domenica 24 giugno 2007
New York, 6-6-2007
And smiles as the Puppets dance
In the Court of the Crimson King
E mi ritrovo ancora a stupirmi dell’America fuori da New York.
Non che le occasioni di entrare in contatto con i paesotti, popolati dalla maggior parte degli americani, mi siano mancate finora; non che non mi sia reso conto che vivere a New York City sia un po’ come stare in una città stato, realtà differente da ciò che la circonda; non che non conosca tutta quella filmografia sulla “vita di campagna” americana. Però…
Il contrasto tra quello che la grande città offre e quello che si può trovare soltanto a un ora di treno da Penn Station, in una zona che tutto sommato è ancora un sobborgo di New York, mi colpisce veramente. E come le persone possano essere così diverse da quelle che incontro per la strada qui in giro è ancor più sorprendente.
Questa volta, l’occasione di gita fuori porta ci è stata offerta dal Tour of Watermelon dei Court, che si sono esibiti al Who-Ville di Bethpage (Long Island). I Court, oltre che autori di un ottimo album, la cui copertina è senza dubbio la più bella di sempre (modestia a parte e senza che nessuno si scomodi a ricordare piramidi che diffrangono la luce o sommergibili gialli!), sono amici. Quindi io e Stella abbiamo organizzato volentieri la gita finesettimanale per andarli a sentire. Ulteriore motivazione, piuttosto mal celata, è la vicinanza di Bethpage alle spiagge di Fire Island.
Non mi soffermo sulla cittadina che, come largamente anticipato dalla mia immaginazione, era composta da un incrocio di due grosse strade impossibili da attraversare a piedi, un passaggio a livello a controllo del transito dei treni della Long Island Railroad (niente stazione, solo le sbarre e una banchina per prendere il treno), pochi negozi in cui non comprerei niente nemmeno se fossi il proprietario e una sequenza di case bianche in finto legno con finto giardinetto curato, con 3-4 macchine parcheggiate fuori, con pacchianate di ogni genere affacciate alle finestre e sparse per il finto giardino.
A spezzare la monotonia del luogo, due pub. Uno di questi, il più squallido, è il Who-Ville. La nostra meta.
Entrare nel Who-Ville ha fatto sì che, ancora una volta, si ripresentasse nella mia mente la domanda: “Sono io che da piccolo mi sono rincoglionito a tal punto di (tele)film americani che adesso mi sembra di aver già visto ‘sto posto, oppure è che in America i posti (ogni tipo di “posto”) li fanno tutti con lo stampino?”
Fatto sta che il Who-Ville è un bar con l’entrata sull’angolo tra due strade, un lungo bancone, 3 o 4 televisioni che trasmettono solo sport, due videogiochi (uno con i fucili di plastica per sparare ai cervi), birra budweiser (per noi aggratis), cibo unto e pessimo, penombra, niente fumo da quando qui si fa la guerra al fumo, ma prima secondo me c’era. Gli avventori medi stanno al bancone con una birra e il naso all’insù incollato a una televisione, oppure fuori a fumare; ognuno di questi non avrebbe avuto problemi a trovare una particina da bullo di periferia in un episodio di T.J. Hooker. Gli avventori medi non sono mai meno di due nè più di quattro.
Ah, dimenticavo! C’era anche un biliardo che in previsione dell’evento musicale era stato tirato di lato e coperto.
Ma sabato era una serata destinata a spezzare la placida routine di postaccio di periferia del Who-Ville: ci avrebbero dovuto suonare questi misteriosi italiani dei Court e soprattutto (e di questo voglio parlare) ci sarebbe stata la festa per i cinquant’anni di Emmet!
Emmet è un signore in camicia hawaiiana, shorts, calzini di spugna bianchi e scarpe da ginnastica che suona la chitarra negli Elettrodudes, che sono un po’ la mascotte del Who-Ville. Capirete l’eccezionalità dell’evento!
Per l’occasione si raduna il Gotha musicofilo di Bethpage e dintorni (quindi solo di Bethpage) a cui si deve aggiungere la nutrita rappresentanza dei fan italiani dei Court: io, Stella e il Simo (che dei Court è praticamente l’autista/fotografo/galoppino per questo tour…); vien da sè che di parterre così prestigiosi nella sua storia il Who-Ville ne ha avuti ben pochi!
Ora, non sto scherzando, per tutta la serata io ho avuto la sensazione di trovarmi in un film di David Lynch, anzi in una visione onirica in un film di Lynch. D’accordo che non c’era il nano che parlava al contrario, ma quasi.
Emmet, il festeggiato sopra descritto, in condizioni normali non credo sia un virtuoso della chitarra, figuriamoci cosa è stato sentirlo all’opera con quegli occhietti a fessura, tipici di chi si trova nella fase terminale della sbronza. Mi sono chiesto cosa ci facesse uno così scarso in una band, poi ho capito: la risposta era il bassista. Poverino, non che fosse colpa sua, ma ho fondati motivi per ritenere che qualcosa di brutto fosse successo all’interno della sua scatola cranica, qualcosa che aveva fatto sì che lui adesso si esibisse sul palco con l’espressività di un minerale, peraltro sempre fuori tempo. Poi sorvolando sul batterista tamarro e sulla cantante simil Romina Power (l’unica veramente brava dei Dudes…), mi soffermo su Dave, leader carismatico del gruppo nonchè vera anima della serata. Dave è anche lui sulla cinquantina, ha i capelli stopposi da spaventapasseri, è molto abbronzato e ha gli occhi azzurri e chiarissimi. Ma soprattutto Dave è pazzo: suona chitarra e tastiere, si atteggia, a cinquant’anni, come Slash dei Guns’n’Roses e si guarda in giro con occhi inquietanti e strabuzzati!
Poi c’è il pubblico, avventori e personale del locale: c’era una signora che, dato il suo fisico, ho battezzato Uovo di Pasqua, c’era Ciccione (non un ciccione, ma l’idea della ciccia impersonificata) che tentava di ricordare in quale città inglese i Jethro Tull avessero fatto quel concerto in cui Ian Anderson appoggiava una gamba sull’altra suonando il flauto (nell’enfasi del discorso provava anche a imitare le gesta del suo idolo, suscitando sguardi di sconcerto tra i presenti e allertando i sismologi del Nord America). Poi c’era Nano Gigante, cioè una persona affetta da nanismo e gigantismo contemporaneamente, che ogni tanto mi si avvicinava e mi bisbigliava stronzate con voce roca (se non è Lynch questo…), e Scary Mary (giuro, la chiamavano così, non mi confondo con T.J. Hooker!), la cameriera ubriacona che mena i camionisti.
E via con tutta questa improbabile compagnia a ballare e cantare e bere birra fino alle quattro e mezza di mattina! Peccato che i Court abbiano suonato un po’ pochino, ma la serata di domenica sarà tutta per loro! Domenica hai detto? Eh, ma la domenica sera non c’è mai nessuno al Who-Ville…
Robi
a un certo punto ho letto male e mi son chiesto come fosse “la versione onirica di un film di Lynch”, poi invece mi son accorto di aver proprio letto male.
complimenti per il post, mi ha riportato alla mente le mie esperienze nel Tennessee (salvo che là era pieno di sputacchiatori di tabacco)
ma qual è l’equivalente americano della Luisona?
scritto da eio domenica.24.06.07 07:16
Mi associo alla domanda… in un posto così ci DEVE essere una entità Luisonica… sentiamo sentiamo
[bello Robi
]
scritto da Naonda domenica.24.06.07 11:32
In effetti, a un certo punto, nel deserto domenicale, offertoci un caffe’ americano che aveva il colore del the, sono spuntati fuori degli enormi biscotti fatti in casa, ricoperti di cose dai colori assurdi. Dovendo darne un giudizio li definirei polverosi. Credo fossero la cosa piu’ vicina alla Luisona che comunque rimane unica e inarrivabile…
scritto da robi lunedì.25.06.07 16:34
cioè, come posso dirti quanto ti invidio?!? per fortuna che sei un amico. almeno so che un’esperienza così non è andata buttata. perché è un’esperienza, quella che hai vissuto. astruseria applicata. sei entrato in una dimensione altra. immanente. non trascendente. ma altra. la dimensione astrusa. popolata da loschi figuri che vivono nei loro personalissimi reality tunnel. e che secondo me viaggiano nello spazio e nel tempo grazie a dei wormhole che gli spuntano dal plesso solare.
scritto da astrosio martedì.26.06.07 09:33
Astrogigi, il reality tunnel di TJ Hooker lo sento anche un po’ mio…
scritto da robi martedì.26.06.07 18:05
sì, rob, ci credo. d’altra parte nei diversi reality tunnel, si entra e si esce molte volte nella vita. e sono montati tipo su un otto volante. e questo non secondo me, ma a mio insindacabile giudizio e in virtù dei poteri che mi sono conferito.
scritto da astrosio martedì.03.07.07 15:53