giovedì 30 aprile 2009
Mine eyes have seen the glory of the parastato
Ieri sera, alle 17:34, ai tornelli della RAI, c’era una situazione più o meno identica a questa. Mi hanno detto che era strano che non avessi mai visto la scena delle gente in coda ai tornelli che aspetta le 17:35 per uscire, perché è normale: succede sempre. Allora ho pensato a quell’omino cattivo di Venezia, e ho pensato che per fare quel lavoro lì in Italia si può essere forse più bravi dell’omino di Venezia, ma sicuramente bisogna essere altrettanto cattivi.
Fece impressione anche a me quando vidi una scena simile uno dei miei primi giorni di lavoro. Accanto a gente che attende anche 5 minuti davanti ai tornelli aspettando che scatti la “sua” ora c’è gente che invece fa tardi, anche molto tardi, lavora i festivi, anche senza essere pagato, per questa azienda.
Secondo me non è una questione di parastato, come affermi nel titolo: secondo me in aziende grandi, con tanti dipendenti, pubbliche, private o parastatali, trovi la persona che scatta all’ora d’uscita e quella che gli dedica tanto tempo. Non è una questione di ragione sociale dell’azienda ma semplicemente di dimensioni.
scritto da Roberto giovedì.30.04.09 16:27
Se il lavoro che fai ti fa schifo, ma ti dà da mangiare, non vedi l’ora di finirlo meglio che puoi e di tornare alla tua vera vita. Chi ha la fortuna di fare attività interessanti e avvincenti, non può capire queste cose.
O voi che lavorate esaltando i vostri talenti e le vostre ricche capacità, pensate a chi invece deve girare la manovella tutto il giorno…
scritto da Kreutz giovedì.30.04.09 19:45
L’omino di Venezia su questi argomenti è inattaccabile. Anzi, più lo attaccano e più fanno il suo gioco. Ormai è un paese con due pesi e due misure, chi lavora nel pubblico e chi lavora nel privato. Non è una questione di talenti o di lavoro che ti piace, è una questione che da una parte hai la garanzia che domani lavorerai e dall’altra sei sempre più “precario”
scritto da S.B. venerdì.01.05.09 09:42
Non so com’è, ma non mi hai mai convinta il discorso che fare un lavoro interessante o avvincente sia questione di “fortuna”.
scritto da Isa venerdì.01.05.09 10:35
E’ cosi, anch’io credo che fare un lavoro interessante non sia dettato dal caso o dalla semplice fortuna. Aiuta forse. Ma dopo la capacità di mettersi in gioco, rischiare e la lista è lunga.
La voglia di scappare però dipende anche dall’azienda, che molto spesso non sa valorizzare il dipendente, lo relega al suo compitino. E senza quella spinta a migliorarsi chiunque perderebbe gli stimoli e scapperebbe alla fine delle otto ore!
scritto da Mao venerdì.01.05.09 19:57
ha, ha, non hai. Maremma ortografica.
scritto da Isa sabato.02.05.09 07:06
Il tuo lavoro può anche non piacerti, ma nel privato fai le tue otto ore piene, perché se no ti cacciano.
Nel pubblico puoi anche non fare un tubo, tanto nessuno può licenziarti.
Tutta qui la differenza.
Poi qualcuno si domanda perché qualcun altro odia i sindacati (quanti fancazzisti pubblici all’ombra della Cgil…).
Cattivo Brunetta? Ma fatemi il piacere…
scritto da adriano sabato.02.05.09 13:50
Scene del genere succedono anche nelle grandi multinazionali che applicano “alla lettera” il contratto nazionale del lavoro.
Se qualcuno ti impone di essere fisicamente in ufficio per 40 ore la settimana anche se potresti fare lo stesso lavoro da casa, se ti obbligano ad intaccare il tuo monte ferie se fai anche un solo minuto di ritardo, se non hai la libertà di organizzare il tuo tempo perché devi seguire l’orario che ti hanno imposto, alla lunga ti stanchi e incominci a diventare fiscale anche tu.
Come dice sempre il mio capo (californiano) se tratti un collaboratore come un bambino, lui reagirà come un bambino.
scritto da antoniofurno sabato.02.05.09 19:56
@Adriano, non è cosi semplice, a parte che il comportamento di una persona è soggettiva, io ho lavorato con contratti assurdi sia nel privato che nel pubblico e ti dico che il lavoro nel privato è assurdo: mettere l’uno contro l’altro, non dare mai la sicurezza in niente, esigere il massimo dando con il minimo, sono atteggiamenti che ti mettono in obbligo di dare tutto all’azienda non cè dubbio, ma a lungo andare ti rovinano anche la “vera” vita.
Io lavoro per vivere tu credi di vivere per lavorare. tutto qui
scritto da andrea2 lunedì.04.05.09 08:29