mercoledì 11 febbraio 2009
Gerusalemme, 31-01-2009
In quest’anno, o quasi, di assenza dal sito bordonico, durante il quale non ho rispettato nessuna delle buone intenzioni di inizio 2008, tantomeno quella di scrivere con regolarità per la rubrica, la vita a Gerusalemme è stata abbastanza intensa.
Ho compreso a fondo e nell’intimità il concetto di alienazione dal lavoro e ho perfino imparato come si traduce in arabo la parola alienazione (ihtiraab).
Al di là delle mie vicende individual-professionali gli eventi che hanno caratterizzato l’anno appena trascorso sono stati numerosi ma dopotutto la storia qui viene fatta di momento in momento e quasi ogni giorno c’è una celebrazione o una commemorazione. Nel 2007 si ricordavano i 40 anni trascorsi dalla guerra dei 6 giorni mentre nel 2008 si sono celebrati i 60 anni dell’indipendenza di Israele e si è commemorato il sessantesimo anniversario della Nakba (la “catastrofe” palestinese).
Le iniziative organizzate per ricordare gli eventi del 1948 però si sono svolte quasi in sordina, con poco entusiasmo sia in Israele che in Palestina. Chi ha vissuto in prima persona quei momenti è ormai stanco nel corpo e nell’animo e le nuove generazioni portano avanti l’eredità politica e l’attivismo con sempre minor entusiasmo rispetto ai padri e questi 60 anni vissuti con passione, lacrime e sangue sono stati ricordati in realtà in modo molto blando.
Un ulteriore pezzetto della memoria storica di questi luoghi si è perso nel 2008 con una morte eccellente. Il 9 agosto infatti è decdeuto per problemi cardiaci in un ospedale di Houston Mahmoud Darwish, il bardo della Palestina. È impossibile trovare un palestinese che non sia capace di recitare almeno una delle sue poesie. Ho un ricordo vivo di Darwish, una sera d’estate ad Amman in un teatro anonimo mentre recitava le sue poesie e le tremila persone presenti in sala ripetevano all’unisono le parole di arabo classico che lui, come un prestigiatore aveva ri-creato e ri-composto e a cui aveva dato nuova vita. Era come una rockstar Mahmoud, le ragazzine si emozionavano in sua presenza e i ragazzi ne imitavano i modi affettati. Darwish era soprattutto amato dai palestinesi della diaspora perchè come molti palestinesi era un profugo. Nato nel 1936 nel villaggio di Birwah in Galilea nel ’48 ha vissuto sulla propria pelle l’inizio della diaspora palestinese. Si è spostato, come molti altri palestinesi, tra Giordania, Libano e Tunisia per stabilirsi finalmente a Ramallah dopo gli accordi di Oslo. Come raramente accade nel mondo arabo era amato dall’establishment ma anche dal popolo.
Mahmoud Darwish ha avuto funerali più sontuosi di quelli di Arafat e quel giorno Ramallah è stata invasa da automobili e da folle in lutto. E’ stato seppellito davanti al Ramallah Cultural Palace, su una collina spoglia dalla quale nei giorni di cielo limpido si può vedere il Mar Mediterraneo ma lontano da Birwah il suo villaggio, al quale era tornato solo due volte negli ultimi 30 anni.
Un post non è sufficiente per raccontare tutto quello che (mi) è successo nel 2008 a Gerusalemme. Ci vorrebbe più spazio per parlare di come Waltz with Bashir mi abbia inchiodata alla poltroncina del cinema sin dal primo fotogramma (nonostante alcuni passaggi discutibili) o per descrivere Suhair Hammad, una poetessa palestinese di Brooklyn, e la sua capacità di ipnotizzare il pubblico con i suoi pezzi sincopati e taglienti. Anche la vicenda kafkiana della famiglia al Kurd meriterebbe un post a sé ma mi limito a dare degli spunti, con la promessa di essere un po’ più solerte nel 2009.
Un post sugli eventi del 2008, inevitabilmente, non può che chiudersi con un accenno a Gaza. Non è mia intenzione aggiungere un’ altra opinione al dibattito, è già stato detto tutto e il contrario di tutto e questo conflitto è stato sviscerato nel minimo dettaglio. Se si vogliono sentire posizioni ben argomentate a favore dell’una o dell’altra parte si possono leggere i pezzi di Gideon Levi su Haaretz o le analisi di “informazione corretta” oppure si possono guardare i reportage di Ayman Mohiddin su Al Jazeera international.
Quello che mi ha disturbato di tutto questo periodo è il fatto che gli eventi di Gaza venissero vissuti sia qui che in Italia come se si stesse giocando a risiko o come se si dovesse definire la nuova formazione della nazionale. Nei giorni del conflitto spesso l’attenzione è stata rivolta più al contorno (Santoro-Annunziata, le elezioni israeliane, il mandato di Obama imminente, Hamas-Fatah, il cargo di aiuti umanitari della Farnesina ecc ecc) che non ai fatti e cioè ai 1300 morti e alle migliaia di feriti. Le vittime dell’una e dell’altra parte sono passate in secondo piano, sono state banalizzate, sono diventate “storie” per giornalisti.
C’è stato un perenne alone di cinismo che ha pervaso ogni discorso riguardante Gaza così come ci sono stati l’interesse delle parti politiche coinvolte (locali e internazionali) a trarre un vantaggio dagli eventi e la ricerca sfrenata dello scoop da parte dei giornalisti senza dimenticare la corsa alla ricostruzione delle agenzie internazionali e delle organizzazioni umanitarie.
Purtroppo la pace e la stabilità sono una chimera in Medio Oriente e non verranno raggiunte presto ma il mio auspicio per il 2009 è che si possa rispettare l’umanità di chi nasce, vive e muore in questa terra dove, ancora, si sta scrivendo la storia.
Franca sei una grande! Mi chiedevo dove fossi finita ai tempi della brutta ‘intervista’ di bordone a yankele… (meh, bordò non te la prendere). L’immagine di Darwish-rock star è stupenda e le riflessioni sul cinismo dell’attenzione al ‘contorno’ di gaza estremamente condivisibili. Grazie per aver contribuito ancora una volta a dare un’immagine più umana di un luogo così complesso.
scritto da deceptacon venerdì.13.02.09 23:11
bentornata, stavamo iniziando a preoccuparci!
scritto da dianathustra domenica.15.02.09 14:59
deceptacon: bazzichi questi luoghi?
dianathustra: No worries! sono stata un po’ interrotta ma sono tornata.
scritto da La Franca mercoledì.18.02.09 10:39