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venerdì 17 luglio 2009

Ci sono più cose di destra nella tua arte, Orazio, che in tutta la finanziaria


laurence6-44391Oggi è uscito un articolo sul Corriere della Sera, che dava conto della mobilitazione di attori e addetti ai lavori contro il taglio del Fondo Unico dello Spettacolo previsto per il 2009. Questo FUS, che l’anno scorso ammontava a €471M, quest’anno dovrebbe passare a €378M (più altri 20 dedicati alle fondazioni liriche). Il FUS è lo strumento del cinema, della danza, di scuole e enti, teatri e compagnie molto diverse tra loro: si va dalla Scala di Milano a chi fa teatro sperimentale, passando per infinite vie di mezzo. Il teatro, si dice, è un’industria per cui lavorano migliaia di persone, non solo venti attori famosi, cinque registi e due sceneggiatori. Lo stesso vale, ancora di più, per il cinema. (Perché ancora di più? Perché il cinema prevede un’economia di scala cui il teatro, alle brutte, può rinunciare. Il cinema è più caro, vive quotidianamente la concorrenza di altri mercati, e prevede necessariamente una distribuzione, che, per quanto minuscola, esige strutture e dimensioni minime per chi realizza il film.)

Nell’articolo del Corriere si citano le personalità che si sono mobilitate per far arrivare l’appello a Napolitano, affinché il FUS di quest’anno non abbia le dimensioni annunciate. Anche sulla ripartizione ci sarebbe da discutere, ma quella al momento non è nemmeno nominata: sono tutti nello stesso fortino, compagnie sperimentali e Regio di Parma, a difendere una sola torta, che poi andrà molto al Regio e poco alla Societas Raffaello Sanzio (per dire). Ma al momento nessuno ha il coraggio di rompere il fronte. Tutti per uno, tutto per tutti.

Vi riassumo l’articolo, visto che in rete non l’ho trovato. «Stavolta è una brutta notizia» dice Gigi Proietti dal set dei Vanzina. La lettera-appello inviata dall’Associazione Nazionale Teatro e Spettacolo è firmata anche da Roberto Benigni. Si annunciano sit-in. Citto Maselli vuole boicottare la conferenza stampa della Mostra del CinemaVenezia. Ci sono anche Luca Barbareschi e Garbiella Carlucci. Parlano anche la regista André Ruth Shammah e il presidente dell’Agis Francesconi. Interviene Roberta Torre, che dice che a questo punto le piacerebbe andare in Francia. Giancarlo Giannini, docente alla Scuola Sperimentale di Cinematografia, cita l’importanza di Dante, Michelangelo e Vittorio De Sica come patrimonio italiano e internazionale.

Ora, io mi rendo conto che sia difficile che il Corriere intervisti un attrezzista o una truccatrice. Non perché sia sbagliato, anzi, ma perché uno dovrebbe abbandonare la redazione, cercare delle storie, delle persone, insomma fare il giornalista, e so che non ci arrivano e non gli interessa. Ma penso anche che dal modo in cui si dicono le cose, dal tono e dalle persone che le dicono, si capisca molto della sostanza che c’è dietro.

L’idea che Citto Maselli pensi di contare qualcosa per i cittadini e il pubblico italiano, e che il suo boicottaggio di una conferenza stampa abbia senso, ecco solo questo la dice molto lunga. Così come il fatto che non ci sia uno dei convenuti celebri che non sia sulla breccia da millenni e non abbia accumulato fama e soldi in quantità strabiliante. Per non parlare del pulpito di Proietti, il set dei Vanzina, che confuta nei fatti la necessità stringente del finanziamento pubblico di cui si parla.

Eh, già, tu parli così, fai il figo del liberismo, fai l’americano, ma non sai. Io ne so abbastanza dei cartelloni pieni di monologhi al risparmio di questi anni; so dei comici di Zelig che impazzano ovunque perché costano poco e tirano pubblico; so che quelli che del FUS prendono le briciole arrivano al punto di chiudere e basta; so che chiudere vuol dire non lavorare più. Lo so. E so che è difficile, per chi ha fatto dello spettacolo la propria vita o il proprio lavoro.

Ma c’è un problema. Si chiama crisi. È quella del precariato, dei licenziamenti, della fine del mese. Quella lì. C’è la crisi, ergo non ci sono abbastanza soldi per tutto. E se la coperta è corta, come è ora, tra il teatro e gli asili, io esigo, non voglio, che un governo minimamente di sinistra pensi agli asili. Voglio che funzionino gli ospedali, che la giustizia ritorni a meritare vagamente la parola che la descrive, che gli stipendi per gli insegnanti capaci diventino dignitosi, che lo stato intervenga sulla società cominciando dove serve. Questo esigo. Perché le scarpe servono; il teatro no.

Certo, lo so, messa così sembra banale e demagogica, ma siamo arrivati a un punto in cui la crisi cambia la società. E a volte, come si dice spesso in questo periodo, la cambia in meglio. Perché fa cadere certi grossi rami secchi che, con la bella stagione, nessuno ha il coraggio di tagliare. Quante volte abbiamo visto provini di film in costume tratti da libri di autori italiani dell’Ottocento, con l’attrice vecchia che ha vissuto gli anni d’oro, i protagonisti giovani e fighetti, il nome del regista del tutto ignoto? Negli altri paesi questo non succede. Perché il cinema costa, e quando i soldi non li perde lo stato ma un produttore, poi quel produttore fallisce e non lavora più. E con lui non lavorano più lo sceneggiatore che è amico di quello, l’attricetta sfigata ma gnocca che è stata con quello, il regista immanicato, il belloccio della televisione che non ha mai recitato ma fa quella particina lì. Non lavorano più nemmeno le maestranze, che poco c’entrano con questi giri, lo so. Ma se c’è un ambiente in cui tutti hanno fatto i furbi troppo a lungo, a destra e a sinistra, è quello dei finanziamenti alle opere artistiche e culturali.

E negli altri paesi? Come fanno negli altri paesi? Anche negli altri paesi il teatro, la danza, la lirica ricevono finanziamenti pubblici. Come funziona? Semplice. Rendono conto. Ci sono delle commissioni serie, che non si riuniscono sulle terazze romane, che decidono a chi dare i soldi. E poi vanno a vedere gli spettacoli e giudicano, controllano il modo in cui i soldi dei contribuenti sono stati spesi. Sono commissioni costituite da giornalisti, storici, attori, registi, addetti ai lavori, persone che conoscono il mondo che devono giudicare, in un modo diverso da quello per cui la conoscenza è sinonimo di che te lo dico a fare. In Italia questo non succede. La produzione culturale è importante sotto mille aspetti, ma difendere oggi le posizioni acquisite in decenni di largheggiamenti e furbate è addirittura offensivo per il resto del paese.

E allora, come diceva Lenin, che fare? Per prima cosa il mondo dello spettacolo non sarà mai credibile finché dovrà aspettare che sia Baricco a dirgli che così com’è non va, che bisogna investire in altro, che bisogna rivedere i canoni della cultura popolare italiana, in assoluto e soprattutto nel caso in cui si parli di cultura finanziata. De Sica, Visconti e Toscanini vivono già nelle università di mezzo mondo e non devono essere tenuti in piedi a forza da un esercito di passatisti. Bisogna spendere quei soldi con serietà assoluta, e soprattutto con una progettualità che li trasformi in qualcosa di diverso da un assegno in bianco. Quei soldi devono diminuire, perché siano dedicati solo a chi per forza di cose deve vivere così, cioè chi insegna, chi sperimenta e chi ricerca, perché gli altri tornino a produrre cinema e teatro che interessi al pubblico, che parli alla società, come ai tempi di Sergio Leone, Dario Fo old school o Verdone (che cito per evitare la solita critica “allora avrai solo i Vanzina”). Voglio che si scannino sulle ripartizioni, che l’espressione “siamo artisti” esca dal vocabolario di chi lavora in quell’industria, e quei finanziamenti siano assegnati sulla base di valori chiari.

Vorrei, e mi piacerebbe proprio tanto, che qualcuno insomma capisse che grave è la situazione in cui siamo, non il taglio al Fondo Unico dello Spettacolo, che fa piovere i soldini nostri sui teatri; vorrei che fossero più di uno e che avessero l’arroganza dei rivoluzionari muniti di idee; vorrei gente che non cita Fellini, non guarda indietro, punta a mandare in pensione i direttori artistici e gli addetti alla cultura.

Sarei, per finire, molto felice se qualcuno tentasse, ancora una volta, di fare definitivamente fuori il chiaro di luna.

Ecco, se poi nessuno si volesse cimentare nell’impresa, non fa niente. Ma il polmone d’acciaio, a ’sto cazzo di chiaro di luna, io non lo pago.


Forse non ho capito il senso del messaggio. Due cose mi fanno pensare: il MinCul Bondi che non dice nulla, ma nulla di nulla per giustificare i tagli (e questo non è nel tuo post) e il “governo minimamente di sinistra”… Ecco. Capisco che ci sia e vivo quotidianamente la crisi. E’ psicologica, certo, e allora tagliamo dappertutto, agli asili (e allora c’è il boom delle famiglie che ospitano, dei mini asili da condominio), alla sanità, e lo vediamo, alla P.S., e facciamo le ronde che sono gratis.
Non ho mica capito questo, a quale governo ti riferisci, questo o quello che vorresti? Nel secondo caso siamo d’accordo. Ma allora, prima di un post così, non bisognerebbe aspettare almeno un po’?

il bello del temporale è che quando finisce tutto appare cambiato,gli alberi che resistono prosperano e quelli che cadono lasciano lo spazio ad altra vegetazione.la crisi, che subiamo tutti,ha come risultato il fallimento di alcuni ma anche la rottura dello status quo e delle rendite acquisite per usocapione.quindi quale sia il governo, o la persona che ha deciso il taglio, il poeta bondi è incommentabile, l’importante è che sia un’occasione di cambiamento. magari con meno soldi riescono a supplire con le idee, hai visto mai…

Bordone, due cose: primo, d’accordo sul fatto prima i servizi e quindi i vizi, ma questo non è liberismo (schif schif schif), è socialdemocrazia.

Secondo, cacchio t’ha fatto il chiaro di luna? Il chiaro di luna è una cosa bellissima. I futuristi, loro sì, sono da abolire.

Quelli italiani sono da sempre artisti di corte: ce n’erano diverse, di corti, sparse per la Penisola, e si vede che l’idea di dipendere dalle elargizioni del re, del granduca o del papa fa fatica a scomparire dalle teste dei nostri poeti.

bel post, davvero.

Vabbé, non posso che concordare, grossomodo, con la linea del post.
C’è solo un aspetto che non mi è chiarissimo: mi pare che troppi motivino certe scelte/priorità con la crisi. Certo, è una realtà innegabile e rilevante, nondimeno mi pareva che anche nel 1999, in pieno boom (per così dire), non è che fossero tutti “benestanti” in Italia.
Mi pareva quindi un discorso che vale un po’ sempre.

Urca. Leggere “Proietti dal set dei Vanzina” e poi “Carlucci” è decisamente troppo.

Non posso che concordare pienamente con Matteo.

[...] fonte:  Ci sono più cose di destra nella tua arte, Orazio, che in tutta la… posted under Documentari, Mediaset, News, Persone, Spettacolo, Sport, [...]

Anch’io voglio che funzionino gli ospedali, che la giustizia ritorni a meritare vagamente la parola che la descrive, che gli stipendi per gli insegnanti capaci diventino dignitosi, che lo stato intervenga sulla società cominciando dove serve. Anch’io esigo questo. Solo che per ri-ottenerlo, per riposizionare questi valori nel giusto posto della scala, non penso che servano le scarpe. Ma serve (anche) il teatro. Scusa se ci tengo a sottolinearlo, ma sono 10 anni che faccio il mio lavoro con questa convinzione. E ora, anche se a causa dei tagli il mio contratto non c’è più, spero di non dover sentirmi colpevole di fronte al genitore il cui figlio muore per un’appendicite o agli ultrà che vorebbero impiccare Spaccarotella (e poi ci mancherebbero anche i giornalisti che vengono ad intervistare tutti i lavoratori dello spettacolo a casa, per carità, il loro lavoro dovrebbe essere ben altro – a cominciare dai critici teatrali). Matteo, sono 20 anni che gli operatori chiedono che il sistema cambi. E l’unica risposta che ottengono è un nuovo taglio del FUS. E va bene, tagliamo ancora. Poi taglieremo gli asili perchè gli ospedali funzionino, e poi gli ospedali perchè non c’è più cibo, e poi il cibo perchè non tutti hanno l’acqua… Credimi, quello che dici è giusto. E’ che… è sempre stato giusto. Ora, tu e Baricco mi fate sapere cosa fareste di concreto? Grazie (a te soprattuto, perchè anche se mi hai fatto un po’ girare i coglioni, almeno ne parli con rispetto).

Secondo me se tagliano le province, invece che i teatri, i soldi ci sono anche per gli asili e gli ospedali e avanzano anche un po’ per i comuni. E ti assicuro che non è demagogia.

[...] Approfondimento fonte:  Freddy Nietzsche » Ci sono più cose di destra nella tua arte … [...]

ho lavorato nel teatro e nel cinema a roma per 4 anni. hai ragione. anzi ne hai troppo poca, di ragione.
il sistema del cinema-teatro è marcissimo, non può sopravvivvere così; non è giusto prima di tutto nei confronti di chi questo lavoro lo fa con passione.
mi disturba solo che tutti insorgano ora e non si siano mia fatti sentire prima contro il sistema mafioso che esiste da sempre.

torno schifata da una cena in terrazza romana e leggo il tuo blog perchè ho finito di leggere espiazione e non ho preso linus. la mia tesi sui finanziamenti alla cultura e la legge cinema and so on mi fece guadagnare otto punti all’esame di laurea, che alla facoltà di economia non sono pochi, e qualcosina me lo ricordo ancora. quel poco che ricordo mi fa essere d’accordo con te su tutto. in Italia non è mai esistita una politica sulla e per la cultura, pioggia di leggi inutili e disorganiche e soldi per l’amico dell’amico e tutto il resto che sappiamo. ma non credo che gli Andrè Malraux nascano s

ecco, sì, va bene. servissero ad uccidere il chiaro di luna e i parrucconi, io sti tagli li farei. ma il problema è che qui stan tagliando dappertutto, università per prime. e non è che le università poi le manda avanti de laurentis. io vorrei meno Barbareschi in piazza e più studenti sulle barricate

BAH, a me tra scuola come è OGGI quella di MAtera, e il TEATRO, forse darei SALVEZZA al teatro che è di PIU’ educazzione. O forse NO.
Il PUNTO è altro, caro SNOBS, ed è ERRORE di SBAGLIO tutto di chi con GLI occhiali non vede più le COSE.
NON è dire o SCUOLA o teatro il MODO del probblema. Perché a scuola e teatro c’è il BRAVO, il bravissimo e il PESSIMO.
Finchè NON capisci che le RESPONSABBILITA’ hanno NOMI E COGNIOMI, vabbè, ma dove minchia dobbiamo andare?
mi pari il SIGNIOR luciano che diceva: o gol o rigore.
Non è così la VITA. Può essere fallo di SIMULAZZIONE, come a volte le femmine nell’amore.
SE HAI gli occhiali, usali per vedere i colori, eccheccazzo.

comuqnue, ciao

Bordone: a dirti che hai ragione sarebbe troppo facile! Possibile che a nessuno venga in mente di commentare questo: il taglio è al FUS non ai teatri. Non è proibito mettere in piedi un qualche spettacolo, si tratta di tagliare i soldi pubblici che a quello scopo (ma a chi? Alle produzioni?) vengono stanziati. Ma all’estero come funziona? Il governo britannico sovvenziona i teatri del West End? Ed Obama supporta Broadway o i teatri off-Broadway? Ha senso finanziare i compensi stellari di un Pavarotti, Muti, Abbado… con denaro pubblico, perché altrimenti, con i soli biglietti, sarebbero a rivoltarsi il cappotto per l’inverno?

Dove devo firmare?

il sistema dei finanziamenti fa schifo, non rendono conto, tutto vero, verissimo, da cambiare. la soluzione non sono i tagli al FUS, ma maggiore serietà, lo dici tu stesso no?
ma sulla crisi hai torto. il governo non taglia sulla cultura perché non può fare altrimenti e vuole garantirci ospedali e asili, ma perché le priorità sono altre (queste, per esempio http://www.disarmo.org/rete/a/29607.html. la fonte è l’unità, tendo a fidarmi).
è un problema di organizzazione e ripartizione delle risorse, su. il cinema costa, come dici giustamente, ma in alcuni altri paesi si produce non perché non ci sia la crisi ma perché sono meglio organizzati e rispettano davvero la cultura. (per esempio guarda le cifre francesi qui http://cineuropa.org/countryprofile.aspx?lang=it&documentid=62866 e poi confrontale con quelle italiane)

Dici talmente tante cose che è ovvio che alcune siano cazzate.
Perché dire “il sistema del finanziamento pubblico così com’è fa schifo, bisogna cambiarlo” è sacrosanto, mentre dire “tagliamo i teatri per finanziare gli ospedali” è una stronzata fuori dal mondo dal punto di vista prettamente di bilancio (fa’ un po’ di conti e vedi se è paragonabile), giusto la demagogia contro il “culturame” che ha visto schierati da quella parte Goebbels, Scelba e Calderoli.

Così come è sacrosanto dire che i finanziamenti non li deve prendere Proietti ma la Societas Raffaello Sanzio (che ho visto recentemente), ma è una stronzata dire che i giornali non devono sentire Proietti, perché, che le star vadano sui giornali a propagandare le cause che in realtà riguardano soprattutto i truccatori, si chiama semplicemente solidarietà di categoria, e meno male che c’è.

Se gli spettatori diminuiscono, evidentemente:
- gli spettacoli sono brutti; e/o
- gli spettacoli costano troppo; e/o
- la politica sugli eventi artistici non funziona; e/o
- la promozione non funziona; e/o
- varie ed eventuali.

In questa ottica la riduzione del FUS non ha assolutamente importanza.

Questo è lo stesso discorso di Baricco. Però, permettimelo, lui lo diceva meglio.

Bé anche il discorso di Baricco era lo stesso di tanti altri. Acqua calda, non crederemo mica che fosse altro. Peraltro, ad esser pignoli, il fatto che abbia fatto tanto rumore e si parli tanto del “discorso di Baricco”, come fosse una cosa originale, farebbe anche un po’ irritare.
Però, qualunque sia il motivo, va dato il merito allo scrittore di aver attecchito anche in ambienti in cui a certe logiche si era fino a ieri un po’ sordi.

Penso che la meritocrazia non sia un cocetto astratto ma un’esigenza viscerale da applicare di continuo in ogni ambito creativo. Esiste il mondo dell’ingegno artistico e quello economico-produttivo. Questo nello spettacolo, teatro o cinema che sia. Per anni si è assistito ad un lancio nella cloaca di denaro pubblico per finanziare l’assenza semitotale di idee nel cinema. Era un cinema di passaggio fra il vecchio e il nuovo, fra Fellini e Garrone, per capirci. Esisteva ed esiste una legge cinema ed un fondo di garanzia che nel periodo del passaggio continuava a funzionare (o veniva fatta funzionare) a prescindere dall’assenza di riscatto creativo dei registi, dei produttori, degli sceneggiatori, etc..non è stato un bel momento. Nel frattempo il mercato ha cominciato ad incalzare e la tv commerciale pure. Il cinema da consuetudine sociale si trasformava in un “che facciamo stasera?” sperando in un’ alternativa esterofila, i numeri ai botteghini crollavano e i doppiatori tornavano ad arricchirsi nell’epoca della presa diretta. Gli esercenti schiumavano e i distributori si cacavano addosso, i produttori aprivano e chiudevano società nello spazio di un film rastrellando production fee dopate da trasformare in immobili sull’Aventino. La fine del cinema. Confido che ad oggi la situazione stia cambiando, le commedie sceme e i filmoni d’autore riemergono dal passato e i numeri sugli incassi del cinema italiano ricominciano ad evere una certa credibilità. Il Fus destinato al cinema è sempre esistito da quando esiste la legge sul cinema assistito, idealmente fondamentale per non avere un paese schiacciato da racconti omologati per un pubblico già abbastanza rincoglionito dalla tv commerciale, concretamente facciamone buon uso. Un buon uso è legato alle idee, le idee sono legate alla necessità di raccontare, la necessità è legata dal saperla concretizzare, la concretezza è legata alla conoscenza degli strumenti, la conoscenza è legata al merito, il merito è legato al sapere interpretare i tempi e i modi, i tempi e i modi sono l’attualità. L’attualità sono i giovani. Gli infanti sono un’altra cosa, tipo i vecchi pigri dipendenti dal catetere del potere.

Ero a metà e ho pensato la mia solita banalità: ma il problema non è l’ammontare del fondo ma come viene speso… e ovviamente subito dopo proprio di questo si parlava.
Cioè, la Scala di Milano ha bisogno di finanziamenti tanto quanto i teatri sperimentali o la lirica di provincia(per fare un esempio)?
E poi appunto, quando certi personaggi si mobilitano io divento subito un po’ sospettosa…

che la sovrabbondante e dinastica societas raffaello sanzio cominci a dedicarsi alle quotidiane fatiche, siano esse agricole o impiegatizie, non mi sembra proprio questo gran male.
Approvo.

up patriots to arms…engagez-vous… (anche se oggi ascoltavo gommalacca, ma cmq…)

ci sono realtà che sopravvivono senza alcun finanziamento del Fus… alcune sono completamente autofinanziate, basate sul lavoro volontario… realtà che mantengono la loro autonomia e cercano anzi sempre nuovi modi per rimanere a contatto con la realtà, con un pubblico giovane, per perseguire un progetto culturale originale… più che dei soldi del fus queste realtà hanno bisogno di spazi, di attrezzature, di permessi (tipo ad esempio non dover spegnere la musica alle 23.30)… il fus che se lo mangino tra loro quelle 4 cariatidi del teatro ottocentesco (mi spiace per la raffaello sanzio ma tanto loro mi sa che ne prendono davvero pochi in confronto) + le 2670 bande di paese che fanno la vera cultura di questo paese :-(
poi ti incontri con altri 30 centri culturali sparsi in europa e scopri che i governi locali e nazionali offrono spazi e soldi, ma chiedono una rendicontazione seria dei finanziamenti, non vogliono sapere solo quanti spettatori son venuti, ma che tipo di risultati hanno prodotto le varie iniziative sul territorio, come ha risposto la società, se i giovani sono stati coinvolti… in slovacchia cultura non significa creare una fondazione (ahimè), ma utilizzare un ex stazione dei treni per creare un teatro che offra spazi di aggregazione e di formazione soprattutto ai giovani… e di divertimento pure, non quello dello spritz all’happy hour, ma quello dell’incontro e dello scambio con gli altri (per poi andare a bersi uno spritz insieme ovvio!)…
se vi interessa conoscere qualcuno di questi centri http://www.teh.net/

La prima volta in cui l’espressione “che fare’” compare nella storia moderna è nel titolo di un romanzo di Cernyshevskyi, Lenin viene dopo.
Tutto poi sarebbe giusto se il giorno dopo non sentissi dei 200 mln destinati al cosiddetto piano casa, l’orgasmo dei palazzinari.

Come già LucaP aveva fatto notare, il problema non è solamente quello dei tagli, è come vengono investiti i soldi risparmiati. Da collega mangiapreti, ad esempio, vorrei ricordati questo: http://www.corriere.it/cronache/08_dicembre_05/cei_scuola_mobilitazione_governo_59e1ed96-c2ad-11dd-8440-00144f02aabc.shtml

Premesso che io il FUS lo abolirei o quasi, e che quindi non mi preoccupano le intemperanze di Proietti e Vanzina, non posso non dirLe che la frase “Perché le scarpe servono; il teatro no” è una delle affermazioni più banali, populiste e stupide che abbia mai letto da tempo. Intanto i due elementi hanno molto poco in comune. E poi di scarpe ne servono veramente solo un paio per volta, visto che di piedi ne abbiamo due, e se sono scarpe buone durano. Avrebbe quindi dovuto scrivere: “un paio di scarpe serve, un teatro no”.
Ma poi il teatro, non serve a qualcosa anche quello? È un luogo in cui chi ha un paio di scarpe potrebbe avere voglia di andare, chissà… Certo, uno spettacolo dura molto meno di un paio di scarpe, ma per produrlo servono tempo, denaro e risorsa umana. Ed una volta che si è visto? Alcuni vorrebbero vederne uno diverso, e giù a consumare le scarpe in giro per raggiungere teatri, cinema e luoghi vari…
Ecco quindi a cosa serve il teatro, è un modo come un altro per consumare un paio di scarpe e quindi serve anche per poter poi dire: “le scarpe servono”

Ho piacere.

veramente intelligente. sono così d’accordo su tutto che mi fa impressione…

sul post di bordone… i commenti che seguono non li ho letti