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domenica 3 maggio 2009

1° maggio uno e 1° maggio due (Bella ciao versus Viva l’Italia)


lenin-1895-mugshotL’altro ieri c’è stato il concertone del 1° Maggio Festadeilavoratori. Anche quest’anno, come quasi sempre, c’era in ballo una grigliata a casa di amici, e la parte pomeridiana dello spettacolo è stata alternata a salamelle, costine, insalata russa, birra, melanzane alla griglia. E intanto quelli cantavano. A turno. A presentarli ci sono stati Paolo Belli prima, e Castellitti poi. Si sono esibiti nomoni da grande pubblico (Vasco), musicisti della scena indipendente (Dente, Benvegnù, Bud Spencer Blues Explosion, Smoke), e gente che dalla scena indipendente è finalmente arrivata a fare un set di una certa lunghezza in un contesto del genere (Afterhours, Caparezza).
La scaletta del 1° Maggio è una di quelle cose su cui i promoter, i gruppi, le etichette e i sindacalisti si scannano per mesi, prima di arrivare a una quadratura del cerchio. Il risultato finale, quest’anno come sempre, è una biforcazione dell’evento.
Il 1° Maggio uno è quello in cui ci sono dei gruppi musicali indipendenti e non, italiani e non, che suonano per la gente. Il lavoro riguarda tutti, ma, insomma, si è deciso anni fa di mettere in piedi un festone musicale, e quindi tirare dentro il mercato del lavoro eventuale, più di quello effettivo (anche perché quello effettivo sta a casa a farsi i cazzi suoi, mica si va a infrattare nella bolgia dei centomilioni di persone). In questo 1° Maggio uno si sente della musica e ci si diverte. Ogni tanto escono delle parole retoriche dagli altoparlanti, ma è poca roba e misurata; anzi, per un concertone oceanico è proprio il minimo indipensabile.
Poi c’è il 1° Maggio due, quello di “Non c’è 1° Maggio senza bella ciao!” Il 1° Maggio due è un evento in cui dei gruppi vestiti come negli anni Settanta cantano canzoni sulla costituzione, sulle stragi di stato, sulla strategia della tensione, su Aldo Moro, sulle BR, su Genova e Bolzaneto, su Berlusconi, su Fini, sul proibizionismo, sul precariato, sui sindacati, sugli scioperi, sulle mondine, sulle presse, sulle catene di montaggio. Sono canzoni folk brutte, con riferimenti musicali al Sud America o all’Irlanda o alla Jamaica (spesso un mélange delle tre). Sono canzoni che non hanno a che fare quasi mai con le vite di quelli che le cantano dalla piazza, ma servono a identificarsi con un mondo. E quel mondo è un mondo triste, stanco, vecchio, a volte anche nel giusto ma sempre incapace di cambiare le cose, le idee, gli stili. È un mondo che in sé non ha più niente di rivoluzionario o anche solo progressista, che guarda ai vecchi come unico punto fermo, che pensa al futuro come difesa del presente, che risponde buu ai mostri incapaci che spesso ci governano. E buu, come si sa, non basta.
Perfettamente in tono con questa seconda versione del concertone del 1° Maggio c’era Sergio Castellitto, munito del tibro a fuoco “DE SINISTRA” in una parte nascosta del suo corpo, e quindi abile e arruolato alla conduzione. Oltre a far girare tutti i propri interventi sulla retorica del gruppo, della massa, del siamo in tanti, del quanti siete, del ripetete con me, Castellitto a un certo punto cita la moglie: prende il libro della moglie e ne legge un brano. Nessuno gli dice che non si può fare. Nessuno lo ferma. Eppure è chiaro che non si può fare: è evidente a tutti. Se la moglie di Herman Melville tenesse un discorso all’associazione amputati, non leggerebbe mai la descrizione che suo marito fa del capitano Achab e della sua gamba di legno. Perché è la moglie e non si fa. Certo, lui è Melville, il romanzo è Moby Dick, quello è Achab, quella gamba di legno è la migliore della storia della letteratura. Ma lei resta la moglie, e non si può fare. Fine della questione.
Invece Castellitto prende il libro e legge. Un populista molto popolare, alla fine della parte geniale della propria carriera, qualche tempo fa ebbe successo con una canzone che diceva: «C’è chi dice “No!”» Con quel pezzo sanciva l’inizio della seconda parte della sua carriera, quella in cui avrebbe smesso di cantare canzoni belle e personali, e si sarebbe messo a propinare inni col ritornello urlato a un pubblico che voleva fare il cazzo che gli pareva, ascoltare banalità retoriche, e sentirsi anche una élite rivoluzionaria.
Ecco. C’è un concetto che poco si sposa con gli inni rock, ed è quello del sentirsi dire “No!” e capire che è anche giusto così, certe volte. Ma noi italiani siamo sempre felice di dire no, orgogliosamente; in seconda istanza possiamo avere un minimo di brivido nel dire sì, ma dura poco; quasi mai siamo contenti di sentirci dire che così non va bene, non si può fare, no. È facile da parte mia adesso sottolinearlo, ma in quel momento, quando la retorica e lo stile hanno raggiunto i rispettivi apici opposti, si sono capite, ancora una volta, un sacco di cose interessanti.

PS – Questioni tecniche. Come al solito, gli eventi pop/rock trasmessi dalla RAI suonano come il concerto dell’oratorio: senza corpo, senza un suono coerente, coi livelli sbagliati (il pianoforte e la voce tutti fuori, la sezione ritmica in cantina). Qualunque cagata trasmessa da Mediaset o, meglio, da MTV suona almeno decentemente, se non bene. Perché la RAI non deve essere in grado di fare lo stesso? Non si capisce.
Per quanto riguarda la regia, l’idea che la musica dei giovani sia tutta stacchi veloci e telecamere che corrono e sciabolano di qui e di là può appartenere solo a chi non ha mai, e dico mai, visto un concerto inglese o americano in dvd. Li vendono nei negozi. Investiamo ’sti dodicieuroenovantanove per piacere.


Amen.
Poi era tristissimo vedere tutta quella gente che, chiunque ci fosse sul palco, non faceva altro che invocare il Suo nome. Sai, quello che sarebbe arrivato dopo.
E Caparezza che comincia a introdurre il secondo pezzo e Castellitto lo blocca per dare la linea al TG?
Io comunque il prossimo anno sul palco ci voglio Mariottide.
(Pero’ almeno il segmento degli Afterhours suonava abbastanza bene. Oppure sono molto bravi loro. Diciamo la seconda.)

sììì, stupendo! mi viene il vomito, è più forte di meeee…

sono romana, sono affezionata al concertone e mi piace tanto il vasco “de’na vorta”, ma concordo con il tuo commento Matteo.

Complimenti per il blog!

Hai ragione sulla tristezza del dualismo primomaggiolino: a mio parere si dovrebbe mantenere l’evento sfrondandolo della retorica panveterista di certa sinistra (avrò la diarrea per aver usato questo sintagma).
Non argomenti molto bene, invece, la disapprovazione per Castellitto, secondo me: la butti un po lì la similitudine di Melville, forse perché è abbastanza ovvio che reclamizzare il lavoro di tua moglie durante un evento pubblico incentrato sul lavoro e sui diritti suona stonato peggio di Godano. Tuttavia andrebbe chiarito ugualmente: problematizzare l’ovvio, filosofia, Nietzsche. Va anche detto che se si abolisse l’apparato retorico incrostato dal Primo Maggio, ne verrebbe fuori uno show in cui un wife placement calzerebbe a pennello! Forse c’è una mutazione in atto, forse si tengono la retorica e portano a casa la cassa… non saprei dirlo.

PS – Il grammar nazi che è in me mi obbliga a farti notare che si scrive independenti e no, italiani e no senza la enne finale. Altrimenti la mia edizione di “Uomini e no” avrebbe un gigantesco refuso in copertina…

Secondo me è sbagliato fare di tutta l’erba un fascio. Mettere insieme l’indifendibile Castellitto, i Modena City Ramblers (c’erano) con tanti onesti gruppi, folk o meno, che fanno musica militante.
Può piacerti o meno, ma non tutta la musica che ha un testo e che collega questo testo a una qualche appartenenza politica, è brutta, finta e vecchia. C’è, certo. Ma non è tutta.

Sei vecchio, non per la musica ma per i continui lamenti che ci propini.

Castellitto mi ha lasciata di stucco.Che figuraccia.
Grandi, grandi, grandi, grandi Afterhours(Godano un pò meno)

e l’Italiano cantava, cantava…

Riguardo a Castellitto: dopo Benigni, Baricco, Stas Gawronski e le messe domenicali, ora lui. Le letture di testi in tv fanno vomitare. Peccato per il libro della (ignara?) moglie che tutto sommato è molto sopra la media delle Cagate in libreria.

Bei tempi quelli di Elio che cantava Sabbiature…..
Alla radio ho sentito la più brutta versione possibile di Halleluyah cantata da non so chi. Con sotto una poesia inutile. Era quello il testo a cui ti riferivi?

Detto che Castellitto è indifendibile cercherei di distinguere i due momenti in cui ha citato la moglie.
Per introdurre Vasco poteva raccontare un ricordo personale, poteva fare una breve biografia, poteva fare una Pippobaudata e invece ha tentato qualcosa di originale citando un testo di letteratura..Forse Vasco era citato solo nel libro della moglie, forse Castellitto ha letto solo quel libro o forse la moglie non si concede da un po’…
Intendo dire che nella presentazione di Rossi la citazione di un libro, e per giunta della moglie, potrebbe essere cattolicamente perdonabile.

Interrompere un capolavoro, un inno d’amore, una poesia intensa e mistica come Hallelujah di Cohen con poesie della moglie è un abominio per cui anche Mengele, forse, si sarebbe scandalizzato.

A me sembra sempre la vecchia immagine tafazziana dell’intelettuale di sinistra pronto a martoriarsi le palle. Godiamoci il primo maggio ed il concertone fino a quando ci sarà in questo paese semi-libero (come dice l’House of freedom, che non è quella degli Animals..) ed evitiamo di cercare sempre i peli di un uovo ormai scotto.
Castellitto ha sbagliato ma va perdonato in mezzo a maleducati fans di Vasco. Viva gli Afterhours.

Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di dire che vasco son 15 anni che non fa una canzone decente…

SI POTREBBE METTERE IL BUON BORDONE QUESTALTRANNO SUL PALCO DEL PRIMO MAGGIO E VEDERE DI NASCOSTO L’EFFETTO CHE FA E VEDERE DI NASCOSTO SE NON SI FA PRENDERE DALLA RETORICA E DALLA VOGLIA DI DIRE -QUALCOSA DI IMPORTANTE – (COME MI SEMBRA FACESSE AD X FACTOR)

se non mi fanno giu vagabondo il 1 maggio sto male.
la canzone mi ha veramente rotto le balle
ma è sempre il 1 maggio

Vasco non fa canzoni decenti da 30 anni e i suoi fans sono maleducati ed indecenti. Cantare “ci avete rotto il caxxo” dopo la PFM è come bestemmiare in chiesa.

Illuminante la definizione di Assante sul suo blog della musica proposta da troppi artisti: “una miscela di combat.alt.pop.ragga.folk che domina la scena del primo maggio da molti anni.”

Intervengo in difesa del “Non c’è 1° Maggio senza bella ciao!”.
Intervengo in difesa della bandabardò.
Intervengo in difesa degli Apres La Classe.
Intervengo in difesa del folk.
Intervengo in difesa del ballare senza problemi, dei testi utopistici, dell’amore libero come le droghe.
Poi si torna curvi sulla tastiera a dire sempre di si al proprio capo.
Ma quando si può lasciatemi cantare “bisognerebbe fare sempre sogni grandiosi”, almeno al primo maggio.

peccato che in ogni concerto del Primo Maggio tutti gli artisti si sentano in dovere di essere seiosamente pedanti, come se far divertire un po’ la gente senza affliggerla, sia una cosa poco chic da fare.
Ad es. la PFM, praticamente un gruppo con un bel passato alle spalle e un presente da scoreggioni, mi sarebbe piaciuta moooolto di più se, anziché angustiarci pure loro con il rituale tributo a De André, che l’hanno fatto diventare come la Corazzata Potiomkin, avesse suonato “…batte la musica della notte…”, così ,tanto per far ballare un po’ tutti quanti.
Niente, tutti a lavorare il giorno dopo, raus.

[...] Freddy Nietzsche, blog di Matteo [...]

[...] 1° maggio uno e 1° maggio due (Bella ciao versus Viva l’Italia) Ancora sul concertone chenonsenepuòpiù [...]

Da nausea, troppo autocelebrativo, troppo sempre uguale a se stesso, troppo “siamo di sinista perche’ siamo giovani e fa figo”, sempre le stesse cose, le stesse persone, la stessa farsa, gente che applaude e urla per chiunque sale sul palco, basta..

Ma poi ogni anno la presa in giro della “festa dei lavoratori” e i tre sindacalisti sempre li’ a dire quelle tre fregnacce mentre quelli strillano felici e contenti davanti al palco!

l’unico vero problema del concerto del primo maggio è che ha perso i contenuti ed è diventato un baraccone autoreferenziale.