|
|
|
|


domenica 25 gennaio 2009

Dal pavimento al marciapiede (nessun bisticcio inteso)


divorzio2Sono andato a vedere Milk. È un bel film. Sean Pann è bravissimo, Gus Van Sant è bravo, la storia è bella. Mi sono un po’ stufato nella seconda parte, quei venti minuti prima del gran finale da occhi lucidi, ma nel cinema civile succede.
Il problema è che sono andato a vederlo al cinema, quindi l’ho visto tradotto e doppiato nella nostra lingua. Ovviamente ogni volta che Harvey Milk invita la gente a “register to vote”, cioè a iscriversi al voto, dice “Registratevi!”. E io penso che li stia invitando a comprare un piccolo registratore a cassette e fissare sulla banda magnetica i pensieri, i ricordi, le riflessioni, quello che durante la giornata viene in mente a ciascuno di loro e rischia di svanire come lacrime nella pioggia. Bel gesto, da parte sua (un po’ Gai Baba, come genere). Invece dietro c’è solo una piccola sciatteria da giornalisti. Ma è una sciatteria vecchia, alla quale ho fatto il callo in questi mesi di campagna presidenziale americana; mesi in cui milioni di persone, passata la febbre per le macchine fotografiche digitali e gli ipod, si sono comprate un registratore portatile per sostenere Obama.
Qui però si va oltre. Non solo tutte le battute acidelle del film sono tradotte da gente che non ha mai sentito una battuta acidella gay vecchio stampo, e quindi vengono sterilizzate.
È un’altra la cosa che mi ha fatto imbufalire.

Un bel pezzo del film gira intorno alla famosa Proposition 6: il tentativo di varare una legge su iniziativa popolare che discriminasse insegnanti e personale scolastico gay in California. Nel film la Proposition 6 viene definita “Proposizione 6″. Ora, io sarò scemo, ma avevo già sentito quella parola lì a scuola, e non mi sembrava che volesse dire quello.
Sono anche un rompipalle, e ho un vocabolario. Si chiama Sabatini Coletti. E dice così.

proposizione [pro·po·si·zió·ne] s.f. – * 1. asserzione, affermazione, enunciato, tesi (…) 2. gramm. Unità minima di discorso dotata di significato compiuto senza l’apporto del contesto situazionale o di altro contesto verbale (…) 3. mat. In logica matematica (…) 4. ret. Dichiarazione iniziale dell’argomento trattato (…) 5. Azione di proporre qlco.: p. di una legge (…) 6. ant. Ciò che viene proposto (…) (S) proposta.

Il secondo significato è quello che mi ricordavo, quello della proposizione principale, della finale, della concessiva, di tutti i pezzetti di cui è fatto il periodo. È l’unico modo in cui comunemente si usa la parola in italiano oggi.
Come vedete, esiste tecnicamente anche il significato di proporre qualcosa, nello specifico una legge. Se uno non fosse un traduttore, ma un contabile della lingua, potrebbe sostenere che la traduzione sia giusta, che proposizione voglia dire quello, e quindi vada bene per tradurre proposition. E già che c’è potrebbe difendere con lo stesso principio anche register/registrarsi.
Ma siccome tradurre è un’altra cosa, e chi cura l’edizione italiana di un film dovrebbe saperlo, così non va.
Nel film si raccolgono firme per approvare una legge, ma non attraverso il lavoro di un organo elettivo, come un parlamento o un consiglio comunale. La gente vota sì o no, e basta. Come si chiama quella cosa lì in italiano? Lo sapete: si chiama referendum.
Referendum. Faccio la cosa più banale: vado su wikipedia in inglese e scrivo referendum.
Eppure trovo scritto che i referendum negli Stati Uniti si chiamano anche — ma tu pensa — proposition. (Chi dovesse obiettare che i referendum in Italia sono solo abrogativi, sappia che il pubblico di un film non lavora alla Corte Costituzionale.)
Lo scopo di un traduttore dovrebbe essere sempre quello di dare alle parole il peso che hanno nell’originale: se sono parole normali e un po’ politiche, come proposition, devono suonare normali e un po’ politiche anche in italiano, come referendum. Se sono parole inventate e esotiche, come i Cylon di Battlestar Galactica, è giusto che in italiano diventino i Siloni: una stirpe di robot umanizzati, pronta a invadere la terra e passare per le armi i traduttori del cinematografo.


Clap clap clap
Io mai visto Sean recitare così! E sta volta non è la solita parte del derelitto afflitto sconfitto….
Per il film basta il peer to peer e si ottiene l’inglese..o andare a vederlo in qualsiasi altra Capitale dove la lingua indigena e solo nei sottotitoli…

E a chi dovesse obiettarlo, si potrebbe fare a gara di precisinismo ricordando che per le leggi costituzionali è previsto il referendum confermativo, volendo. Volevo vedere il film, ma mi sa che lo scarico in inglese a sto punto.

spesso mi trovo d’accordo con Lei, per un sacco di pensieri, per altri storco il naso, ma apprezzo l’apertura e la linearità di pensiero.
Ultimamente leggo sempre più spesso di critiche verso il doppiaggio italiano; ormai i mezzi a disposizione dei giovani e meno giovani permettono una buona conoscenza della lingua inglese e una facile reperibilità di supporti in lingua originale; rimane il fatto che al cinema è tradizione la traduzione, ma soprattutto la produzione di film/fiction e quant’altro è aumentata a dismisura.
O si decide di smettere del tutto questa arte (perché di arte, comunque, si tratta, e l’obiezione che sia mera operazione commerciale non regge perché in fin dei conti lo è tutta l’arte rivolta a un pubblico), o si cerca di intervenire là dove si può, oppure si dice la propria, senza battere dove duole per puro masochismo.
Devo ammettere che la prima parte del post ha suscitato le domande alle quali ho avuto risposta nella seconda (simbolo di cura, attenzione e intelligenza comunicativa), ma quello che mi ha fatto storcere il naso e un po’ sbuffare è stato quell’incipit “il problema è che sono andato a vederlo al cinema [...]“.
Proponete ad alcuni cinema di proporre in lingua originale sottotitolata i film, andateli a vedere in quel modo, so che sarebbe difficile e tutto, ma sarebbe l’unico modo di soddisfare chi davvero ci tiene a “sentire” l’originale e chi nasconde la propria spocchia dietro un preteso gusto (ripeto che non è questo il caso del presente blog e tenutario).
Chiedo scusa per lo sfogo, sarà forse la frustrazione di chi non riesce a entrare in questo mondo che attrae e affascina tanto quanto è difficile da penetrare; ma forse è la quantità di lamentele che si trovano nei blog ultimamente (ovviamente non mancano gli spunti e le occasioni per lamentarsi concretamente, ma dopo un po’ stanca il chiacchiericcio, se non accompagnato da proposte o azioni).
Di nuovo grazie e di nuovo scusi/scusate per lo sfogo. Complimenti ancora e buon lavoro.

Io l’ho visto in lingua originale (qui in olanda hanno il “brutto” vizio di non doppiare i film, ma di metterci i sottotitoli!), e devo dire che Penn è eccezionale, ma il film insomma, poco più che interessante.

che noia, bordone. Guardi un film ed invece di farne una critica alla sceneggiatura, la fotografia, la regia, quello che vuoi tu, vai sempre a menarla con la traduzione italiana.
Lo abbiamo capito tutti. Conosci bene l’inglese. E te ne vanti. Contento tu. Però vivi in Italia, e nessuno ti costringe.
Ma più di tutti mi fanno ridere i tuoi fedelissimi che dopo essere stati illuminati da te sulla cattivà qualità della traduzione (ma sulla buona qualità del film) si dichiarono pronti a fare un torto a chi dai proventi del film ci vive, scaricandoselo…

Ma i Siloni, nella traduzione italiana, si chiamano tutti indistintamente Ignazio?

io adoro Sean Penn, ese andrò avedere il film, è per lui….perchè sto film, non so perchè, mi sa di già visto( ela tua recensione mi pare confermi).

(vale a dire:solito bel film civile americano.Invece aspetto con un acerta inquitudine Tom cruise vestito nazi)

Beh, a volte essere contabili della lingua conviene… Comunque bel pezzo e vado a vedermi Will Smith.

C’è anche da dire che spesso nel doppiaggio la traduzione di una parola non viene scelta in base al significato preciso, ma anche per come si adatta al labiale. Insomma tradurre per un doppiaggio non è proprio come tradurre un libro…

Oddio signori non cominciamo con la lagna che il peer to peer rovina le multinazionali del cinema, della musica, dell’editoria, della carne in scatola spam…a queste cose oramai ci credono solo la Carlucci e la Pausini…

Saluti dal “a quanto pare” Fedelissimo!

Penso che Matteo abbia ragione, se si scambia pan per focaccia, bè non sono la stessa cosa. Ossia la traduzione non dev’essere “alla lettera”, ma contestualizzata e deve suonare bene.
Insomma, uno sforzo in più.

Pur non avendo visto il film (correrò ASAP), sono daccordo sulla “pedanteria”. I dettagli contano eccome.
E mi sento parzialmente pacificato per il fatto che non hai risposto alla mia domanda -non retorica- nel post su Capezzone. Indovina perché?

Scusa, precisazione necessaria: daccordo (=approvo) sulla TUA pedanteria

uff, sarà che ho la febbre ma mi sento pedantissimo. In sintesi: Mattè, c’hai ragione!!

proprio la settimana scorsa, guardando al cinema “Il giardino di limoni”, ho provato lo stesso piccolo fastidio riconoscendo un errore, quasi un’inezia, ma: nella scena in cui il ministro israeliano fa il brindisi coi suoi amici, tutti alzano il proprio calice intonando un “Alla vita!”, che per il nostro idioma sarebbe un “Cin cin” o “salute” o come volete voi, ma di sicuro non “alla vita”, traduzione letterale dall’ebraico.
vabbè, non so se mi sono spiegata, però io mi sono capita.
ciao!

la decadenza culturale di un paese, dall’interno, si avverte sempre poco.nel caso italiano, uno dei motivi di questa incoscienza è che i potenziali stimoli positivi provenienti dall’esterno vengono doppiati.

io in quanto sordo preferirei i sottotitoli e la lingua originale.già lo faccio per i telefilm che scarico per evitare di sentire hero nakamura doppiato in napoletano.fatto stà che scaricare un film che posso vedere in un cinema vecchio di 100anni non so se ha prezzo anche se non sento un cazzo.sarò nostalgico ma guardarselo a casa non è la stessa cosa.
però sti traduttori potrebbero fare un po’ di fatica in più..mica fan sempre degli scempi del genere…

Assolutamente d’accordo con Lino: penso che per il doppiaggio l’aspetto fonetico e il movimento labiale che ne consegue sia di importanza prevalente rispetto alla “purezza” della traduzione. Prova a pronunciare “proposizione” e “referendum” davanti a uno specchio e ti accorgi del problema. O forse no, vista la folta barba!
Un saluto, continua così.

Prima o poi il doppiaggio scomparirà anche qui da noi. Ora infatti alcuni iniziano a scandalizzarsi anche qui in Italia (come in questo post).

C’è da dire che lo scandalo dura da sempre, dai tempi di Amendola e di quando il Padrino padre e figlio erano doppiati in italiano: praticamente il 50% del film ce lo siamo giocato con il doppiaggio.

Come si dice in gergo, “scusate l’OT”, ma trovo che gli annunci Google che appaiono sopra il titolo del blog facciano un po’ paura.

Concordo con ogni sillaba di Bordone.

E se dico Proposition e Referendum allo specchio non trovo differenze fastidiose (stesso numero di sillabe, tra l’altro). Non vedo perché bisognerebbe dire Proposizione solo perché ci sta col movimento delle labbra, visto che il significato non centra nulla.

Sono d’accordo sull’esigenza di eliminare il doppiaggio per il film stranieri! Chi glielo spiega a quelle ragazze che ti dicono “Mi piace il tipo che ha fatto twilight; ha una voce così figa!!” che quello che sentivano parlare non era l’attore ma un doppiatore di 50 anni senza capelli???

arte o mestiere che sia, e che i film piacciano in originale o meno (disclaimer: a me piacciono in originale) il doppiaggio va fatto bene. E il problema non si risolve coi sottotitoli, semplicemente si ripropone: la cura di sceneggiatori, registi, attori, di tutti coloro che partecipano a un film, va semplicemente salvaguardata nella lingua d’arrivo, con una uguale attenzione al dettaglio. E se questo non succede, come ha ragione Matteo a ricordare qui e là, e come hanno fatto altri per Millionaire, per esempio, dirlo è semplicemente un modo per evitare di farsi contagiare da una certa sciattieria che è sempre più pericolosa. Di un militare per dopppiatore che ne dite?

Avrebbero potuto tradurre, anzichè con referendum (troppo italiano, diciamoci la verità), con PROPOSTA.

Continuando con i film più datati, ricordo il direttore del doppiaggio di The good the bad and the ugly quando ricordò di aver tradotto un “Più forte” pronunciato dal direttore alla sua orchestra per far sì che si coprisse il rumore delle botte rifilate ad un poveretto, con un “More feeling”.

Stesse sillabe e significato quasi uguale: tipico esempio di come in questo caso il doppiaggio abbia migliorato l’originale (in modo letterale, altro è l’interpretazione dell’attore).

ma che ci fa, nella fotina, baget bozzo accanto a pannella?

Tu mi devi portare con te al processo x factor. Io ci devo venire, tu mi devi portare, io lo farei per te. Tu DEVI.

[...] cose e bla bla bla. Vale quanto scrive Matteo Bordone (su Gomorra però, perché a lui Milk è piaciuto): bene l’effetto mediatico e pedagogico, bene che si apra un dibattito, bene che si ricordino [...]

Ora non vorrei essere troppo pignolo.. ma a me pare ci si riferisca a quella che in Italia si chiama “Proposta di legge di iniziativa popolare” ed è cosa diversa da un referendum che prevede solo una risposta del tipo SI/NO.

Bordone, sei solo l’ultimo di una fila di blogger che hanno affrontato il problema del doppiaggio, per cui scusa se lo dico proprio a te, ma ti chiedo di saltare il fosso: hai un blog, amici blogger, vai in tivù e in radio, scrivi sui giornali, bene, datevi da fare e portate questa cosa fuori dal recinto internettaro. E’ il momento, e tu lo sai. Non dico di partire dai cinema, mondo conservatore e frazionato, tra colossi della distribuzione con logiche tute loro e gestori da Nuovo Cinema Paradiso, datevi – diamoci – un obiettivo raggiungibile: la tivù. Bisogna premere su Fox perché dia le anteprime delle serie tivù in originale con sottotitoli. E’ appena ricominciato Lost: se io fossi il capo della baracca di Fox lo trasmetterei qualche giorno dopo la messa in onda americana, coi sottotitoli. I costi sono bassi, tanto i diritti già li devono acquisire, e basta dare qualche cento euro a quelli di Itasa per la traduzione, i giornali ne parlerebbero, e secondo me Grasso direbbe un bel “finalmente”. Fox non ha i problemi di ascolto di Canale 5 o di una qualsiasi rete generalista, può permettersi di sperimentare, e davvero non ha problemi di palinsesto, visto che replica la stessa puntata dei Simpson otto volte al giorno. E in Fox sanno benissimo, se non vivono nella botola, quanto sono scaricate e quante sono le serie sottotitolate in Italia, un fenomeno ormai robustino. Magari non succede niente, magari è l’inizio di qualcosa.

Già “il manifesto” sabato sollevava il problema della traduzione italiana effettivamente. Non per fare l’avvocato del diavolo ma forse la parola “proposizione” è stata scelta al posto di “referendum”, proprio perchè in molte scene si vede proprio la scritta “proposition 6″ e magari si è cercato di dare una continuità sia visiva che sonora alla parola. Ma forse eh…
Al di la del valore “militante” del film, per me vale molto di più come grande metafora e celebrazione del cambiamento. Cambiare se stessi per poi cambiare le cose.Certo il primo passo (e il più difficile) è cambiare se stessi. Cambiare non vuol dire diventare altro da ciò che siamo, ma vuol dire lasciare da parte ciò che crediamo di essere o ciò che gli altri vogliono che noi siamo, per entrare invece più in contatto con la nostra natura autentica con ciò che vogliamo, che sentiamo, che crediamo e con ciò che possiamo effettivamente diventare se solo diamo fiducia e sostegno alle nostre potenzialità sopite. Alcuni preferirebbero morire piuttosto che cambiare. Siamo tutti un po’ pigri e di rado ci sforziamo davvero, a meno che qualcosa non ci costringa, o che soffriamo a tal punto da essere disposti a fare qualsiasi cosa per alleviare il dolore, sia fisico o mentale, emotivo o finanziario. Quando parliamo di cambiamenti vorremmo sempre fossero gli altri ad attuarli, non noi. Vogliamo che gli altri lo facciano, regalandoci così una vita diversa. Cambiare se stessi vuol dire accettare e vivere le nostre paure. Paure che possono essere le più varie, come dimostra il film: dalla paura di essere uccisi o più semplicemente nell’accettare una donna (o più metaforicamente il pensiero femminile o la diversità) all’interno di un gruppo di soli uomini. Cambiare se stessi vuol dire cambiare punto di vista sulle cose o su alcuni pregiudizi, e il cambiamento può arrivare dopo un viaggio in Europa. Cambiare se stessi vuol dire avere il fegato di rimangiarsi le cose dette in precedenza. Cambiare può significare liberarsi dal senso di colpa, di isolamento, di separazione o solitudine di rabbia, paura o dolore: da sentimenti ed atteggiamenti che causano diffidenza verso il futuro e che condizionano la nostra mente e ci creano difficoltà invece di condurci verso la conquista di nuovi obiettivi. Cambiare vuol poter dire allontanarci da una persona che dimostra di non capirci e di non amarci.Ed è solo dopo questo cambiamento “personale” che, inevitabilmente, segue per i protagonisti del film il cambiamento dello status quo che li circonda. Nel riconoscere le loro esigenze di omosessuali si accorgono di quelle degli altri (neri, anziani, minoranze…). Il cambiamento della realtà passa necessariamente per questo contatto più autentico e profondo con se stessi prima di tutto. Come possono cambiare le strutture, infatti, se le persone non sentono neppure l’esigenza del cambiamento?Ed è nel finale del film che esplode la forza catartica dell’osare, dell’alzare la posta in gioco. E’ nell’oltrepassare i propri limiti che MILK si sente ancora più vivo e che sperimenta in pratica la sua capacità di modificare la realtà con il suo contributo. Rischia e decide di non farsi limitare da idee preconcette di se stesso, non rassegnandosi a dipendere dalle sue paure e dalle sue (naturali) incertezze. E per farlo ha bisogno del gruppo, di “amici”, di coscienze e deve vincere la battaglia conto l’isolamento interiore. Il film pur essendo ambientato 30 anni fa, ci mostra una realtà attualissima. Anche oggi abbiamo tanta comunicazione esteriore – internet, telefonini, email, fax – ma è tutta comunicazione superficiale. C’è molta comunicazione e pochissima comunione. Le vie di fuga sono molte: alcool droghe, sesso solo come passatempo… La nostra è una società in cui l’attività è esagerata e la comunicazione eccessiva, senza nessun momento di solitudine, senza nessuna pausa. Le pause sono molto importanti, nel parlare, come in musica; quando mancano le pause, in un dialogo, la comunicazione rimane solo superficiale. E infatti la vera “forza” a MILK la danno delle telefonate private, dove lui ascolta più che parlare come è costretto a fare nei comizi. Telefonate quasi con una forma primordiale di se stesso che gli danno la possibilità di vedersi a ritroso, come sarebbe stata la sua vita senza gli effetti del cambiamento che ha avuto la forza di intraprendere.

Posto che la traduzione dovrebbe essere più curata, penso che qualche volta il doppiaggio “migliori le cose”: mi è capitato di vedere un film con hugh grant in lingua originale, e trovo che abbia una voce sgradevole,in questo caso è il doppiatore che gli rende merito.

Sono una traduttrice di madrelingua italiana che traduce molto spesso verso l’inglese, ed è per me una sofferenza quasi quotidiana ascoltare o leggere brutture e cialtronerie varie. Non si tratta di essere pedanti o di sta-a-guardà-er-capello, si tratta di conoscere bene una lingua, la sua ricchezza e le sue sfumature. Per dirne una, sabato scorso a TV Talk l’inviato da New York, che sbaglia spesso i congiuntivi di suo, in italiano intendo, ha detto prima “potato couch” invece di “couch potato”, (anvedi mo’ me fabbrico il divano con i tuberi) e vabbè magari s’era confuso, ma poi continuava a dire “inaugurazione” e allora sorridevo pensando a Obama che non si è insediato, no,no, ha appena aperto un negozio di cravatte alla Casa Bianca.

In effetti è come ha scritto Camillo: refrendum non è la traduzione di Proposition, invece il referendum si fa sulle Proposition (in questo caso la 6), che si possono assumere come proposte di legge.

Un post che fa la gioia dei tricologi.

Sì, la linea di Camillo la conosco. Prevede una proliferazione infinita di parole italiane usate in luoghi e modi mutuati dall’inglese. Prevede che tutti facciano il lavoro del tenutario del suddetto blog (cioè Christian), cioè il giornalista politico. Cosa che, per fortuna, non capita. Tradurre significa approssimare. Se non si va mai nella direzione della normalità, ma sempre in quella dei distinguo, i film diventano articoli di giornale. Lì sta il problema.