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martedì 21 aprile 2009

Tokyo, 15.4.21


kemurelloUltimamente pensando a cosa scrivere su questo Kemuri mi sono venuti solo pensieri confusi, idee disarticolate. Mentre rimuginavo sono fioriti i ciliegi e adesso la città è entrata nella primavera nel modo più rosa che può. Rosa. Pink.
A proposito di rosa, sono andato a vedere una rassegna di pink eiga, i film un po’ scollacciati che hanno spopolato da dopo la guerra fino a una ventina di anni fa. È stata una esperienza formativa: non tanto per le pellicole in sé che mi hanno un po’ deluso (vabé, ma cosa mi aspettavo da dei film praticamente porno a parte le inquadrature dei genitali?), ma per il tipo di pubblico che ho trovato. Signori attempati, ma anche giovani, coppie, insomma un pubblico variegato e per nulla pruriginoso. Uno dei due film era ironico, girato negli anni settanta e, a suo modo, stiloso; il secondo era una rivoltante ottantata condita con acconciature tremende, interni di pessimo gusto e spalline.
Sono tornato a casa con una specie di consapevolezza che in alcuni punti i giapponesi differiscano profondamente da noi italiani. E uno di questi punti è di sicuro la sessualità. Le cose sporche (già questo modo di definirle la dice lunga…) sono un’occasione per giocare, non già una macchia di vergogna nell’anima di chi le fa. Guardare un film rosa o anche porno non ti mette immediatamente nella categoria dei viziosi amici del demonio o allupati mandrilli incapaci di capire i concetti profondi di un film impegnato. Anzi, alcuni registi importanti hanno cominciato proprio dal pink.
Forse non ci trase per niente ma delle persone che ho guidato recentemente alla scoperta di Tokyo mi hanno fatto notare che le architetture di alcuni palazzi della città sono veramente divertenti, ironiche, anticonvenzionali. Ho scoperto che si riferivano ai love hotel (alberghi a ore per coppie di solito illecite), e una mia amica giapponese ha fatto presente che questi posti sono considerati dei parchi dei divertimenti perfettamente armonizzati nel tessuto cittadino. Anche il termine “love” usato così eufemisticamente fa un po’ ridere e un po’ pensare che forse quel concetto così puro della donna angelicata non abbia mai potuto attecchire da queste parti. Al contrario, la vita sessuale appagante è un diritto del cittadino.
Ecco, arriva la primavera e subito il tema di kemuri si sposta verso i sentimenti, il fiorire dei sensi e dei palpiti del core. Domani vado a vedere uno spettacolo teatrale dell’ex fidanzato di Yukio Mishima, Miwa Akihiro. Non ho idea di cosa si tratti ma ho l’impressione che sarà notevole.


Questa che dai dai giapponesi e’ un’immagine decisamente, almeno per me, inedita. Come li descrivi tu io mi immaginavo gli svedesi, mentre gli abitanti dell’isola in basso a destra sulla cartina (come la definisce il tenutario del blog) me li figuravo completamente imbrigliati in un pudore che relega nella vergogna qualsiasi manifestazione esteriore di sentimenti o anifestazioni corporali (per cui figuriamoci il sesso). Evidentemente ero vittima di uno di quei luoghi comuni tipo “i giapponesi hanno gli alberghi-loculo” o “i giapponesi hanno degli addetti che comprimono i passeggeri dentro i vagoni della metropolitana”. O forse si tratta di risistemare i concetti perche’ niente e’ mai semplice e schematico.

Comunque, interessante.

Luzmic

io ho invece iniziato ad avere il sentore di ciò che racconti leggendo “tokyo soup” di murakami, dove descrive con un certo dettaglio (per nulla pruriginoso) i quartieri “a luci rosse” di tokyo.

@luzmic……ti sei sbagliato due volte uno perche ti sei fatto influenzare dal luogo comune e secondo perche quel luogo comune riguarda i cinesi no i giapponesi…:-)…

Ho sempre pensato che le donne Giapponesi nel sesso recitino la parte delle ingenue. Solo recitazione però