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giovedì 27 dicembre 2007

Ogni volta che darete del malato a qualcuno…


duke.jpgSiccome salta fuori sempre più spesso la questione Binetti Senatrice Paola. E allora poi uno si abitua a quello che gli dicono. Cioè che Binetti Senatrice Paola l’espressione del cattolicesimo, anche progressista magari. Sono così, i cattolici, uno finisce per pensare: difendono certi valori strenuamente. Per esempio la famiglia tradizionale, quella che la Senatrice Binetti non ha. Lo stesso Roberto Formigoni, Governatore della Lombardia e acceso alfiere della famiglia (lui lei due bambini un cane le preghiere e una tavola imbandita per la colazione), ha preferito vivere, almeno per un certo periodo, secondo le regole dei “Memores Domini”:http://www.clonline.org/it/testi/forme/memores.htm: tutti in una casa, maschi da una parte e femmine dall’altra, tutti vergini e astinenti, nel rispetto di un piccolo dogma inventato da una organizzazione privata come CL e riconosciuto dalla chiesa nel 1988. Quindi chiunque voglia vivere come gli pare, faccia pure, basta che sia di quelli che possono. Capire quali siano è complesso. Eppure chi è dentro lo sa: deve essere una specie di luccicanza.
Ma torniamo a Binetti Senatrice Paola, della Margherita, Centro-Sinistra.

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domenica 23 dicembre 2007

Razza: disumana.


eistein.JPGHo letto di un professore di scienze sul giornale. Dicevano che è bravo e tira in mezzo i suoi studenti con lezioni appassionanti. Dicevano che è impossibile non imparare le cariche elettrostatiche, quando lui mena un suo studente con la pelliccia di un gatto. E infatti ho visto la scena e adesso mi ricordo. E so anche la legge di Ohm, adesso, che dovrebbe essere V=IR (o qualcosa del genere). Insomma ho deciso di provarci. Ripassare la fisica. Tipo consorzio Nettuno, ma un tantino più movimentato. Il professor “Lewin”:http://web.mit.edu/physics/facultyandstaff/faculty/walter_lewin.html è la dimostrazione pratica di come si dicano mari di fregnacce sulla riforma universitaria e sulla necessità di passare a un sistema più simile a quello che c’è in tutti i paesi del mondo. I detrattori dicono che rischieremmo, con la meritocrazia delle pubblicazioni (cioè facendo passare il valore del professore per la comunità internazionale e le riviste scientifiche), di restare senza insegnanti. Tutti sarebbero presi a fare ricerca e nessuno vorrebbe insegnare la legge di Ohm, cioè i fondamentali, secondo loro. L’M.I.T. è un posto dove un pochettino di cose nuove si pensano, sviluppano e costruiscono. Certo, non tante quante se ne fanno nei blasonati e antichissssimi atenei italiani, ci mancherebbe, ma anche loro stentatamente un tantinello lo mettono in piedi. Ecco: all’M.I.T. c’è il professor Lewin, che insegna da secoli fa morire dal ridere. Sia le lezioni divulgative per i ragazzini che quelle del corso generale di fisica sono imperdibili. Io faccio pena, schifo e ribrezzo nelle materie scientifiche. Ma mi piacciono un sacco i marchingegni e le persone appassionate. E Lewin questo lo sa bene.
p.s. – se salto in aria, è perché stavo provando un esperimento specialissimo di raggi laser pazzeschi!!!



giovedì 20 dicembre 2007

Io non sono così. Io non parlo così.


liztaylor.jpgIn questo paese si discute su tutto, sempre. Ma sulle leggi che riguardano la famiglia, il corpo, i diritti individuali siamo ancorati a un senso comune retrogrado e impaurito, per cui le cose si fanno così perché altrimenti non sta bene. Invece finalmente il senso del ridicolo del parlamento italiano pare si sia risvegliato. E allora il tempo della separazione necessaria prima del divorzio, che al momento è di tre anni (giù a ridere), potrebbe finalmente essere accorciato. Lo si vuole da tempo portare a un anno, e la Commissione Giustizia del Senato oggi ha votato favorevolmente in questo senso.
Ora. Qualunque dibattito sull’opportunità o meno del provvedimento si dovesse scatenare in questi giorni non meriterà di essere ascoltato, se non per urlare improperi all’indirizzo della televisione. Potrei sbagliarmi, ma ormai per questi temi mi sento di avere la sfera di cristallo.
Sarà la solita beghineria untuosa che prende il piccolo mondo antico delle coppie inaffondabili dell’Italia ferita dalla guerra, e lo contrappone all’affannarsi alla ricerca di una storia perfetta “che non esiste”, alle difficoltà per i figli dei divorziati, ai ripensamenti impossibili che le grandi storie d’amore contemplano. Bruno Vespa avrà in studio una coppia che si è separata e dopo due anni è tornata insieme e da allora tutti felici. Tra gli ospiti quella sera ci sarà anche Simona Izzo.

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giovedì 13 dicembre 2007

Irina Palm


segone.JPG**Cos’è.** È la storia di una vedova inglese di mezza età, che deve trovare i soldi per pagare il viaggio della speranza del nipotino Ollie. Infatti esiste una nuova cura sperimentale per la patologia rarissima di cui soffre, ma solo in Australia. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, trova lavoro in un locale di spogliarelliste a Soho, come segaiola. E ha un successo straordinario. La protagonista Maggie è Marianne Faithfull, mentre il proprietario del locale, Miki, è Miki Manojlovic, che alcuni ricorderanno in _Gatto Bianco Gatto Nero_.

**Com’è.** Irina Palm (nome d’arte di Maggie) è girato un po’ come un film di Ken Loach, ma ha una leggerezza che a Loach sfugge spesso. In compenso gode di un equilibrio raro tra momenti comici, veristici e drammatici. L’effetto è che si ride, si lucidano gli occhi o ci si immedesima, ma senza mai rendersene troppo conto. È effettivamente una commedia drammatica, e funziona così bene grazie anche ai due protagonisti, che sono in stato di grazia. Marianne Faithfull è veramente magistrale. (Dico la cosa banale da spettatore milanese che è andato al cinema impegnato Anteo? Se lo stesso livello di recitazione fosse venuto da un maschio, ne starebbero parlando tutti. Ecco, l’ho detta.) Il regista, fondatore dell’agenzia Euro RSCG, è il regista pubblicitario Sam Garbarski. Di solito i film dei registi di spot fanno schifo e sono pieni di formalismi cretini. Qui non c’è niente di smaccato o anche solo percepibile in quel senso.

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domenica 9 dicembre 2007

La parola merda esiste (avvisoria parentale: liriche esplicite)


lennybruce.JPGRibadisco e puntualizzo delle cose. Nonostante quello che dice ora “Aldo Grasso”:http://www.corriere.it/spettacoli/07_dicembre_09/luttazzi_grasso_1eeb5c14-a633-11dc-b0eb-0003ba99c53b.shtml, quella di Luttazzi è una battuta a base di cacca. Non è un attacco. È una battuta a base di cacca e pipì, vecchia di un paio d’anni, che Luttazzi ha fatto in tutti i teatri d’Italia, prima che La7 gli facesse il contratto.
Questo vuole forse dire che loro hanno comprato il pacchetto Luttazzi e quindi dovevano saperlo e lui era liberissimo di farla? No. Non esattamente. Ci torniamo poi.
Comunque adesso non si può fare i delusi e gli scandalizzati come se quello fosse stato chissà quale colpo gobbo. Non alziamo il volume senza motivo, che è già abbastanza alto così. Quella è una battuta esagerata, che funziona, per come è scritta, solo se lo è. Luttazzi immagina una scena schifosissima, che sia più schifosa della guerra; ci mette dei protagonisti che sono persone vere; la battuta funziona perché delle persone vere sono messe in un contesto merdapiscia e assurdo. Quella è una battuta che la gente ride e si accartoccia sulla poltrona. Io ho riso e mi sono accartocciato a teatro, a Milano, l’anno scorso, quando l’ho sentita, insieme a tutto il pubblico. Se Campo Dall’Orto, o Ferrara stesso, la trovano inaccettabile, è nel loro diritto intervenire. Ma finisce lì.
Non diciamoci delusi oggi, non scriviamo la parabola del Luttazzi che piace a noi e che non è più quello di una volta. Non disquisiamo dello stile come se fosse cambiato in peggio, diventando greve o volgare.

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venerdì 7 dicembre 2007

Tempo fuori luogo


Silverman.JPGQuesta settimana ce l’avevo un po’ con Giuliano Ferrara perché aveva scritto “questa cosa”:http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=GIULIANO_FERRARA_-_Gli_editoriali_11&id=1429 a proposito di un tema che mi sembra più importante di altri. E, per quanto io sia molto spesso lontano anni luce dalle sue posizioni, mi ero stupito che lui potesse scrivere una cosa così distante dalle cose, così ridicola e ciecamente ideologica, così irricevibile anche dal più conservatore dei quotidiani stranieri con cui il Foglio si confronta quotidianamente. Allora per un po’ ho pensato a D’Alema che definisce Foglio e Riformista “testate minori”, il tutto a Otto e Mezzo, e così mi sono calmato. Poi ho visto titolo e parterre della puntata di ieri sera di Otto e Mezzo, e lì ho capito che non c’era tanto da discutere. Se uno vuole davvero parlare del tema “La crocefissione fu un atto di giustizia?” con Flores D’Arcais, Gianni Vattimo, Christian Rocca e Paola Binetti, all’ora di cena, nel 2007, allora vuole dire che va bene così. Il mondo là fuori al momento viene considerato poco e si preferisce disquisire di qualunque cosa, come se si fosse gli unici a guardare negli angolini e vedere il vero volto della società. Spesso negli angolini c’è solo polvere, ma questo è un dettaglio e l’atteggiamento non è nuovo né isolato. L’ho fatto anch’io, un sacco di volte. L’abbiamo fatto tutti: per parafrasare Von Clausewitz, certi dibattiti sono la continuazione delle assemblee d’istituto del liceo con altri mezzi.
Poi ieri è successa un’altra cosa: La7 ha deciso di chiudere il programma di Luttazzi con una puntata di anticipo, per una sua vecchia battuta su Ferrara che pare abbia offeso lo stesso Ferrara.

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giovedì 6 dicembre 2007

Tokyo, 19-11-29


kem191129.JPGNon ho scritto per questa rubrica per circa due mesi. E’ che non ero in Giappone. Ero in Italia, un paese ricco, soprattutto di storia. Anche di cibo, sebbene adesso ne mancano dieci chilogrammi di peso. Corporeo. Il mio.
Oggi rientro a Tokyo con uno stato d’animo diverso dal solito: era tanto che non rimanevo nel mio paese così a lungo e così in panciolle. A dirla tutta, non avevo molta voglia di tornare in un’isola così lontana, diversa, e soprattutto dove non sono in vacanza. Inoltre una questione mi innervosiva. Da novembre tutti gli stranieri che entrano in Giappone, residenti o no, sono obbligati a far identificare le impronte digitali. Come dei sospetti criminali dei delitti di cui si parla nei telegiornali. Questa cosa mi sembrava idiota e quasi intollerabile. All’arrivo a Narita, l’umido mi fa sudare le ultime tagliatelle al cinghiale, mi metto in fila e la correttezza nipponica fa il miracolo. Grazie all’efficienza e la gentilezza degli impiegati dell’ufficio immigrazione mi sento quasi contento e rassicurato nel mostrare i miei indici e la mia faccia sconvolta al Governo. Non c’era puzza di presunzione di colpevolezza.  Mi sono fatto abbindolare? Non lo so, però prima di perdonare la macchinetta deputata alla schedatura, che sotto la scritta “welcome to Japan” recava un orrendo capriccio fatto di parasole rosso, pagoda, ciliegi, geisha e non so che altra boiata, magari aspetto di mangiare un eccellente sushi stasera.