Chiude il settimanale
Diario. Chiude dopo undici anni di giornalismo d’inchiesta, di nicchia e di qualità . La lettera con cui Deaglio e la redazione salutano i lettori merita un commento. Perché in questi giorni sembra la fiera degli addii zuccerosi, e Diario non li merita nemmeno dalla propria redazione.
Diario è stato per anni un settimanale che copriva fatti internazionali ignorati dagli altri, sgranava inchieste pregevoli (Deaglio e Barbacetto innanzitutto), teneva la barra a sinistra con deontologia e fermezza.
Poi qualche tempo fa il giornale decise di abbandonare il proprio concessionario di pubblicità e affidarsi a delle microinserzioni, alla pubblicità interna dell’editore (Saggiatore, Pratiche, Marco Tropea, Net, ISBN), e a poco altro. Così si trincerò dietro un fortino di rigore impraticabile: l’idea secondo cui con la pubblicità non sia possibile fare inchieste libere e approfondite, che indaghino anche sui maggiori gruppi economici e politici di un paese. Questa stessa idea ritorna due volte nella lettera di arrivederci ai lettori, portata come croce e bandiera insieme.
Resta il fatto che quella scelta, per quanto possa essere stata obbligata, si è rivelata fallimentare.
In Italia e nel mondo ci sono sono molti giornali che pubblicano inchieste, spesso capaci di cambiare il corso della politica. Quasi tutti questi editori vendono pubblicità . Certo, esistono esempi come quello della rete americana PBS, finanziata da governo, fondazioni e sottoscrizioni volontarie; ma molte redazioni, come quella di 60 Minutes della CBS, Report della RAI, Libération, convivono con gli inserzionisti pubblicitari. `E sicuramente una convivenza difficile, ma è indispensabile e si pratica diffusamente. Le altre testate simili a Diario non sono tutte dei marchettifici. Trovano un editore, un’agenzia, degli inserzionisti, e continuano ad esistere. Quello del sostentamento è un problema di qualsiasi giornale, rete, programma, casa discografica, teatro e compagnia. Anche se i soldi sono pubblici, bisogna meritarseli e farseli bastare. Insomma, essere in perdita non è un destino da tragedia greca, segno divino della giustezza dell’eroe.  È IL rischio. IL motivo per cui chiudono i giornali. E ricordiamo sempre che il pubblico, cioè gli acquirenti, è anche parecchio di sinistra. Non viviamo in un romanzo di fantapolitica: abbiamo grossi problemi di commistione tra grandi gruppi e la politica; abbiamo la concentrazione della pubblicità in poche mani; abbiamo Luigi Marzullo. Ma non siamoÂ
Prigionieri. (Quelli di Altromercato lo sanno bene. Fanno belle cose, di sinistra, e anche per questo fanno soldi.)Â
Insomma, provo a dirvi perché io, e forse altri, abbiamo smesso di comprare Diario.
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