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Domenica 28 Ottobre 2007

The L files (L’amour est un oiseau rebelle)


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Si scopre una cosa. Si scopre che non è impossibile tirare fuori il sentimentale. Non è facile. È difficile. Ma non impossibile. Fino a qualche anno fa non si poteva dire che un programma era femminile o maschile, che poi si faceva la figura di quelli sessisti e coi paraocchi. Invece, si diceva, ci sono i maschi che fanno la calzetta e hanno bisogno di coccole; ci sono le femmine che riparano i rubinetti e vanno matte per le sparatorie. Si dicevano queste cose – che poi non è vero niente, non si dicono mai, non c’è bisogno, anche se di fatto sono stronzate si sa che sono valevoli e vigenti, e non si rema contro la storia cazzo – e quindi si ipotizzava che non ci fossero vere distinzioni e tutto fosse per tutti. La casa nella prateria, pensavo da piccolo, non è per donne o per uomini, ma è una palla e basta. Giusto, da piccolo. Boh. Forse era tutto come adesso, solo che io ero nel periodo del rimosso e non vedevo i sessi.
Comunque sia ormai si dice di tutto che è maschile o femminile, e in cosa è maschile e in cosa è femminile. I medici sono maschili perché si traffica e si briga e si fa della roba e si rischia avventurosamente la vita, e sono femminili perché sono fighi loro stessi (Dr. House e Dr. Ross, per dire) e perché c’è tutto un groppone sentimentale dietro a ogni paziente. Invece le storione d’amore in genere sono femminili, perché è vero che le guardano anche i maschi, ma lo fanno distrattamente, dopo mangiato, tipo “Ma quella lì se li è fatti tutti i Forrster? Tutti?”, “Sì che se li è fatti tutti! E se la smetti di fare la stessa domanda di merda da moralista cazzo magari io riesco a capire qualcosa di più!!”

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Sabato 27 Ottobre 2007

Il pardo dai cuscinetti rossi


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Non c’è niente da fare. Anche noi abbiamo diritto alle nostre belle chincaglierie deficienti. Anche noi, che viviamo senza tutto quello spassoso armamentario di dettagli e capricci che le donne si portano dietro per tutta la vita, vogliamo la figata superflua di cui andare fieri. Certo, è una roba cheap e anche un po’ triste la nostra, rispetto alle vostre scarpe con la suola rossa. Però qui c’è un nuovo sistema operativo e uno fatalmente si sente molto più figo di prima, molto meglio. Non che prima si sentisse male.
Solo che la Apple ha fatto uscire questo coso che si chiama 10.5 o Leopard. – Io però per scriverlo devo sempre pensarci, perché mi vengono altri felini, tipo il giaguaro. Toccherà prima o poi al giaguaro, no? È già successo? L’ha già avuto? Perché anche il giaguaro merita un sistema operativo, cacchio. Tutti lo meritano. Anche il gattopardo, l’ocelot, la lince, il gatto selvatico (anche il gatto Takeshi, volendo, che ne so? un plugin di Gattoselvatico©, solo per farlo contento, dai, peffavore) – e adesso dicevo qui è tutto più stiloso: il rosso della pallina da cliccare per chiudere le cartelle è un rosso fuoco, le cartelle sono molto discrete e sobrie e azzurre, i nuovi salvaschermo sono delicatissimi e ipnotici. Insomma, fate conto che noi siamo a posto così e che non dura così tanto. In queste ore noi utenti mac saremo un po’ fissati, sposteremo cartelle, imposteremo backup, cercheremo icone nuove. Ma non preoccupatevi: abbiamo temporaneamente l’età cerebrale di sette anni e mezzo, e stiamo provando le nostre nuovissime scarpe maculate con le suole rosse. Cercate di capirci.


Martedì 23 Ottobre 2007

Questa non è una fontana


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Sono passati ormai alcuni giorni e la questione della fontana di Trevi. Adesso tutti dicono delle cose divertite sulla fontana. Dicono del rosso e dell’ironia che sarebbe bene facesse parte necessariamente di una manifestazione come la Festa del Cinema e anche in genere di una città come Roma. Dicono, adesso, che in quel gesto c’è tutto un senso. Dicono che il futurismo, Marinetti, blah blah.
Mi vengono due considerazioni.
Per prima cosa c’è il fatto che i giornali non sono in grado di prendere una posizione originale, diversa dal luogo comune più molliccio, anche su una questione così irrilevante. Almeno non prima che il luogo comune indignato si sia sgonfiato come un soufflé e sia stato sostituito da un entusiasmo a sua volta comune e diffusissimo. Nessuno ne ha parlato bene d’istinto, così, a botta calda.
Poi c’è il fatto che Andy Warhol non ha mai colorato niente di niente. Ma tutti hanno citato Andy Warhol come riferimento, quando dicevano che alla fine sembrava di essere tornati agli anni della pop art. Una cosa così è molto più alla Cattelan, molto più alla Christo, che ne so, ma non c’entra con la pop art. Eppure, Warhol. Warhol come i Beatles. Warhol che puoi disquisire quanto ti pare e comunque lui resta il simbolo più fulgido dell’arte pop, più che della pop art: di quella capacità di esserci che oggi l’arte vorrebbe tanto avere e non ha.


Sabato 20 Ottobre 2007

Gerusalemme, 16-10-2007


tetto 16-10-07 (5).JPGLa vita a Gerusalemme è frequentemente scandita dalle feste religiose, non importa se ebraiche, cristiane, musulmane, ortodosse, eterodosse, ufficiali o di nicchia.
Due anni fa, nel periodo delle feste ebraiche di rosh ha shana/kippur/sukkot e del mese musulmano di Ramadan mi sono trasferita a Gerusalemme.
Era la prima volta che assistevo di persona alla maggior parte di queste ricorrenze, che fino a quel momento si erano limitate ad essere una cosa più o meno esotica, che veniva citata in testi universitari o in romanzi semisconosciuti.
Vagavo quindi per la città vecchia con l’entusiasmo del neofita, passando e ripassando davanti al muro del pianto e mangiando milioni di Qataief (piccoli pancake ripieni di noci, pistacchi o formaggio dolce e imbevuti di sciroppo di zucchero, che vengono serviti durante il mese di Ramadan a chiusura dell’Iftar, il pasto che rompe il digiuno quotidiano).
L’anno scorso l’entusiasmo per la novità si è trasformato in interesse antropologico, un po’ più distaccato. Ho approfondito la conoscenza di alcuni rituali particolari (v.  capparot e lailat al qadr) e ho dato il benvenuto alle feste, bestemmiando un po’ al pensiero dei mille problemi logistici legati a questo periodo: traffico impazzito, macchine parcheggiate in tripla fila sotto casa, strade transennate, uffici aperti con orario ridotto ecc ecc.
Quest’anno nel periodo delle feste ebraiche e del Ramadan sono andata a svernare in Italia, perché dopo due anni la quotidianità prende il sopravvento sull’entusiasmo (purtroppo!) e impiegare un’ora per coprire il tragitto ufficio-casa (tempo medio di percorrenza: 5 minuti) a causa dell’ennesima ricorrenza religiosa viene catalogato alla voce “rottura di coglioni†e non più sotto “colore localeâ€.

[quest’ultimo paragrafo è a mo’ di giustificazione per l’ennesimo ritardo nella pubblicazione della rubrica, mica vi potevo parlare della provincia di Modena, delle feste dell’ Unità con i compagni in via d’estinzione causa PD e dei tortellini di mia madre...]

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Martedì 16 Ottobre 2007

Io so che tu sai che io so® - Home Edition


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Succede questo. Che la Xbox360 ha dei problemi. O, meglio, li aveva. la Xbox360 usa lo steso processore che già surriscaldò i vecchi mac (compreso il mio G5), ma in una scatola che è un quinto di quella e dissipa molto meno il calore. Ma quando Microsoft lanciò la console, aveva bisogno di occupare una bella fetta di mercato, che poi sarebbero arrivati i giapponesi. Giapponesi i quali, come si sa, costituiscono un mercato gigantesco per i videogiochi, ma sono molto restii a lasciar entrare gli stranieri. Quindi Nintendo è un colosso gigantesco in patria e funziona anche bene fuori, Sony è messa bene in patria e molto bene in certi paesi europei e negli Stati Uniti, mentre Microsoft deve ritagliarsi fette di mercato in occidente, perché a in Giappone è tutto un remare controcorrente.
Insomma succede questo. che le Xbox360 dopo un po’ si rompono, non vanno più e ti esce fuori il cerchio rosso della morte. Uno si incazzerebbe, a sto punto. E invece, anche se è Microsoft, che come sapete non è la mia azienda preferita, devo dire che per metterci una pezza ce l’hanno messa proprio bene.

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Domenica 14 Ottobre 2007

Aria di casa mia (Voto lei perché è sfavorita, Simona)


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Arrivo con la bici in via Archimede e fuori c’è un po’ di coda. È domenica mattina, è il centro di Milano e la giornata è placida e anziana. (Tutto deciso: Walter.) Arrivo alla sede dei DS dove si vota. Non so niente. Ma ho la mia bella scheda elettorale e ho anche un documento di identità. Fuori dal seggio al piano sotto ci sono affisse le liste per dei candidati a segretario e quelle per la costituente regionale non so cosa. (Dopo la festa del cinema, la festa del PD.) Cerco di farmi un’idea. Un ragazzo davanti a me dice “Ma Ludovico Einaudi il pianista?”. Io rispondo “Temo di sì” e sorridiamo. (Vincerà VolksWagen.) Uno ci dice che possiamo votare anche sopra. Saliamo in tre o quattro. Ci sono molte persone sopra i cinquanta e fino ai settanta. (È garantito che trionfa il sindaco.) Quando tocca a me, do la scheda elettorale a un ragazzo che controlla il numeretto. Poi mi chiede un euro e mi fa firmare la ricevuta. (E va anche bene che vinca lui.) Poi passo all’altro banchetto dove c’è un signore simpatico che mi spiega velocemente a cosa servono le schede. “Appoggiati lì” mi dice, “ti vedono solo in quindici”. Sorridendo mi appoggio. (Tanto vince Veltroni, stai sereno.) Voto una lista che sostiene Veltroni per la costituente regionale non so cosa. (Guarda che poi dice una cosa sugli embrioni o sulla chiesa e schiumi di rabbia, come l’ultima volta con la Rosa nel Pugno.) Prendo la lista del segretario del PD. Ci penso poco perché sono tranquillo. (Cretino è la parola giusta, non tranquillo.) E voto Rosy Bindi.
Esco tutto contento. Pedalo verso casa canticchiando. (Ti stai già pentendo, e lo sai. Per fortuna che poi tanto vince Walter Veltroni, così puoi raccontare in giro ’sta stronzata per farti insultare o sentirti dire anch’io da gente che ci credeva veramente.)
Sarà banale, ma a votare anche per il PD alla fine ci si diverte. (Bravo, bravo: cambia discorso, dai.)


Sabato 13 Ottobre 2007

Houston, we have a problem


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È successo che un celebre comico genovese abbia scatenato un furor di popolo a furor di popolo. E allora tutti quanti i politici fuggi fuggi generale, fuggi dietro la collina. E tutti quelli del comico dicevano ve la facciamo vedere noi, adesso basta, adesso è ora che la finite. Poi però dei giornalisti hanno detto va be’ però adesso non è che voi a dire la verità proprio proprio. E quelli apriti cielo, e quelli amici dei ladri. E uno di questi giornalisti, uno dei più critici, scrive sul blog che ospita Freddy Nietzsche. Allora hanno fatto l’attacco hacker contro i cattivi. Che la libertà di parola valeva solo se sei d’accordo. Quindi per qualche giorno qui non ha funzionato una mazzuola. Chiedo scusa per il disservizio e dico grazie ai salvatori della povera patria. Bravi. Avanti così. Che se non fosse per voi.


Lunedì 8 Ottobre 2007

Grindhouse - Planet Terror


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Cos’è. Quentin Tarantino e Robert Rodriguez si sono messi in testa di distribuire due film accoppiati, come ai tempi dei drive-in. Il progetto, che si chiama Grindhouse, poi è stato diviso nei due film, visto che convincere il grande pubblico a pagare il doppio e stare in sala cinque ore sarebbe stato complicato. Il primo episodio, quello di Tarantino, Death Proof, è piaciuto alla critica e al pubblico scafato, ma è andato male al botteghino. Questo è quello di Rodriguez, una specie di tamarrata di classe che ripesca il cinema senza scrupoli e lo riciccia in chiave tex-mex-zombi-sci-fi-horror-sexy-bellico-esistenzial-apocalittico-parossistica. Un gas tossico verde fa venire le pustole alla gente e presto trasforma tutti in zombi marci assetati di carne umana. Un gruppo di improbabili cerca di opporsi all’orda malefica e salvare il mondo.

Com’è. La pellicola è rigata, l’audio dei titoli è tutto storto, a un certo punto salta anche un pezzo di film come se il distributore non avesse spedito una delle pizze e il proiezionista l’avesse montato lo stesso, così, con quello che c’è. Il film cita tutto il mondo del cinema di cassetta sfrontato (exploitation eccetera), e lo fa con tale gusto divertito, che la cosa non disturba mai. Il cuore di quel tipo di cinema, e quindi anche di questo film, è l’assenza del concetto di misura. Tutto è di più. Non troppo: oltre. quando potrebbe fare paura fermandosi un metro prima, va dieci metri oltre e non fa nemmeno ridere, prende solo a schiaffi.

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Venerdì 5 Ottobre 2007

Rimetta a posto il blog (SI PUÃ’ FARE!)



YoungFrankenstein.jpgAbbiamo avuto dei problemi. Siamo stati giù, come si dice. Non funzionavamo. Insomma il nuovo server crucco di Blognation ha avuto dei casini. E allora cosa ti inventa il Gianluca Neri, che poi è il capoccia di tutta la cosa? Il vero web2.0, cioè chiede in giro se c’è qualcuno che abbia voglia di dare una mano. Come no?, risponde un geek napoletano. E poi cosa fa senza conoscere nessuno? Sta su la notte, si sbatte, smonta tutto e lo rimonta da capo nemmeno si sa quante volte. Il risultato è che ora siamo tornati a funzionare tutti bene e funzionano anche i commenti e questo post serve per chiedere scusa ai lettori per il disservizio, e dire grazie a Gianluca P. (che ha un blog che si chiama Ziokendo ma col kendo non c’entra una mazza) per aver ribadito che quando sei nella merda, se trovi il terrone dal cuore d’oro finisce sempre che stai meglio di prima e sei imbarazzato dalla generosità.


Mercoledì 3 Ottobre 2007

Di tutti non vuol dire mio


keith.jpgOggi Michele Serra dice una di quelle cose che io pensavo da tanto tempo e che poi alla fine non ho mai detto così precisamente, perché poi ti guardano strano. Anzi, l’ho detta agli intimi, ma non in pubblico. Codardia? Coniglismo? No, è che poi devi spiegare troppe cose (non hai voglia tu e non ha voglia l’altro). E allora eviti. Oppure essendo tuoi amici sanno già perché già li hai asciugati a riguardo, e quindi va bene. Insomma, ecco cosa ha scritto.


Il Municipio di Bologna ha fatto ripulire via Zamboni dai graffiti. I graffitari hanno già annunciato che la ridipingeranno come pare a loro, e che l´odioso sindaco Cofferati non si permetta mai più. Il Municipio di Bologna rappresenta la città. I graffitari rappresentano loro stessi. Ovvio che negli ultimi vent´anni i graffitari abbiano stravinto: gli interessi privati e le pulsioni individuali hanno travolto gli interessi pubblici ovunque e ad ogni livello. I muri di molte città italiane sono stati di fatto privatizzati da chi desidera lasciare traccia del proprio passaggio, e francamente se ne fotte se altri preferirebbero vedere quel muro pulito, o appena velato da quella bava di fuliggine alla quale siamo tanti affezionati. Per colmo della confusione, un gesto di destra come l´appropriazione di ciò che è di tutti, passa per “libertario”, mentre il disperato tentativo di una città di difendere la sua identità pubblica viene bollata di “repressione”. La morte del concetto di collettività fa sì che molti dei gesti compiuti nel nome di evidenti interessi pubblici (per esempio, pulire i muri di una via) passano per mostruoso arbitrio del Potere. Forse l´unica scappatoia che resta, per uno come me, è scrivere di notte sui muri: “i writers sono di destra”. Michele Serra, L’amaca, la Repubblica, 3 Ottobre 2007.