mercoledì 27 giugno 2007
Giappone, un paese pieno di cose in fondo alla cartina
Dopo un po’ di giorni qui capisci cosa cambia. Cioè a dire la verità ci sono cose che cambiano e cose che sono identiche o quasi all’Italia. Ma c’è una differenza sostanziale di cui ti accorgi dopo un po’. Ed è che qui vige assolutamente la sicurezza degli oggetti. Nel senso che qui le cose sono le cose e sono così come le vedi. E c’è tutta una cura nelle cose e per le cose che all’inzio non riconosci, ma poi sì. Non dovete immaginarvi quella roba lì che i giapponesi sono riflessivi, che guardano un sasso e ci trovano un mondo, mi sembrano più o meno tutte stronzate. Piuttosto qui non esiste l’aureo e magnifico concetto espresso così bene da René nella serie Boris: qui nessuno fa mai niente a cazzo di cane.
Per dire, nei negozi la roba è presentata in un modo che si capisce che va oltre la gentilezza, va oltre le rigide strutture del lavoro giapponese. La roba è messi lì per bene. Flavio mi ha anche spiegato che c’è una parola per definire il contrario, la roba sfigata, raccogliticcia, fatta copi piedi, buttata là, tirata dietro, messa lì un po’ così, alla bell’e'emmeglio, alla carlona, alla come viene viene, in qualche modo: si dice dasai. Ecco. Qui c’è una parola sola. Avete presente quei negozietti precisi che ci sono in tutte le città che uno ogni tanto ci entra perché gli piace la sensazione, nei colorifici, nella ferramenta dei maniaci, nelle drogherie vecchio stampo coi barattoloni di vetro con dentro i rametti di liquirizia. Ecco. Qui di negozi così ce ne sono a centinaia in ogni quartiere. Una precisione, un’attesa indomita del cliente nel deserto, una gentilezza spalmata su chiunque entri, e una cura dei gesti con cui si fa tutto, che sulle prime sembra che tutti maneggino esplosivo. Quando ti danno il resto, sembra che si tratti della transazione Benetton-Società Autostrade, non di pagare una scodella di ramen.
dio che prurito
scritto da La_Sposa mercoledì.27.06.07 08:20
Meglio in Italia, che se vuoi un negozietto precisino lo trovi ma se vuoi anche un bel pò di dasai ti ci puoi ficcare dentro, qui puoi scegliere. Là non hai scelta e dopo il primo mese sentirai nostalgia per i detersivi ammucchiati con le scatole da sei della coca.cola.
scritto da edoardo Bonaccorsi mercoledì.27.06.07 09:33
mi viene subito in mente il penny di dublino.. qualcuno ha presente? altro che dasai, lì è satana!
ma dove le tieni le foto? voglio vedere il giappone..
scritto da Monia mercoledì.27.06.07 09:51
mi sa che sti giappo c’hanno qualche problema di fissazione e rielaborazione del periodo anale.
hanno pure il braccino corto? no, perchè se è così è chiaro che.
scritto da sigismondo freud mercoledì.27.06.07 11:20
tornando sul discorso treno: il tuo amico flavio ti ha fatto girare i sedili? si possono girare a seconda della direzione che prende il treno (non tutti itreni credo pero’). quando vado in italia e trono a londra penso: oh che pace, che tranquillita’ tutti che dicono sorry e si mettono in fila. quando sono tornata dal giappone a londra mi sembrava un gran casino. chissa’ tornare da tokyo a milano che mega shock. sei entrato in una cabina telefonica? ci sono le pagine bianche e gialle intatte… manco un pagina spiegazzata. per me e’ il paradiso.
scritto da salieri mercoledì.27.06.07 13:37
“Prendiamo ad esempio il concetto di carattere anale freudiano. Freud dà per
assodato che le varie manifestazioni che ricorrevano nella sindrome del carattere
anale erano formazioni reattive derivanti dalla libido anale o una loro sublimazione.
La propensione al risparmio veniva pertanto spiegata come una sublimazione
del desiderio pregenitale di trattenere le feci; l’ossessione della pulizia come formazione
reattiva del piacere di giocare con gli escrementi; il senso dell’ordine,
della puntualità e l’ostinatezza, come tratti radicati nei primi conflitti tra il bambino
e la madre, che esige che il bimbo si educhi all’igiene personale.”
“Quello che Freud chiamò carattere anale può essere inteso come un particolare
modo di mettersi in relazione col mondo. Gi individui aventi un carattere anale
sono riservati, vivono come in una fortezza, tendono ad allontanare ogni influenza
esterna e a fare in modo che nulla venga trasportato al di fuori di questa
fortezza; viceversa essi desiderano che quante più cose possibili siano trasportate
dal mondo esterno in questa loro posizione sicura e trattenervele in modo autarchico.
Per questo tipo di carattere, l’isolamento ispira sicurezza; l’amore e
l’intimità o semplicemente il contatto invece sono sinonimo di pericolo. Sulla base
di queste considerazioni, la sindrome freudiana del carattere anale deve essere
intesa nel modo seguente: l’avarizia è un tentativo di fortificare la posizione isolata
di questo individuo per renderla più forte possibile, senza lasciare che nulla
fuoriesca dalla sua posizione sicura. L’ossessione della pulizia va considerata,
come avviene in numerosi rituali religiosi, come un tentativo di evitare il contatto
con il mondo esterno, che viene sentito come pericoloso e minaccioso. Il senso
dell’ordine, nell’accezione freudiana di tendenza compulsiva all’ordine, è un tentativo
di disporre opportunamente le cose, difendendosi da esse. Le cose, per
così dire non devono avere una vita propria; al contrario, devono essere disposte
in modo tale da non infastidire o minacciare la posizione isolata di questa persona
„ordinata”.
Quanto è stato appena detto a proposito del senso dell’ordine, vale anche
per la puntualità. Essere puntuali equivale a mettere ordine nel mondo in termini
di tempo, mentre l’essere ordinati equivale a mettervi ordine, in termini di spazio.
La testardaggine non è altro che la manifestazione dello stesso processo difensivo
osservato nel caso della puntualità o del senso dell’ordine, ma questa volta rivolto
alle persone. Si manifesta con un costante atteggiamento negativo nei confronti
di chiunque sembri volere introdursi nel mondo di questo individuo; inoltre,
nel suo isolamento, egli considera ogni suggerimento, richiesta o persino speranza,
come intrusioni.”
scritto da sempre sigismondo mercoledì.27.06.07 16:15
Sara’ un’opinione superficiale e sicuramente personale, ma secondo me Freud era un gran cazzaro!
scritto da robi mercoledì.27.06.07 16:55
Il Giappone deve essere in qualche modo la nostra nemesi, il nostro perfetto contrario. E’ incredibile quanti commenti infastiditi (perchè poi) abbia scuscitato questo post. L’Italia è la patria del dasai, è talmente piena di dasai da avermi fatto venire la nausea, però deve essere talmente dentro nel dna di questo popolo che se glielo attacchi stanno subito tutti lì a difenderlo.
Fatemi un piacere, per un po’ cerchiamo di farne a meno
scritto da David mercoledì.27.06.07 18:34
David, io ho contato 2 (forse 3, del primo non sono sicuro) commenti non pro-Giappone… Non mi sembra poi cosi’ incredibile!
Non cominciamo a parlare di “paladini del dasai” quando non e’ il caso, che anche questo e’ un bel problema tutto italiano.
scritto da robi mercoledì.27.06.07 20:06
Sigismondo, tenti di applicare una teoria PSICOLOGICA alla SOCIETA’ (giapponese)? sigismondo, non si fanno queste cose, no-no-no…
comunque belli i barattolini sull’attenti, come le sartorie maschili con tutte le camicie in ordine cromatico piegate perfettamente, e le cravatte tutte in fila…proprio cose piacevoli.
scritto da sarah mercoledì.27.06.07 20:21
beh. no, che non tento.
tenta qualcun altro, ben più in alto di me. quella roba è copiata da un sito, neanche troppo esatta.
però, ecco, non voleva essere una critica negativa al mondo giapponese. più che altro un tentativo di ermeneutica, uno spunto per una discussione che poteva essere interessante.
frederick taylor, il padre del taylorismo, colui che ha progettato lo scientific management, famoso per il controllo ultra puntuale delle tempistiche lavorative, era un caso conclamato e famoso, secondo vari studiosi, della sindrome della fissazione anale. così, per dire. è simpatico leggere di uno così importante che poi, la notte, dorme dentro ai cassetti dell’armadio.
però, ripeto, non voleva essere critica negativa. il giappone è davvero interessante, colla sua esotica compostezza e tutto il resto.
poi, per inciso, freud era austriaco, non italiano. e lì non mi risultano essere famosi per il dasai.
ciao, vi devo lasciare, ho sforato di 35 secondi con il tempo programmato per la stesura del post.
scritto da sigismondo mercoledì.27.06.07 22:28
Conosco il negozio della foto! Io però non ho mai avuto il coraggio di entrare: temo che poi il proprietario mi domandi che cosa voglio e io non saprei rispondere. Non conosco praticamente nulla della pittura tradizionale giapponese!
scritto da baroccogiapponese giovedì.28.06.07 04:54
Arrivo sempre un po’ in ritardo… ma leggendo il post, mi e’ venuto in mente un libro letto poco tempo fa di John Maeda: “The Laws of simplicity”, in cui il tipo spiega una sua teoria per arrivare a progettare un oggetto di design, nel miglior modo possibile. Insomma per farla breve, parlando del design giapponese dice:
A hidden facet of Japanese design is this animistic theme. The pieces laquered surfaces of a bento box are more than just a fact of fine production; these surfaces-and the bento box that they comprise- are essentially alive. The inanimate box is accorded its own spiritual existence.
Ecco, io l’ho trovato ai tempi interessante, ho pensato, magari la spiega puo’ servire anche a qualcun’altro interessato al design giapponese, come lo sono io.
Saluti.
scritto da truciolo giovedì.28.06.07 20:13
ciao matteo,
il 26 giugno ci siamo incrociati da starbucks a tokyo midtown…dopo dieci giorni trascorsi unica occidentale tra gli asiatici, è stato così confortante sentir parlare una lingua comprensibile dai miei vicini di frappuccino
scritto da valeria domenica.01.07.07 21:41