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Venerdì 28 Settembre 2007

Una cosa rossa


kingcrimson.jpgPer una volta c’è una cosa giusta che non bisogna pensare, non bisogna ragionarci, non si deve nemmeno stare a stabilire se si è contro o pro, quale posizione si ha e che tipo di schieramento politico si è deciso di adottare. Per una volta succede che tutti sono d’accordo di mettersi una cosa di colore rosso il giorno 28 di settembre, per dare un segno e ricordare a tutti che il nostro pensiero va a quelli che cercano di rovesciare un regime sanguinario di militari antidemocratici birmani. Non c’è da distinguersi e dire che ci sta sulle palle. Si fa e basta. Perché quelli sparano in faccia ai giornalisti, torturano la gente, ammazzano i monaci. Più sobriamente si fa e meglio è. Un segno normale, piccolo, come alzare le dita a V, per dire che ingenuamente siamo convinti che i monaci vinceranno. Sappiamo che ci vorranno tempo e morti e sangue, ma vinceranno. Ormai sono riusciti nel loro intento: costringere il mostro a farsi vedere da tutti per quello che è. È bastato essere in tanti e camminare. Oggi vediamo di essere in tanti. Con una cosa rossa addosso. Grazie.


Giovedì 27 Settembre 2007

Perso sull’isola del presente


Gilligan.JPG A me spiace per lui, un po’. Dico che si sia imbarcato in questa disastrosa nuova linea che gli piacciono i telefilm. Mi spiace perché uno quando fa le cose che sa fare è un conto; quando parte per la strada sterrata con le gomme lisce, lo vedi che fa una certa fatica e più accelera più si impantana. Comunque sia adesso gli chiedono delle cose di modernità, per via di questo fatto che ha scritto il libro brutto sulle serie televisive. E questo è un problema serio. Avendo scritto il libro brutto sulle serie televisive (senza un’opinione, senza un punto di vista, tutte le serie belle meravigliose incredibili e tutto piene di errori e refusi e interpretazioni letterarie di roba che spesso di riferimenti letterari non ne ha proprio), ecco dicevo adesso si ritrova a sentirsi fare delle domande sui blog dal Foglio. Ma cosa ne sa lui dei blog? Lascialo stare, Giuliano! Oppure a parlare della “nuova serie di Lost”:http://mediacenter.corriere.it/MediaCenter/action/player?uuid=5cdf2166-6c51-11dc-ad62-0003ba99c53b&rcsrid=vaschettaMC_corriere_2 che non ha visto bene e nemmeno tanto si ricorda quale sia Hurley. Quindi parla della nuova serie di Lost proprio come come ne parlerebbe chiunque dopo aver letto il riassuntino iniziale su Wikipedia: il naufragio, il mistero, la speranza, la botola, il destino. E si vede che vive nel timore che arrivi qualcuno più giovane, che ne sappia davvero di serie e non le abbia dovute rivalutare a sessant’anni, prenda il suo posto e lo costringa a tornare a parlare bene solo di Report e di una replica alle tre di notte di Le notti della Repubblica di Sergio Zavoli. In effetti, anche se un po’ alla carlona, meglio Lost. Come darti torto, Aldo?


Martedì 25 Settembre 2007

Non ce la fanno® 3 (SENZA SPERANZA edition)


flood.jpgHalo3 è una delle cose più clamorose che siano state prodotte ultimamente nel campo dei videogiochi. Magari non proprio l’innovazione delle idee, non il gioco che fin dall’inizio è qualcosa di completamente diverso da quello che si è visto prima, essendo un titolo bellico in prima persona, ma nei mezzi, nei muscoli, nella dimensione produttiva, comunque un affare dalle parti di un colossal  hollywoodiano. Non ho ancora avuto modo di giocarci abbastanza per capire quanto il gioco sia splendido. Non se lo sia o no, perché è senza dubbio notevolissimo, ma quanto. Sto scrivendo questa roba al Cinema Odeon di Milano, che c’è la presentazione del prodotto organizzata da Microsoft. E lo sapete che io non sono un fan di Microsoft. Anzi. Proprio mi indispettiscono.
Bisogna dire che in genere le presentazioni dei prodotti videoludici italiane sono tutte impiccate, noiosissime, piene di amministratori delegati e presidenti del branch italiano, piene di numeri e noia, noia, noia, ancora noia e statistiche di vendita, e un lessico da entusiasmo aziendalista che fa letteralmente pena.

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Domenica 23 Settembre 2007

Con i piedi (piatti)


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Ho sempre fatto delle menate alla gente per come dice e scrive certe cose. E quelli hanno sempre buttato gli occhi al cielo, un numero di volte che se non mi volessero bene un bel calcio nel culo me l’avrebbero dato già da tempo. Ma ho deciso, e l’ho deciso tanto tempo fa, che avrei detto il più possibile a uno che dice “mi pare che è”, “guarda che si dice mi pare che sia” (e anche “hai un pezzo di insalata nei denti”). Male che vada, se la prende e gli sto sulla palle; poi però la volta dopo non lo dice, forse. (A dire la verità la tecnica non funziona con tutti, per dire con me non ha mai funzionato perché mia madre ripete il mio nome ad alta voce ogni volta che dico “cazzo”, e il risultato è che ho una passione viscerale per ogni forma di turpiloquio.)
Comunque oggi siamo al punto che Severgnini scrive il manuale su come si scrive bene e come si scrive male, e gli italiani lo comprano a manetta. Quindi vorrei elencare alcune cose che mi tirano scemo.

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Domenica 16 Settembre 2007

Scheletri. Armadi.


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Grillo va alla festa dell’Unità. Grillo fa lo spettacolo. Grillo spara a zero. Grillo non le manda a dire. Grillo vaffanculo vaffanculo io sono il detonatore. Grillo risponde alle critiche di Cacciari dicendo che ha i baffi e che cita Aristofane, cioè dandogli dell’intellettuale. Grillo risponde a Serra e ai mille altri critici sui giornali dicendo che quelli dei meetup sono bravi ragazzi e non terroristi. Grillo risponde a D’Alema dicendogli che chiamava Fiorani e voleva comprare una banca.
Ecco.
Chiunque critichi il V-day di Grillo sappia che andranno a spulciare le sue parentele, i suoi tratti somatici, le colpe dei padri e anche solo i nei antiestetici che ha sulla nuca. Tutto diventa punto nevralgico, anche la barba. Non si ricevono mai delle risposte argomentate, sulla sostanza di quello che si è detto, mai, di nessun tipo, ma solo delle menate. Nel caso migliore il tono è “ma cosa dite, non avete capito niente, siamo pacifici e siamo cittadini indignati, io sono solo un comico”; se c’è più contrasto o l’interlocutore è più importante l’aria diventa “bene bene, cercate di puntare il dito, dire che siamo pericolosi, quando pericolosi sono quelli che stanno in parlamento, che si sono dimenticati della gente”. La terza ipotesi è quella dell’epiteto fisso.

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Lunedì 10 Settembre 2007

Tokyo, 19-9-4


kem0609.JPGIeri sono andato in un parco dei divertimenti vicino Tokyo. Fuji Q Highland. E ho scoperto un nome nuovo da dare alla paura. Non ero mai salito su un vagoncino delle montagne russe fino a un mese fa, quando per lavoro ho fatto un giro sul tracciato di Korakuen, un parco nel centro di Tokyo. Patetico, in confronto alle attrazioni di ieri, alle pendici del sacerrimo monte Fuji (Fugi). A un’ora e mezza di autobus da Shinjuku, il parco sembra vuoto fino a quando ci si avvicina alle giostre. La media è di un’ora e mezza di attesa per una corsa di due minuti circa. In fila. Sulle prime, da impaziente lagnoso, comincio a scocciarmi, ma le torme di studenti universitari attorno a me scherzano e il loro sorriso irradia aspettative. Allora mi lascio convincere che ne valga la pena, che sarà l’esperienza decisiva per me. Esponenzialmente, quando vedo, sento, percepisco che mancano circa quindici minuti, arriva la paura. Fisica. Come di un condannato a qualcosa. “Finitemi subito”. La tentazione di svicolare per una scaletta e andare alla baracchetta dei souvenir. Poi improvvisamente il mio turno. Mi sento l’unico cacasotto deriso da corsi interi di ventenni cotonate. Faccio il vago e salgo sulla seconda montagna russa della mia vita: la più alta del mondo. Si chiama Fujiyama. Comincia con una salita interminabile che porta a una vista splendida sul Fuji: tre secondi di pace assoluta, nuvolette di foschia che incorniciano un ukioe di due secoli fa e poi la caduta libera. Tutto il giro è a velocità secondo me inumana e con un tracciato che sadicamente non dà respiro. Mi sento trafitto da una scarica liberatoria che forse è felicità chimica cerebrale, non so. Sono in pieno sballo adrenalinico da neòfita. Fomentato, decido di procedere al passo successivo, l’essenza stessa e il superamento della montagna russa: “Ee Jyanaika”.

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Domenica 9 Settembre 2007

Captivity


natasha.jpgCos’è. Da un po’ di tempo a questa parte, come vi sarete accorti, funzionano parecchio i thriller molto cruenti e molti statici, basati su ruoli precisi predatore/preda, con buone dosi di sadismo e meccanismi nevrotici che si ripetono. È un’evoluzione dei film coi serial killer; ora si tratta di sadici vendicatori libertari. Insomma, tipo i vari Saw. Captivity è un film di questi, o almeno vorrebbe. Racconta di uno che rapisce una modella per tenerla imprigionata in una cantina, dopo sembra che stia per farle delle robe e poi alla fine la costringe solo a sparare al suo barboncino. Poi lei scopre che c’è un altro imprigionato con lei e poi si scopre…insomma per principio io non spoilero, ma ’stavolta devo per il vostro bene…salta fuori che l’altro prigioniero, con cui lei fa all’amore presa dalla simpatia solidale, è il fratello del sadico. Cioè uno le rapisce ed è voyeur con le telecamere e si mette un cappuccio e minaccia, seda, spaventa, lega, insegue e mena; l’altro fa il prigioniero e si ciula le imprigionate, le quali poi a un certo punto vengono uccise.

Com’è. È molto semplice. Ci sono film belli e film brutti, film fatti benino e film fatti malaccio, film divertenti e film pallosi,  ci sono i film di merda e i capolavori. Poi ci sono gli inguardabili. Che sono bruttissimi, ma in un modo molto meno godibile. Ecco. Essendo cinema, l’inguardabilità assoluta è rara: perché scrivere un romanzo alla Elkann si può fare, ma i film li fanno centocinquanta persone insieme, e costano una barca di soldi. Se poi non è cinema italiano, è veramente rarissimo che ci siano certe manifestazioni di nulla così adamantine. In questo caso però ci sono le tre stigmate della possibile stronzata: 1-horror per adolescenti; 2-distribuzione estiva; 3-un grande regista andato a male, cioè Roland Joffe, quello di Mission e The Killing Fields.

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Venerdì 7 Settembre 2007

Non sempre si può vincere


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Chiude il settimanale Diario. Chiude dopo undici anni di giornalismo d’inchiesta, di nicchia e di qualità. La lettera con cui Deaglio e la redazione salutano i lettori merita un commento. Perché in questi giorni sembra la fiera degli addii zuccerosi, e Diario non li merita nemmeno dalla propria redazione.
Diario è stato per anni un settimanale che copriva fatti internazionali ignorati dagli altri, sgranava inchieste pregevoli (Deaglio e Barbacetto innanzitutto), teneva la barra a sinistra con deontologia e fermezza.
Poi qualche tempo fa il giornale decise di abbandonare il proprio concessionario di pubblicità e affidarsi a delle microinserzioni, alla pubblicità interna dell’editore (Saggiatore, Pratiche, Marco Tropea, Net, ISBN), e a poco altro. Così si trincerò dietro un fortino di rigore impraticabile: l’idea secondo cui con la pubblicità non sia possibile fare inchieste libere e approfondite, che indaghino anche sui maggiori gruppi economici e politici di un paese. Questa stessa idea ritorna due volte nella lettera di arrivederci ai lettori, portata come croce e bandiera insieme.
Resta il fatto che quella scelta, per quanto possa essere stata obbligata, si è rivelata fallimentare.
In Italia e nel mondo ci sono sono molti giornali che pubblicano inchieste, spesso capaci di cambiare il corso della politica. Quasi tutti questi editori vendono pubblicità. Certo, esistono esempi come quello della rete americana PBS, finanziata da governo, fondazioni e sottoscrizioni volontarie; ma molte redazioni, come quella di 60 Minutes della CBS, Report della RAI, Libération, convivono con gli inserzionisti pubblicitari. `E sicuramente una convivenza difficile, ma è indispensabile e si pratica diffusamente. Le altre testate simili a Diario non sono tutte dei marchettifici. Trovano un editore, un’agenzia, degli inserzionisti, e continuano ad esistere. Quello del sostentamento è un problema di qualsiasi giornale, rete, programma, casa discografica, teatro e compagnia. Anche se i soldi sono pubblici, bisogna meritarseli e farseli bastare. Insomma, essere in perdita non è un destino da tragedia greca, segno divino della giustezza dell’eroe.  È IL rischio. IL motivo per cui chiudono i giornali. E ricordiamo sempre che il pubblico, cioè gli acquirenti, è anche parecchio di sinistra. Non viviamo in un romanzo di fantapolitica: abbiamo grossi problemi di commistione tra grandi gruppi e la politica; abbiamo la concentrazione della pubblicità in poche mani; abbiamo Luigi Marzullo. Ma non siamo Prigionieri. (Quelli di Altromercato lo sanno bene. Fanno belle cose, di sinistra, e anche per questo fanno soldi.) 
Insomma, provo a dirvi perché io, e forse altri, abbiamo smesso di comprare Diario.

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Domenica 2 Settembre 2007

It ain’t over ’til it’s over


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Il tema dello scontento da parte del pubblico nei confronti dei giornali più diffusi di questo paese ha anche rotto le palle, mi rendo conto. Non ti piacciono? Non comprarli. Comprane degli altri. Bene. Siccome degli altri non ce ne sono, uno legge quelli che ci sono e si imbufalisce. Dopo il mio post a proposito di quello che non mi piace di Repubblica, molti miei amici mi hanno dato del folle scriteriato, dicendomi che se quelle cose valevano per Repubblica, allora il Corriere era colpevole dieci volte tanto. Vero, rispondevo io, ma il Corriere per certi versi è fuori classifica: musica, cinema e cultura del Corriere sono quasi senza speranze, per quanto mi riguarda; quello su cui di solito il Corriere è più serio, però, è l’attendibilità del tono e dei titoli, che a Repubblica sono parte di una una perversione collettiva.
Ecco. Siamo alla seconda giornata di campionato. E su Corriere.it ho appena letto che Juventus e Roma, che hanno vinto due partite (due partite, 2), sono “già in fuga”. Non dico altro.


Domenica 2 Settembre 2007

Mel P e l’eliminazione dei maschi


vspost.jpgPer qualche ragione non chiara ma incontestabile, provo una certa simpatia per Melissa Panarello. Lo scrissi qui qualche tempo fa e la cosa scatenò un pieno clamoroso: più di cento commenti, una roba mai vista di sospetti e insulti incrociati, a cui prese parte anche la stessa Panarello. Siccome io penso che se non ti piace un libro di giardinaggio di una quarantenne non dici una mazza perché semplicemente non ti interessa, e se non ti piace un libro di sesso di un’adolescente dovresti fare lo stesso (pena dimostrarti un benpensante), resto della mia opinione su Melissa e i suoi noiosi detrattori. E lo faccio a priori, non avendo letto i suoi libri e avendola solo incontrata una sera a una presentazione.

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