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lunedì 20 ottobre 2008

The hurt locker


Cos’è. È l’ultimo film di Kathryn Bigelow, l’ex moglie di James Cameron e, soprattutto, la regista di Point Break. Racconta la storia di una squadra di artificieri dell’esercito americano in Iraq. Uno di questi, il protagonista, arriva in sostituzione del precedente capo artificiere, saltato su una mina comandata a distanza.

Com’è. L’idea che uno possa mettere in piedi un film sugli artificieri in Iraq è abbastanza peregrina. Uno si immagina che sia, così, in astratto, una palla colossale. Anche perché gli artificieri fanno un lavoro di pazienza, attese, di quelli che al cinema si usano negli ultimi secondi della scena clou, mentre il timer si avvicina pericolosamente allo zero, col dilemma del filo rosso e del filo blu (“Ommioddio!” e fiumi di sudore). Invece il film funziona, pur restando un film assurdo e senza una vera e propria progressione narrativa degli eventi; piuttosto si tratta del percorso dentro alla mente e al cuore dei soldati. Quello che si vede può addirittura sembrare banalmente patriottico o militarista, se non lo si capisce. Sotto, nel non detto, c’è tutto un discorso più profondo.
Il doppiaggio italiano è pietoso. Il casco da artificieri, che è chiuso e pesante come un casco, viene definito “elmetto”, che suona quasi come helmet ma in italiano vuole dire un’altra cosa; le bibite che compra il protagonista al supermercato, diventano “soda” (caustica forse), il che è proprio come soda in inglese, ma non vuol dire la stessa cosa. E, per finire, i soldati che parlano del destino suonano tromboni e pesantissimi se la loro voce non è naturale come quella di un ragazzo normale finito in guerra, ma sembra quella di Ugo Pagliai che legge la Divina Commedia.

Perché vederlo. Perché lei sa girare. E il film ha ritmo solo in ragione della qualità delle immagini. Non del ritmo della scrittura né della velocità degli stacchi, ma dalla forza profonda di ogni inquadratura. Perché gli attori sono ottimi e sconosciuti, e quelli noti muoiono subito. Perché il tema e l’ambientazione sono da filmaccio retorico, ma il risultato è molto distante.

Perché non vederlo. Perché se uno è allergico alla guerra può anche innervosirsi. O se ha poca pazienza, e i registi che fanno film strani lo innervosiscono. Perché è troppo lungo di una quindicina di minuti.

Una battuta. Se devo morire, voglio stare comodo.


Si, in effetti Ugo Pagliai dovrebbe esser mandato a sminare.

in effetti “soda” i doppiatori lo usano (troppo) spesso. che sia un problema di sillabe?

mai tanto brutto, però, come “silicone” al posto di “silicio”.
i famosi chip al silicone…

“sembra quella di Ugo Pagliai che legge la Divina Commedia.” Sto ridendo come un deificiente da svariate dozzine di secondi.

non era Nando Gazzolo?

avevo fatto anche io un modesto commento sul mio modesto blog, non è pubblicità, evito di riscrivere tutto…
grande matteo
faithjano.myblog.it

Ma vuoi mettere l’effetto che fa un Whisky&Soda rispetto a un Whisky&acquagassata!

UFFFFF, che sei scarrico, matteobibbianchi
MEI una scrittura, mai una cosa di PLITICA di animosizzione
mai NIENTE di appetitoso
Ufffff, sei tutto RAIMONDO vianello avvolte
minchia, ti stanno STREMAZZANDO queste elezzioni AMEricane

Non dico un post al giorno. Sia mai, nulla è dovuto. Però… ecco… eddai!!! E scrivi suvvia!

gentile dottor Bordone, lo faccio solo perche’ Lei ce lo ha chiesto ( http://www.freddynietzsche.com/2008/09/19/ricordatemelo-che-poi-se-no-faccio-finta-di-scordarmi/ ), ma sta andando a correre almeno tre volte la settimana?

Matteo s’è perso
s’è perso
e non sa tornare???

Sarà depressione autunnale.

the hurt locker meritava forse il leone d’oro alla mostra di venezia, ma è noto che i premi sono stati pilotati da altre esigenze. comunque avrei tagliato pure io un buon quarto d’ora, magari il pezzo del rientro a casa… troppo didascalico e retorico!