. Che qui in Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale non c’erano le docce e le vasche nelle case e si andava al bagno pubblico. Il bagno sentō di Nezu, dove sta Flavio e in questi giorni sto anche io, insomma questo qui dietro si chiama Sei Dragoni. L’ingresso ha un prezzo stabilito per legge, che attualmente sta intorno ai 2,50€ scarsi. Chiaramente non ci sarei mai andato da solo, ma grazie alla giapponesità di Flavio tutta ‘sta roba è bella e atraumatica. Funziona così. Arrivi e ti porti dietro sapone, sciampo, quella roba lì, e una fondamentale pezzuola stratta e lunga, tipo asciugamanino, ma non come quelli del bidet, né come quelli grandi che ci sono in Italia, uno stretto e lungo come dicevo.
Dai e dai alla fine ci sono arrivato, qui nel paese da dove sorge il sole. Il viaggio è andato benissimo e anche i primi giorni di permanenza. C’è un po’ di jetlag, quello sì, che mi fa scrivere alle tre di notte bello tranquillo come un lemure. Ma Tokyo senza il jetlag è un po’ come le terme senza la puzza di uovo marcio. A cominciare da domani (per noi, a ‘sto punto credo che per voi sia un giorno a caso della primavera del ’2003) ci sarà un bel Kemuri e poi un po’ di aggiornamenti diaristici su quello che succede qui. Nel frattempo ho messo su
Vi sarete accorti che sto scrivendo molto poco in questo periodo. E un po’ è pigrizia. Un po’ è che sono stato in giro tra Riva del Garda e Venezia a fare il radiofonico ombra e il giornalista fantasma, un po’ è che sto per partire. Ma questo lo spiego dopo. Adesso spiego che domani sera va in onda l’ultima puntata di DISPENSER condotta da me. Dopo sette anni sette, ho deciso che basta. Mi sono reso conto che stavo cominciando a non divertirmi più e pensare che palle devo fare DISPENSER. Siccome prima di quest’anno non era mai successo, non si era mai dato niente per scontato e nessuno era stato mai preso da quel senso impiegatizio che è vietato alla mia età, insomma ho preso la decisione.