lunedì 3 agosto 2009
Umano, troppo umano
L’altro giorno è morto uno in spiaggia. L’hanno coperto e hanno aspettato che arrivassero a prenderlo, e intanto la gente è stata lì. Non lì vicinissimo, intendiamoci, almeno non tutti, ma lì sulla spiaggia. Poi se uno fa una foto con il teleobiettivo sembra proprio che la vecchia tiri fuori l’anguria a un metro dal cadavere, ma non è mica vero: è una bugia. E invece fanno vedere la foto così e allora viene automatico sottolineare questo e quello, vedere la ciccia, vedere la crema solare, vedere i frigobar accanto al morto. Che mostri siamo diventati, che creature senza valori, che roba avvilente, che sconcerto!
Ogni tanto si ripete questo fatto – in genere si muore sempre, e d’estate si è spesso in spiaggia – ma quello che accade è che esce sempre lo stesso articolo. Addirittura questa volta, in un pezzo even magriser than the real Magris, si cita Ungaretti, si parla di gambe larghe stese al sole, rotoli di ciccia, dettagli del genere (una di Sports Illustrated con l’interno coscia affilato sarebbe stata molto meglio, per dire, più elegante).
Il concetto è sempre che noi siamo piccoli e volgari, anestetizzati e insensibili, e la morte è maestosa, e livella, e tutti spazza via con la sua cogente verità (cogente l’ho scritto apposta). Ora, se ne è discusso un po’ sul social network FriendFeed, e un po’ dell’indignazione dell’articolo del Corriere che raccontava il fatto mi è sembrata condivisa. Allora ci ho pensato un po’. Ecco quello che mi è venuto in mente, in ordine sparso.Ovviamente alcuni saranno andati via dalla spiaggia, ma quelli non ci sono perché sono andati via. Altri, per imbarazzo, indifferenza, cattiveria, distacco, sono rimasti lì, a una certa distanza. Quello che l’articolo e le indignazioni simili pretendono dalla gente è il rispetto, no? Rispetto. Cosa sia il rispetto è difficile da stabilire con certezza. È l’adesisone ad alcune regole e riti sociali, oppure deve essere più uno stato d’animo individuale, o un sapiente misto dei due? Più facile cercare di capire cosa non sia il rispetto, come non si esprima. Il rispetto non si esprime andando via, in genere. Il rispetto, come il riguardo, prevede, anche dal punto di vista etimologico, un’osservazione, uno sguardo che si sofferma, che condivide spazio e tempo. Togliere il saluto, girare la testa dall’altra parte sono mancanze di rispetto; guardare, almeno da un punto di vista teorico, è meglio. Non in questo caso, però. Il che è strano. Per ipotesi, se tutte le persone avessero lasciato la spiaggia, e il corpo fosse stato portato via solo da chi di dovere, nel deserto sociale di una spiaggia vuota, quella sarebbe stata una manifestazione collettiva di rispetto. Il che – provate a immaginare la scena – è proprio un po’ privo di senso.
Molti ti chiedono: «Ma tu saresti rimasto lì?» E il punto è nell’idea che quello che sentiamo noi sia giusto; che la nostra ritrosia, il nostro disagio siano una reazione corretta a un evento eccezionale (almeno per il contesto), siano dimostrazioni di un rispetto molto colto e elaborato. In realtà i giornalisti, gli intellettuali, così come molti di quei bazzicatori della rete di cui faccio parte, non sono la società, ma ne sono una fetta. Sono il paese reale? Sono gli altri il paese reale? Il paese reale non esiste: è un mistofrutta di tutto quello che c’è in un paese, una specie di media, sia chiaro, non in senso numerico. Con la media numerica l’India non sarebbe indipendente e la pedofilia non esisterebbe, per dire. Il paese reale è un concetto, un insieme molto delicato, da prendere con le pinza, e da non sbandierare troppo (“Figurati se gli americani fanno vincere un nero”).
Il problema, tornando a noi, è che andarsene via è una reazione possibile, ma fredda, imbarazzata, goffa. Molta gente ha un altro rapporto con la morte più vero, più normale di quello mio e (credo) di molti di voi. Io la morte la vedo ferma, lontana, incomprensibile. Altri, magari anche con le loro curiosità, vedono il morto come vedono il vivo col cotone negli slip che fa avanti e indietro sul bagnasciuga; stanno accanto al morto come si sta accanto alla tedesca tettona che prende il sole in topless; si spalmano la crema come te la spalmi anche nei giorni di pioggia, per fare; vogliono guardare con la naturalezza con cui i bambini chiedono «Perché non ha una mano?» a un barista amputato.
Il morto è uno di noi fino a un minuto prima. Poi è morto e cambia tutto, dobbiamo andare via, pensare che il divertimento nostro offenda lui o la sua memoria. Travestiamo da rispetto la nostra inettitudine, simile ma diversa rispetto a quella di chi sta lì. Davanti a queste cose credo che il religioso e il laico non differiscano poi molto. È una questione di sensibilità personale e di orizzonte culturale, inteso in termini molto ampi. Ma penso che sbirciare di nascosto, volerlo vedere, sentire il desiderio da freak show, sia un modo per reagire alla morte di una persona su una spiaggia, certo diverso da quello di chi resta scosso (o anche solo legittimamente schifato) e se ne va: nessuno dei due è più rispettoso o maturo, ma uno è più caldo e l’altro è più freddo. Non ce n’è uno di destra e uno di sinistra; uno popolare e uno aristocratico; uno di Milano e uno di Forcella. C’è che dipende da come sei fatto tu, da come è fatta la tua vita, da come reagisci e da cosa butti fuori.
Quando si suicidano sotto la metropolitana nessuno dice vado a piedi per rispetto, ma tutti sbuffano e guardano l’ora. Spiace, ma non viene da scrivere un articolo scandalizzato. Spalmarsi la crema è volgare davanti alla morte, mentre andare in ufficio è nobile? L’horror e il porno, il sesso e la morte, tutto quello che riguarda il corpo è un po’ un casino per noi che viviamo in una civiltà di matrice cattolica. Quindi pensiamoci tre volte, prima di giudicare cose del genere, ché ci hanno detto tutto e il contrario di tutto a riguardo. E non abbiamo mica mai capito tanto bene quello che si deve e non si deve fare.
Guarda, i miei due centesimi (o due penny) sono che se fosse capitato in Inghilterra si sarebbe parlato di “Dunkirk spirit” o “Blitz spirit”, e sarebbe suonato tutto molto cool.
Omaggi dalla terra d’Albione.
scritto da restodelmondo lunedì.03.08.09 03:11
Meglio l’indifferenza o la morbosità dei “curiosi da incidente autostradale”? Sono avverso alla “sindrome da partecipazione”, che sia una festa o un lutto, un evento di massa o di nicchia. L’importante è partecipare, farsi notare e possibilmente averne le prove da mostrare al mondo intero.
Da qui a giudicare anormale chi vive le più diverse situazioni in silenzio, senza esternare il proprio stato d’animo, il passo è relativamente breve.
scritto da EvilFerro lunedì.03.08.09 08:51
secondo me, ma solo secondo me, a quel signore che era morto faceva piacere se la gente restava lì, a fargli compagnia. ciao eNZO
scritto da gladys lunedì.03.08.09 09:06
pare che i religiosi siano generalmente terrorizzati dalla morte molto più dei non religiosi.
scritto da Francesco lunedì.03.08.09 09:36
se tutti, ‘per rispetto’, si fossero allontanati dal cadavere, i giornali avrebbero titolato: ‘muore in spiaggia e viene abbandonato da tutti: nessuno si ferma’ o roba simile.
qualsiasi cosa fai c’è sempre un articolo di giornale pronto a scandalizzarsi.
scritto da ena lunedì.03.08.09 11:30
E figurati gli articoli: “Muore in spiaggia: lo abbandonano e se ne vanno a predere un gelato da un’altra parte!”
scritto da Camillo lunedì.03.08.09 11:31
Allora cerchiamo di mettere in moto gli organi che a noi vivi funzionano. lasciamo decidere loro cosa è giusto fare e cosa no. Più che rispetto, io userei il termine sensibilità: ti viene la pelle d’oca? Il cuore batte più forte? gli occhi non vogliono vedere? un accenno di nausea?.
Sensibilità nel senso di chiedersi: cosa senti fisicamente innanzi a un corpo inerte disteso a pochi metri da te in spiaggia?
L’orizzonte è del mare, il nostro è confinato nel corpo.
scritto da ann lunedì.03.08.09 15:11
Articoli e post sul tema dell’esperienza della morte dovremmo vederne più spesso, credo. Magari scritti in questo modo, senza volerci inserire per forza i vari Heidegger o Philippe Ariés.
Tu di lavoro dovresti scegliere le illustrazioni delle copertine dei libri, comunque. Fenomenale.
scritto da chicagoplumber lunedì.03.08.09 16:07
Beh, a me è capitato di essere in una spiaggia dove è morta una ragazza, 10 anni fa circa, a Hurgada.
Prima del rispetto viene l’ansia di non sapere che cosa fare, correre in giro e chiedere in lingue diverse se c’è un dottore. Poi salta fuori il dottore ma è troppo tardi, la ragazza viene coperta e messa in un angolo della spiaggia, aspettando l’analogo dei Carabinieri o della Guardia Costiera che la portino via.
Lì per lì non è nemmeno una questione di rispetto che ti passa per la mente, la prima cosa che ho pensato io è stata piuttosto egoisticamente che per fortuna non era successo a me. Poi c’è una specie di ansia collettiva da esorcizzare, ognuno racconta la sua versione dei fatti, cosa ha visto, cosa avrebbe fatto, cosa è andato storto.
Poi ognuno torna ai fatti suoi, ogni tanto guardando da lontano il corpo coperto. In tutto questo c’è più o meno rispetto dell’essere andati via?
scritto da Valeria lunedì.03.08.09 19:37
[...] http://www.freddynietzsche.com/2009/08/03/umano-troppo-umano/ Condividi: [...]
scritto da Umano, troppo umano | Napoli onLine lunedì.03.08.09 22:48
Ma quando qualcuno si becca una denuncia x omissione di soccorso il punto importante è solo che c’era uno ad avere bisogno e quello se n’è andato? O che a cagionare il danno è stato proprio lui ad esempio in auto? Non c’è anche una componente di indifferenza alla situazione? Voglio dire: quella che è omissione di soccorso quando uno è ferito diventa rispetto appena è morto? Oppure bisogna restare e pregare in ginocchio vicino al morto? Ma finito di pregare ti alzi, ti giri e ti ritiri, in modo che in quel momento ti facciano la foto a cui aggiungere: “la gente ad un metro volta le spalle alla vittima”?
A me il morto in spiaggia nell’indifferenza generale – ormai un piccolo classico dell’estate – sembra una considerazione senza nè capo nè coda.
scritto da LeMacine lunedì.03.08.09 23:03
Quindi per te l’ottimo sarebbe stato rimanere in spiaggia, ma in silenzio, con garbo, niente crema e racchettoni? Non so. Io sarei andato via. Non per schifo però. E al funerale non avrei applaudito, per dire.
scritto da Gambero lunedì.03.08.09 23:22
Il tuo socio scrisse una cosa sull’argomento, un anno fa:
http://www.wittgenstein.it/2008/07/25/va-a-sapere/
Notevole l’uso della formula “non assolvo ma non accuso”: sofrier than ever.
A me infastidisce la facilità con cui si assume la posa di chi ritiene di appartenere ad un’umanità superiore, senza nemmeno provare ad intervistare, a chiedere. Quelle persone sedute sulla sabbia avranno un loro punto di vista, ma i quotidiani a caccia di notizie ad effetto, quando manca la notizia (un morto in spiaggia non è una notizia), si accontentano dell’effetto, che è quello fornito da un’ottica (fotografica) che più maliziosa non si può.
scritto da enea martedì.04.08.09 09:40
C’è una sola scena che non immagino, su quella spiaggia del lungomare di Napoli, la mia città. Che dopo aver tentato di salvare l’uomo che annegava al largo (e dunque già il tema “indifferenza” s’ammoscia), su un lettino o su una sdraio salisse un Masaniello, un capopopolo d’acqua salata, per dire: jammo belle, guagliù, basta, mo’ ce ne turnammo ‘a casa.
scritto da ottanta/cento martedì.04.08.09 10:26
magari qualcuno avesse recitato un requiem
scritto da Alberto Lupi martedì.04.08.09 11:25
Ciao Matteo.
La tua è una considerazione interessantissima, l’unica cosa che posso aggiungere è che l’autore dell’articolo del Corriere ha citato tre volte Google e ancora non ho capito perché.
scritto da Marpo martedì.04.08.09 13:26
PS. sono andata a rivedermi ‘week-end col morto’, colpa tua matteo.
scritto da ena martedì.04.08.09 13:38
buona estate, eNZO
scritto da penelope martedì.04.08.09 14:40
Io faccio sempre questa considerazione. L’articolo è scrittoda un giornalista in ferie che sta trascorrendo le sue uniche due settimane di svago o da un suo rancoroso collega chiuso in una deserta redazione milanese. E che dire dei fotografi dei quotidiani che sul morto ci lavorano.
Quando qualcuno ruberà le ciabatte e il costume al morto fatemi un fischio e si può riparlare dei mali della società
scritto da Morgan Cagossi mercoledì.05.08.09 15:52
Odio i rallentamenti in autostrada “per curiosi”, non guardo i telegiornali ma scelgo i quotidiani online per poter evitare la morbosità della cronaca nera….questo per spiegarvi chi sono. Ma in quell’occasione sarei rimasta,e non come curiosa, ma come persona pietosa, nel senso della Pietas virgiliana. Nel senso che se io resto, resto per umano dolore. Sto parlando solo per me.
scritto da Fra giovedì.06.08.09 09:02
Ottimo l’esempio del suicidio in metropolitana.
Quante volte avete sentito dire “ma proprio sotto il treno della metro doveva buttarsi? ma non ci pensa questi ai danni che arrecano?” come se un suicida si facesse di questi problemi…
Esatto, cosa è giusto fare in queste situazioni? Io me lo chiedo sempre.
Come quando muore qualcuno nell’azienda in cui lavori e tu non l’hai mai visto, non ci hai mai lavorato, a malapena avevi sentito il suo nome.
E intorno a te tutte facce contrite che parlano sottovoce di come è morto, di quanto tempo è stato malato, e quanti anni aveva e se lasciava figli… tutti per dimostrare di “partecipare”, e tu che invece non stai lì a fare la “comare” e vedi la cosa come una cosa della vita (le persone si ammalano, muoiono, perchè in un’azienda di migliaia di persone non dovrebbe succedere) passi per insensibile.
Insomma, è più rispettoso uno che si mette a parlare della cartella clinica di un perfetto sconosciuto appena morto?
scritto da Nandina giovedì.06.08.09 09:52
Matteo,amo leggere il tuo blog.scrivi meravigliosamente ed in particolare questo post l’ho trovato molto bello.
scritto da valeria senese lunedì.10.08.09 11:31
Mi sembra sia stato Dario Fo, ma non ci giurerei, a dire +o- che “ci si scandalizza solo dei propri pregiudizi”.
scritto da Mark lunedì.10.08.09 14:07
tre veloci considerazioni…
1. il suicida nella metro provoca una noia, un danno, un ritardo in tutti quelli che sono lì e per questo lo si maledice
2. il suicida nella metro non ce l’hai sotto gli occhi
3. restare o andare? io direi restare, magari allontanandosi di qualche metro per rispettare il dolore dei familiari e amici del morto
scritto da antoine domenica.23.08.09 20:18