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mercoledì 30 aprile 2008

Tokyo, 20-4-29


kemaprile08.jpgLa settimana d’oro è il periodo di vacanza più lungo dell’anno qui in Giappone. Tokyo si svuota di nativi per riempirsi di gente venuta dalla campagna, impegnata a raccapezzarsi tra tutte le linee sotterranee della capitale. La settimana d’oro (goruden uiiku) è cominciata oggi. Il 29 aprile è una data importante perché è il compleanno (genetliaco?) dell’imperatore Hirohito, quello che ha combattuto insieme a nazisti e fascisti, ha perso e si è arreso con un discorso alla nazione che sulle prime pochi avevano capito. Per anni questa data, pur rimanendo un giorno vacanziero, era stato chiamato il giorno del verde, in omaggio alla vocazione botanica del discendente degli dei che si arrese a MacArthur (Makkasaa). Da quest’anno, però, la giornata odierna si chiama il giorno di Showa, nome ufficiale di Hirohito. Un ritorno al nazionalismo? in realtà ultimamente le forze di destra giapponesi stanno facendo la voce grossa in occasione di polemiche, come ad esempio quella sul documentario “Yasukuni” del cineasta cinese Li Ying, per ora bloccato fino a maggio da una censura inedita.
Tutto questo per dire che oggi, recandomi al lavoro proprio a Kudanshita, di fronte al tempio della discordia, lo Yasukuni jinjya luogo di riposo per le anime di molti criminali di guerra, mi trovo in mezzo a due grosse ali di poliziotti bardatissimi e con un’aria anti-sommossa. Non avevo mai visto un dispiegamento di forze così imponente, mi spavento e in lontananza sento gli altoparlanti che diffondono canzoni nostalgiche e colonialiste: si tratta della cosa che sopporto meno qui in Giappone, gli uyoku. Sono attivisti di destra nostalgici che invadono le strade con carovane di furgoni bardati di bandiere e stemmi bellici, assordando tutti con musiche e slogan urlati a squarciagola. C’è tensione nell’aria, i poliziotti sono pronti a contrastare colpi di mano ma non succede niente, almeno fino a quando io sono presente.
Mentre penso “se la noncuranza è il peggior disprezzo, i giapponesi devono disprezzare molto questi esaltati” (senza convincermene del tutto), una famiglia -giapponese- mi ferma e mi chiede delle informazioni per andare a chidorigafuji. Ecco, anche durante la settimana d’oro a Tokyo riescono a convivere situazioni apparentemente inconciliabili, e uno straniero da quattro anni in questa città può sembrare più tokyese dei giapponesi di campagna in vacanza.
Il documentario, comunque, lo proietteranno la settimana prossima, in UN SOLO cinema a Tokyo. Prometto che farò il possibile per guardarlo.



sabato 26 aprile 2008

My par de Bali


bali.JPGIeri notte, per ragioni che trascendono la mia volontà, sono stato in un locale. Sono stato in un locale che era stato scelto per una festicciola tra amici e colleghi, nonostante non piacesse a nessuno degli amici e dei colleghi. È un locale per giovinastri vagamente modaioli, ma ancora troppo giovani per andare all’Hollywood o in quei posti lì dei calciatori. L’arredamento era finto esotico, la musica era finta bella e i cocktail cattivi erano serviti in bicchieri di finto vetro. Ho avuto l’impressione che tutto fosse talmente raffazzonato da fare il giro dall’altra parte e risultare divertente. Ma terribile. Insomma, delle due una: o sono diventato vecchio, oppure questa città è ancora attanagliata dall’etica e dall’estetica del cazzo di cane.



venerdì 25 aprile 2008

Altro Yankele, altro mazel tov


sorkin.jpg

Dopo mesi e mesi di letargo, riapre la sezione circoncisa di Freddy Nietzsche. D’accordo con il precedente Yankele, parecchio occupato e per questo impossibilitato a stare dietro alle domande, ho cercato e trovato un nuovo Yankele. Vi ricordo che Ebrei For Dummies è la rubrica che punta a togliere qualunque curiosità uno abbia sugli ebrei e sull’universo ebraico. Quindi scrivete le vostre domande a “Ebrei For Dummies”:mailto:ebreifordummies@gmail.com e Yankele risponderà. Celere, preciso e soddisfacente come e più del suo predecessore. Insomma grazie mille al vecchio e benvenuto al nuovo, a questo punto ripartiamo, mazel tov, hava nagila eccetera eccetera.



sabato 19 aprile 2008

Combinato niente, tornarono in Insubria


dead.JPGÈ bello tornare a casa: arriva la primavera ed è un nuovo inizio. Ma non un inizio ciclico, non una spirale; più un cerchio rotante, una ripetizione sempre identica di quello a cui ormai ci eravamo abituati. Voltare pagina, pensare di lasciarsi le cose alle spalle e poi tornare indietro a rileggere quella pagina lì, di cui in fondo ci spiaceva di esserci scordati.
E allora mi è tornato in mente Speroni. Nel 1994, quando Berlusconi vinse le prima elezioni con la Lega (la quale avrebbe ribaltonato il governo di lì a poco), c’era in giro Francesco Speroni. Speroni (oggi parlamentare europeo) era quello che non metteva la cravatta perché lui era un rivoluzionario, e allora preferiva quella specie di strangolino texano: un laccetto di pelle chiuso in mezzo al collo della camicia da una fibbia triangolare argentata. Si trattava di uno strano caso di look allitterato, per cui un dettaglio alla John Wayne sembrava perfetto per uno con quel cognome. Fu necessaria una deroga al regolamento del senato per Speroni Francesco from Busto Arsizio. Insomma, subito dopo quelle elezioni, più o meno nella fase in cui siamo ora, Speroni scese a Roma per una prima riunione di governo, ma per qualche motivo la riunione fu rimandata. Lo intervistarono per strada e lui disse qualcosa tipo “Cominciamo male. Ecco l’affidabilità della politica romana. Sono venuto qui apposta e non si è combinato niente. Torno a Busto Arsizio”.
Quando Bossi ha detto la stessa cosa l’altro giorno, quando Silvio ha cominciato con la sua sequela di “ci penso io” e poi ha smitragliato la giornalista, quando Di Pietro ha deciso per un gruppo parlamentare a parte, quando Diliberto ha detto che il problema erano falce e martello nel simbolo, insomma in questi pochi giorni ho capito una cosa.
Sono loro e sono tornati. Niente di più e niente di meno.



martedì 15 aprile 2008

Have a cigar


learyharvard.JPGInizia oggi una nuova fase per chi ha preso la legnata alle urne. Non è la prima volta. Ne abbiamo prese altre e siamo sopravvissuti. Sopravviveremo anche questa volta. O forse no, ma nessuno ascolterà i nostri lamenti e bisognerà farsene una ragione.
Quindi? Quindi parte una nuova fase, una fase di riscoperta del disimpegno, di rinuncia all’acredine continua, di basta col rompere le palle al parlamento. Perché il parlamento è stato democraticamente eletto e adesso governerà. Certo, c’è tutta la fregola dei consigli comunali, c’è la voglia di vincere tutte le altre elezioni (buonanotte), c’è tutto un incaponirsi astioso sulla società civile. E un po’ lo faremo, figuriamoci. Ma a parte la determinazione ad andare a vivere all’estero, io dico riscopriamo l’ozio. Riprendiamoci quello sflanellare felici e fascinosi degli anni dell’opposizione. Andiamo ai festival estivi, fidanziamoci, troviamo nuovi passatempi, sfidanziamoci, scriviamo un libro, facciamo delle cose creative, sdraiamoci su un’amaca, insomma facciamo tutto. Anche niente.

PS – Pare che Massimo abbia commentato così: “Yes, weekend!” (E poi c’è chi trova strano che io lo consideri da sempre un semidio.)



martedì 8 aprile 2008

Juno


shrimp.JPG**Cos’è.** Juno è il film di Diablo Cody, la ex spogliarellista che ha vinto l’ultimo Oscar per la miglior sceneggiatura. La regia è di Jason Reitman, che prima aveva diretto _Thank You For Smoking_, un altro film pregevole senza i fuochi d’artificio. Juno racconta di una ragazzetta sedicenne che resta incinta. Il padre è del bambino è un suo compagno di scuola, talmente tontolone da essere geniale. Lei decide di non abortire e di dare il figlio in adozione. Trova la coppia giusta e lo fa.

**Com’è.** È un film indipendente, come si dice di quei film che non hanno scene madri e inseguimenti e attoroni. In realtà è solo un film un po’ più piccolo del normale e scritto molto ma molto meglio del normale. La regia è molto misurata, senza troppe menate, e soprattutto Ellen Page è incredibilmente brava. Anche la colonna sonora funziona, tra Belle & Sebastian e altre figatelle. A differenza dei film brutti, che raccontano concetti, quindi generalizzano tipologie di ragazzini, scuole, genitori eccetera, questo è un film su una ragazzina e un suo fidanzato pirlone, una famiglia un po’ Simpson, una coppia che vuole adottare, un consultorio. L’edizione italiana sconta una traduzione un po’ in giovanilese, tipo “vita schifa”, mezze parolacce eccetera. Ma d’altra parte bisogna dire che i gerghi sono sempre molto difficili da tradurre, specialmente in italiano.

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domenica 6 aprile 2008

New York, 20-03-2008


smk20-03-2008.JPGWhen I am king, you will be first against the wall
with your opinion which is of no consequence at all

Va bene che forse e’ veramente passato troppo tempo, ma non e’ per questo che sto scrivendo una cosa diversa dal pezzo sul Giorno del Ringraziamento di cui ho ormai fin troppo parlato.
Il punto e’ che ci son storie che letteralmente mi fanno rivoltare lo stomaco.
Bolzaneto e’ una di queste.
E non tanto quello che e’ successo quel giorno in quel posto, quanto quello che si e’ trascinato fino a oggi; fino a che non riesco piu’ a trattenere in gola un “basta con le stronzate!”.
Castelli, Guardasigilli in carica al momento dei fatti, ce l’ho proprio con te!
Tutto nasce da un’intervista di questo qui su Repubblica in cui praticamente sostiene che si sia trattato di una decina di casi isolati, subito repressi dalla maggioranza di bravi poliziotti che c’erano a Bolzaneto. Che andatelo a dire ai metalmeccanici se e’ vera tortura stare in piedi per 4 ore. Che si andasse a vedere come hanno ridotto Genova per trovare i veri colpevoli di quei giorni. Devo continuare?
Ora, Onorevole (Santa la Madonna, Onorevole!), delle due l’una: o sta facendo il furbo o e’ veramente stupido. Per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, facciamo che mi spiego, eh?
Allora facciamo che sia normale che la gente sia tenuta in piedi di fronte al muro per evitare che i ragazzi infastidiscano le ragazze; va bene, diciamo che le bestie erano i detenuti e non quelli che hanno preso questa decisione (e quelli che l’hanno accettata cosi’ com’era). Allora facciamo che sia normale far fare delle flessioni in sostituzione di antipatiche, seppur inderogabili, perquisizioni corporali e diciamo che gli sberloni per sollecitare i piu’ refrattari all’esercizio, in fondo, erano per evitare il ricorso a pratiche piu’ invasive. Ovviamente, diamo per scontato che tutti quei detenuti fossero agguerriti terroristi, non ragazzi, anziani, donne, invalidi (!!!), molti dei quali stranieri che non capivano il nostro colorito idioma.
Diciamo, convinciamoci, che la tensione in quei giorni era altissima e che lo stress per gli agenti delle forze dell’ordine fosse estremamente elevato. Diciamo, convinciamoci, che in quei giorni a Genova c’era la guerra. Diciamo, convinciamoci, quindi che, effettivamente, a qualcuno possa essere scappata la mano, che qualcuno (ma pochi, eh!) abbia esagerato.

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giovedì 3 aprile 2008

Cover Boy – L’ultima rivoluzione


tscani.JPG**Cos’è.** Cover Boy racconta una storia di immigrazione e precariato, su uno sfondo di estetica gay. Un giovane romeno, che ha perso il padre nei giorni della destituzione di Ceausescu, emigra in Italia con un amico. L’amico viene fermato sul treno per una questione di documenti e lui si ritrova solo a Roma. Dopo aver vagabondato tra i barboni della Stazione Termini, va a vivere da Giovanni, un addetto alle pulizie della stazione, abruzzese, quarantenne, precario. Luciana LIttizzetto interpreta il ruolo di un’attrice fallita, padrona di casa di Giovanni, che abita al piano di sopra. Mentre Giovanni si innamora segretamente di lui, il romeno Ioan trova lavoro come meccanico. Poi perde il lavoro perché è irregolare, ma incontra Chiara Caselli, che fa la fotografa e lo sceglie come immagine per una nuova linea di abbigliamento. Ioan si trasferisce a Milano (dopo aver ritrovato l’amico, che fa il marchettaro a Roma) e diventa modello.

**Com’è.** La partecipazione amichevole di Luciana Littizzetto e i premi sulla locandina non devono ingannare nessuno: Cover Boy è una terribile sequela di luoghi comuni di una banalità sconcertante, senza appello. Di Roma si vedono Stazione Termini, Colosseo, Circo Massimo, Altare della Patria, San Pietro. Di Milano si vedono piazza Castello e, pensate un po’, via Monte Napoleone. I temi scelti sono quelli dell’emarginazione, del precariato, del cannibalismo finto di cui è capace il mondo della moda milanese (urca). Il tutto è trattato nella più stereotipata delle maniere possibili, tanto che una qualunque puntata di Anno Zero è molto più originale, giuro.

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