Lunedì 30 Luglio 2007
Tack
Oggi è morto, sereno, vecchio e soddisfatto, Ingmar Bergman. Bergman ha fatto una marea di film, talmente tanti diversi e ricchi e profondi, che ce n’è sicuramente uno che vi piace parecchio e vi parla dritto in faccia proprio a voi. Se avete voglia, io consiglio i classiconi Il posto delle fragole, Sussurri e grida, Persona, Il settimo sigillo, ma non siete obbligati. Nessuno è obbligato a fare niente. Ma ne approfitto soprattutto per dire che chiunque si metta a fare ironia sulla pesantezza dei film di Bergman, in tipico stile bloggarolo disincantato, tipo “molto meglio Zoolander” e stronzate simili, ecco, sappia che non capisce una mazza (di cinema, ma non solo), è piccolo così, e nessuno gli ha chiesto niente.
Uno dice va bene, casa nuova, dice rimettiamo a posto la questione strumenti per la pulizia, lo fa ovviamente per ripulirsi la coscienza e non per un motivo pratico, anche se il pavimento ha bisogno di una lavatina, comunque essendosi accorto che non ci sono più panni in microfibra Vileda di quelli da adattare al tendipannomicrofibraperpavimenti, va al GS di via Maîtres Championniers per prendere il ricambio. Sciabattando. Fatto sta che sulle prime non lo trova, il ricambio. E allora si guarda in giro. E scopre:
Il blog ha due anni. Lo dirò così. Auguri a tutti. Evviva. Continua a piacermi avere il blog, continua a piacermi chi lo frequenta. Alé.
Un uomo entra determinato nel reparto Consegna Merci dell’Ikea di Carugate, cintura nordorientale di Milano. È apparentemente calmo, carico di buoni propositi. Entra, consegna il foglio del suo ordine all’addetto, riceve un numero, prende un carrellino con sopra una bella scatola marrone che sembra lì apposta per lui, ed esce soddisfatto. È un giovedì di luglio e fa molto caldo.
Caro Ezio Mauro, lei dirige un quotidiano che io leggo ormai da una quindicina d’anni. Per questo, come lettore affezionato (sì, rompino e lamentoso, ma affezionato), le scrivo per comunicarle alcune impressioni sul quotidiano in questione.
Sono sempre contento di avere ospiti dall’Italia. Ascoltare le notizie, cosa si dice in giro, cosa vibra nello stivale. Poi col responsabile di questo blog si è stati bene, si è parlato, mangiato e bevuto in tranquillità . Gozzovigliando, siamo a malapena usciti dalla zona in cui vivo, Nezu. Per tutti quelli che non conoscono Tokyo, si tratta di un quartiere molto tranquillo della vecchia Edo, in cui molte case di legno sono ancora vive e vegete, con molto verde, circondato dal parco di Ueno da un lato, dallo zoo, da Yanaka e dall’Università . Un posto popolare di tokyesi vecchi di generazioni. Quando arrivano gli stranieri in Italia qualche volta ci rendiamo conto di vivere in posti meravigliosi senza farci troppo caso, e così mi è capitato ultimamente. Infatti da molto tempo non frequentavo stranieri e soprattutto gente che non abita a Tokyo. I miei occhi nuovi mi hanno rivelato che abito nel posto più bello di Tokyo: qui regna il silenzio e gli alberi incorniciano tutte le strade, qui si trovano i migliori ristoranti della città , specialmente in fatto di tonkatsu, soba e kaiseki ryouri. Ci sono rigattieri e spacci di cianfrusaglie con un’aria nostalgica e rétro. Molti negozietti e botteghe urlano la parola “japonisme” al visitatore anche locale, visto che il genere va molto di moda e i giovani usano tessuti di vecchi kimono per confezionare articoli postmoderni.
Insomma, cosa devo dire? Sarà magari la stanchezza. Sarà la stanchezza e il jet lag. Sarà al limite la stanchezza e il jet lag unito al trasloco. Sarà magari anche la stanchezza e il jet lag, insieme al trasloco e al fatto che il contatto prolungato coi vestiti produce asperità puntute. Oppure anche la stanchezza, il jet lag, il trasloco, i vestiti asfissianti, il tutto in un contesto di gatti in ansia, valigia ancora non pervenuta e impianto ancora staccato che nemmeno ti puoi sentire una canzone. Per non parlare dell’assenza della cucina, che se ti sale quella cattiveria non ti fai neanche una tazza di latte caldo per tranquillizzarti.
Adesso va bene, è ovvio che tutti dicano che no, che loro no, che non se ne parla nemmeno, che piuttosto votano Berlusconi, che non gliela dovevano fare, che si tagliano fuori, blah schifo ribrezzo e sputazza. È normale e uno se lo aspetta. Poi più uno è buono, più lo si prende per il culo. Figuratevi la macchina del popolo: un bersaglio burroso che non dargli contro è quasi un insulto. Ma uno ha pazienza e aspetta.
Essere uno che legge i libri, compra i libri, maneggia i libri, vorrebbe scrivere dei libri, parla dei libri, consiglia dei libri, si sente a proprio agio in mezzo ai libri. Essere uno così ed essere in questo paese lungo tutto isole. Essere uno così, essere in questo paese bislungo e isolano e pieno di isole, e vedere uno di quei negozi che in tutto il mondo riconsoci subito e ti fanno subito sentire un po’ a casa e sereno e curioso, con la voglia di scoprire tipica dei grandi viaggiatori del passato. Ovvero, per fare un esempio più specifico, per evitare di vivere nel regno del possibile e calarsi invece nello specifico del qui e ora, io che entro in una libreria a Tokyo. Una delle esperienze più frustranti della mia per ora abbastanza scintillante vita.