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venerdì 30 maggio 2008

Spezzeremo le reni a Guevara


benicio.JPGÈ buffo come nel nostro paese ogni tanto la gente cominci a bere parecchio e non lo dia a vedere. Anzi, ubriachi, i giornalisti si mettono a diffondere idee strampalate, che incredibilmente attecchiscono. Certo, anche la politica ci mette del suo, ma sono loro a battere un chiodo storto in partenza e ripetersi orgogliosi quanto stia entrando bene nel legno di noce nazionale.
Dopo un raid punitivo anti-immigrati al Pigneto, una spedizione classica (in stile britannico anni Settanta), comincia a diffondersi l’idea per cui siano stati dei giovani xenofobi fascisti. Per xenofobi fascisti, come è ovvio ai sobri, non si intendono persone che sventolano croci uncinate e portano sotto braccio un busto del duce in marmo. In genere i comportamenti di un gruppo che attacca degli immigrati in un quartiere popolare con bastoni e sberle sono quanto basta per definire gesto e artefici.

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mercoledì 28 maggio 2008

Il divo


volonte.JPGCos’è. Il film di Paolo Sorrentino, che ha vinto il premio della giuria a Cannes, racconta una fase della vita politica di Giulio Andreotti: quella che inizia con il suo settimo governo come Presidente del Consiglio e finisce con l’assoluzione nei due processi a suo carico (omicidio Pecorelli e associazione mafiosa). Toni Servillo interpreta il “divo” Giulio, mentre una schiera di attori simil-sosia dà corpo ai politici, ai malavitosi, ai giudici e ai giornalisti.

Com’è. Con una prospettiva molto diversa da quella dell’altro film italiano del momento, cioè Gomorra, Sorrentino cerca di ripercorrere i fatti storici che riguardano Andreotti, mentre mostra una versione grottesca e stralunata del mondo andreottiano. Anzi, viceversa. Siamo molto lontani, almeno dal punto di vista estetico, dal desiderio di documentare le cose di Garrone. Abbondano invece i punti di vista sghembi, le caratterizzazioni sopra le righe, le deformazioni di cose e persone, come se il potere facesse ai corpi quello che l’umidità fa al parquet. Il protagonista, per esempio, non dice una battuta che non costituisca un aforisma andreottiano, nemmeno quando gli chiedono come sta. Questo è molto straniante, ma alla lunga preghi tutti i santi che conosci per sentirgli dire “Bene, grazie. E lei?” oppure “Mi passi il sale, per favore?” Mentre Giulio è stretto nelle sue spalle strette e continua a parlare per motti e chiasmi arguti, intorno a lui si scatena la canaglia della corrente andreottiana. La prima riunione della corrente è un tale balletto in stile De Palma-misto-Tarantino, che finirà dritta nel repertorio ricorrente di blob e forse rimarrà impressa nella memoria del pubblico. Durate il film, però, i politici (introdotti da un sottopancia che dice chi sono, che ruolo hanno e come sono soprannominati) non sono mai credibili quando parlano tra di loro. Tutto è troppo esplicito, come se loro ogni volta dovessero ribadire ogni dettaglio di discorso che conoscono benissimo (Sbardella se ne va e dice una cosa tipo “Vado dai Maroniti e mi porto via tutte le mie 330000 preferenze”) È la fiera degli spiegoni, insomma, come nei film di fantascienza troppo complessi. L’”effetto Bagaglino” del casting (cioè la somiglianza tra personaggi reali e interpreti) è efficace quando riconosci la gente prima che appaia il sottopancia, ma alla lunga fa molta tristezza.

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martedì 27 maggio 2008

Io sono Edward Kimberly


sidney.JPGPer Come eravamo, che ho scoperto da pochi mesi, non mi è piaciuto neanche poi tanto, ma alla fine non dimenticherò mai. Per Tootsie, che è uno di quei film che rivedi negli anni e ti rendi conto di come cambi il modo di vedere e apprezzare il cinema nel tempo, finché non arrivi ad accorgerti che è banalmente perfetto. Per la parte in Michael Clayton e per quella in Mariti e mogli. Per I tre giorni del condor, da cui prende il nome il programma che faccio alla radio con Luca. Per quel modo di fare i film di suspense, che non si risolve nella musica tetra e nei personaggi spaventati in cui immedesimarsi per avere spavento. Per tutti questi motivi e anche perché la notizia della sua morte arriva il giorno del mio compleanno, mi dispiace molto che sia morto Sidney Pollack. Comunque non è morto giovanissimo e ha fatto delle grandi cose. Consoliamoci così. Magari riguardando il modo in cui sa essere conturbante e sobrio in Eyes Wide Shut.



martedì 27 maggio 2008

Orange Crush


PB1022_REM_P.JPGUno va al bar e chiede una spremuta d’arancia.
Gli dicono “Arriva subito, costa 10″.
“Guardi, ho cambiato idea” si corregge. “Mi dia delle arance.”
“Ah, arance così come sono?” fa il barista. “Le arance costano 11.”
“Cioè quando le spreme costano meno?”
“Sì.”
“Non mi sta fregando, no?”
“No, no, c’è proprio stato un aumento dell’arancia così com’è. Se invece la spremo il prezzo scende.”
“Capisco”, risponde il tizio. E se ne va con le arance in mano e una sottile voglia di spremuta.

Stavo pensando a questo parallelo tra la delirante idea di far pagare il gasolio più della sua versione raffinata, cioè la benzina, quando mi sono reso conto che era passata mezzanotte e avevo 34 anni compiuti. Merda, ho pensato. Non sono pochi. Neanche poi tanti. Insomma, obiettivo Gesù raggiunto e superato. Ora si punta a John Lennon.



sabato 24 maggio 2008

Joypad per l’inferno


Scarface.JPGAdesso va bene tutto. Io posso anche capire che ci siano dei problemi generazionali e che uno faccia fatica a occuparsi di quello che non padroneggia e conosce. Capita a tutti. Capisco anche che ci sia, sempre per lo stesso motivo, una certa tendenza all’allarmismo in chi racconta videogiochi discussi, non essendo mai stato un utente di videogiochi. Preferirei che nelle redazioni di tutti i giornali ci fosse qualcuno che ne sappia un minimo, ma evidentemente non è così. Ne abbiamo “appena”:http://www.freddynietzsche.com/_2008/05/grand_rep_auto_mm_cioe_2000.php parlato. Ma lo stesso gruppo editoriale torna alla carica, in modalità labronica. Quindi si arriva a “questo”:http://iltirreno.repubblica.it/dettaglio/La-Procura-indaga-sul-videogame-violento/1463685?edizione=EdRegionale. Non solo il Codacons, non solo i genitori cattolici, non solo i candidati americani alle primarie democratiche che sembrano uniti solo dalla condanna di GTA IV. Ma qui si sda, qui si fa uno sfoggio di fantasie perverse che ha quasi un suo senso. Abbiamo un gioco uscito da tre settimane che “fa discutere da mesi”; abbiamo “settanta milioni di copie” vendute; abbiamo anche qualcuno (non tanti) che sostiene che chi gioca a GTA poi non si riversi nelle strade in veste di assassino o stupratore. In buona sostanza, “una sorta di oggetto satanico”. Alé. Aspettiamo trepidanti l’uscita di una specifica edizione livornese del gioco: GTA VI-VI-VI.



giovedì 22 maggio 2008

Helter Forser


helter.JPGQuesto articolo di Ennio Caretto è formidabile. Perché per infilarne di più, di assurdità, dentro a un pezzo solo, ce ne vuole di impegno. A parte “tunnell“, che è una specie di trafforo, di galerria, di bucco della montaggna. A parte che Manson non ha mai sparato un colpo o colpito fisicamente nessuno, ma ha fatto fare le cose ai suoi adepti. A parte che un serial killer non è uno che ammazza tante persone, ma qualcosa di ben più preciso (se no anche Priebke). A parte che anche la follia omicida è quella di chi ammazza, non di chi convince altri ad ammazzare. A parte che “persino“, “vi” e “succube” (femminile plurale) ricordano troppo da vicino il vecchio ministro Mancuso e il suo italiano che trasforma De Amicis in un punk. A parte “_profeta pazzo_”, che in qualche strano modo è addirittura sublime.
A parte tutto questo, dicevo, c’è un piccolo dettaglio: sotto terra non c’era una mazza.
Peccato per il cane Buster (che comunque ha avuto i suoi venti minuti di celebreria, come diceva il poeta ungherese albino Endi Warglion).



giovedì 22 maggio 2008

Gomorra


knives.JPGCos’è. Gomorra è il film che Matteo Garrone ha tratto dal libro di Roberto Saviano sul fenomeno camorristico campano. Il libro, in cima alle classifiche di vendita da più di un anno, è un caso editoriale e giornalistico di portata notevole. Il film, che è tratto da un saggio romanzesco, sta a metà tra il documentario e l’invenzione. Racconta, attraverso cinque storie diverse, altrettanti aspetti della vita di chi ha a che fare con la camorra. Toni Servillo gestisce lo “smaltimento” di rifiuti tossici settentrionali nelle campagne del napoletano; due ragazzini col mito di Scarface cercano di fare i grandi; uno scugnizzo qualunque finisce incastrato nella guerra tra clan; un portasoldi cerca di evitare la morte nella stessa guerra; un sarto si rende conto di quanto la Cina sia vicina.

Com’è. Straordinariamente lento e di lunghezza esasperante, Gomorra è un ibrido storto tra un documentario e il neorealismo. Per essere un documentario dovrebbe avere quel distacco e quel pudore che lasciano parlare le cose per conto loro; per essere un film neorealista dovrebbe prevedere una storia, una regia e dei personaggi veri. Il risultato è didascalico, enfatico, sparato in faccia allo spettatore per due ore abbondanti, come se la gravità delle cose raccontate fosse sufficiente per evitare gli svenimenti per tedio. Gli attori sono spesso sopra le righe, professionisti e non: anche Toni Servillo, che di solito è perfettamente dentro la parte, qui è compiaciuto e strafà. Ma non è colpa sua. Tutto il film si nasconde dietro l’alibi della verità per drammatizzare, appiattire i toni, cancellare le sfumature e seppellire cose e persone sotto una colata di indignazione e schifo. Quando un camionista si ustiona coi rifiuti tossici, chiamano i bambini di dieci anni a guidare i camion carichi di fusti mortali; quando scoppia la guerra tra clan, altri due bambini si salutano con un bacio dopo essersi detti che ormai sono nemici e potrebbero ammazzarsi l’un l’altro; il più fetido dei boss è tracheotomizzato e parla come E.T.; l’uomo indebitato che cede i terreni allo smaltitore di rifiuti è malato a letto e ripete “Euro, euro” come un ebete. Se anche tutte queste cose sono successe nella realtà, il regista che le racconta le ha comunque scelte. E non ha mai pensato di fare mezzo passo indietro, rischiando così l’effetto freak-show. Infine la regia è volutamente sporca come quello che racconta: Garrone si concede delle belle immagini solo in un paio di scene, ma per il resto accompagna bruttezze e brutture.

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martedì 20 maggio 2008

Grand Rep Auto


sabotage.JPGOggi a Repubblica hanno pensato bene di scrivere delle paginate di roba su Grand Theft Auto IV, il gioco malavitoso che sta spopolando in tutto il mondo. GTA IV è una della manifestazioni più fulgide della creatività e delle capacità tecniche dell’industria videoludica. Racconta la storia di un immigrato che arriva a Liberty City e fa il gangster. Si spara, si ciula, si rubano macchine, si pestano poliziotti; ma si gioca anche a biliardo e freccette, si va in giro in taxi, ci si guarda intorno e si bighellona. Liberty City e il modo in cui ci si va in giro sono straordinari, così come la scrittura è eccellente e ogni aspetto del gioco costituisce un salto di qualità tecnico e creativo senza precedenti.
_”Ho bisogno di una dose perché sto andando giù”_ cantavano i Beatles. E si pensava che traviassero i giovani. I grandi non capivano una mazza, come più avanti non avrebbero capito il cinema porno, il punk, l’arte contemporanea, giù giù fino a Goldrake e i computer. Continuano a parlare di quello che non conoscono, non frequentano, non vedono e non sentono, ma di cui leggono altri grandi scrivere cose simili a quello che scrivono loro. Lo stesso giornale qualche tempo fa, ma per mano di Jaime D’Alessandro, ha parlato dello stesso argomento nel modo giusto e serio, quello per cui si parla di quello che si conosce. E bene.
A ’sto giro invece hanno voluto fare un articolo automatico, di quelli che, innumerevoli, hanno sempre scritto a proposito di qualsiasi argomento. Quegli articoli per cui la fine è vicina. E se comprate Repubblica anche domani vi diciamo esattamente quanto.



mercoledì 14 maggio 2008

Nel segno dei Jalisse


clusterbomb.JPGIeri sera a X Factor è successo che a un certo punto Morgan ha messo in discussione il popolo. Ieri sera a X Factor era la terzultima puntata e quindi si doveva mandare obbligatoriamente via qualcuno di sostanzioso, qualcuno che, essendo arrivato fin lì, non era una scarpa. Quando i Cluster, gruppo vocale ligure di rarissima qualità, sono finiti in ballottaggio per uscire (di lì a poco sarebbero usciti proprio), Morgan ha contestato il popolo. Ovvio che Simona Ventura si sia indispettita, perché per una televisiva pura, che conduce programmi per il grande pubblico, l’ascolto ha sempre ragione. Fatto sta che Morgan ha avuto il coraggio di risollevare la questione centrale: quella dei Fiumi di Parole.
A Sanremo votano degli esperti e il pubblico. Il pubblico, il campione statistico che vota, è un selezionato tra tutte le fasce sociali e in tutte le regioni. Gli esperti, la cosiddetta giuria di qualità che nel Sanremo di Fazio contava molto, in passato hanno fatto vincere gli Avion Travel. Il pubblico ha inanellato nomi come Jalisse, Alexia, Minchiasignortenente e roba del genere. Esclusa Elisa, nessuno di quelli che hanno vinto Sanremo negli ultimi anni ha avuto un minimo riscontro commerciale, né ha incarnato un’idea di prodotto discografico plausibile.

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domenica 4 maggio 2008

All I do is dream of you the whole night through


GeneKelly.JPGIn un periodo di umore un po’ mesto, da cambio di stagione, l’altro giorno ho messo su La7 e mi sono accorto che davano il mio film preferito. Era già iniziato. Nel senso che in quel momento i due erano in un teatro di posa e stavano facendo una specie di danza nuziale. Lui le cantava You are my lucky star e le trotterellava attorno come si fa nei musical, con quell’aria adorante che prima dell’avvento dell’MDMA nessuno aveva mai saputo interpretare a fondo. Lei era un po’ sicura di sé e un po’ no. Poi lui accendeva un ventilatore di scena e a lei si materializzava tutto un velo sterminato in un tripudio di cielo finto.
Ero a casa di amici li ho convinti a stare a vedere il numero successivo (Moses Supposes). E mi sono ricordato quanto quello sia il mio film preferito e quanto poi alla fine basti che ti venga da dire una volta “che meraviglia” perché l’umore sghembo da cambio di stagione sembri superabile anche senza troppe difficoltà. È un film perfetto, per grandi e piccini, uomini e donne, dove si ride e si piange e ci si gasa. Si riconferma al primo posto della mia classifica personale anche per il suo potere taumaturgico. Si chiama Cantando sotto la pioggia, è di Gene Kelly e Stanley Donen. È del 1952. È un musical. E visto che qualcuno di voi starà facendo congetture con quell’aria da saputello, approfitto per ribadire che a me, come a Gene Kelly e Donald O’Connor, piacciono molto le femmine.