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venerdì 13 novembre 2009

I cattivi siamo noi


mishima3Quando sono andato in Giappone, tre estati fa, era appena successa una cosa che aveva sconvolto un po’ tutto il paese. In particolare aveva colpito la comunità dei gaijin, gli stranieri che stanno in Giappone, e in particolare quelli di Tokyo, che spesso si mantengono insegnando inglese. Gli amici di Flavio (quello che tiene qui la rubrica Kemuri) erano sotto shock. Una ragazza inglese di ventidue anni, che loro conoscevano, era stata ammazzata a coltellate da uno studente. Si trattava di un omicidio particolarmente grave per diverse ragioni. Per prima cosa il Giappone è il paese del mondo ricco dove si commettono meno reati in assoluto, e un omicidio non è cosa che passi inosservata. Poi c’era il fatto della ragazza straniera, a Tokyo per insegnare inglese, che viene uccisa da uno studente a casa sua: una forma di violenza nei confronti di chi si fida, va inopinatamente a casa di un suo allievo, e viene tradita nel più assoluto dei modi. Infine il tizio aveva abbandonato il cadavere nel proprio appartamento, dandosi alla macchia. La polizia brancolava nel buio.
La sera, al telegiornale NHK, c’erano interviste ai genitori della ragazza. La famiglia era venuta in Giappone per fare chiarezza, e le loro testimonianze spaccacuore erano vissute da tutti, tutti, come un dramma. Gli appelli all’assassino perché si costituisse erano continui. La polizia ripeteva che sarebbe stato catturato, con sicurezza assoluta. Le fotografie di questo tizio erano ovunque, per strada e in tv, ed era implicito che chiunque l’avesse visto avrebbe subito chiamato la polizia. Non essendo ancora stato trovato dopo un certo tempo, il ragazzo era dato da molti per suicida. Non è possibile, pensavano i giapponesi, che la passi liscia. Qui gli assassini vengono sempre catturati. Le mogli, le madri, i figli, se non i vicini, prima o poi scoprono quello che è successo e li denunciano.
Nel frattempo sono successe un po’ di cose nella mia vita, quindi mi ci sono un po’ distratto. Non ho più pensato alla ragazza morta né al ragazzo assassino scomparso. Finché, l’altro giorno, non ho battuto le mani spontaneamente, ho sorriso davanti alla notizia della cattura dell’assassino. Una cattura romanzesca e insieme semplicissima.
Al porto di Osaka, la città meridionale dove la gente è calda e ti tocca, la Napoli del Giappone, il luogo dove l’apparente ritrosia nipponica è confermata da un’eccezione manifesta, un cittadino crede di aver visto il ricercato, di cui recentemente sono girate nuove foto. Le foto sono state diffuse da un chirurgo plastico, che ha operato il ragazzo, ma non ha accettato il compromesso della connivenza. I lineamenti dell’assassino sono decisamente cambiati rispetto alle prime immagini, e quello non è stato il primo intervento cui si è sottoposto negli ultimi due anni di latitanza e fuga. Prima che arrivi la sua nave diretta ad Okinawa (propaggine più meridionale dell’arcipelago giapponese, dove spadroneggiano coppiette in viaggio di nozze, militari americani e Hattori Hanzo), la polizia di Osaka si presenta al pontile e chiede al giovane se sia Tatsuya Ichihashi. L’assassino di Lindsay Ann Hewker risponde di sì, e il paese intero tira un sospiro di sollievo.
Che un popolo bracchi e denunci collettivamente un assassino, assumendosi la responsabilità e la vergogna sociale di quello che un proprio concittadino ha commesso; che il latitante non possa nemmeno scendere al mercatino sotto casa a comprare il latte senza rischiare di essere riconosciuto, e sia costretto a rifarsi i connotati, non per paura di un clan rivale, ma del vicino di casa; che la cattura sia vissuta come un momento di giustizia che riguarda tutti: tutto questo mi ha fatto pensare a noi, a come vanno le cose della giustizia in questo paese, a quanto ci riguarda quello che fanno gli italiani in Italia.
Mi è venuto, insomma, il dubbio che eventi del genere nel nostro paese siano percepiti come una forma di giustizialismo, di forca in piazza, di intromissione delle persone comuni in un ambito che riguarda solo le istituzioni. Forse sarà il cristianesimo, quello per cui un assassino sconosciuto debba essere prima una persona che un killer; forse anche il fatto che quello che siamo, quello che vogliamo noi italiani è sempre riferito a sé, e difficilmente a noi. Fatto sta che magari non ho i mezzi per analizzare questa sensazione in maniera più organica, ma mi pare giusto, più giusto, che un assassino sia per la gente un assassino prima che un uomo. È al contrario lo stato che lo deve considerare un cittadino, garantendogli tutto quello che il sistema penale prevede. Ma odiarlo, disprezzarlo, sentire su di sé il ribrezzo e la paura individuale e collettiva per quello che ha fatto è sano. Una società fatta così — attenzione che la gran parte dei paesi del mondo si comporta in questo modo, e siamo noi a fare eccezione — è una società più giusta, solidale e responsabile. I cattivi, insomma, siamo noi.

PS – Ai genitori di Lindsay Hawker, che in questi mesi non hanno mai smesso di lottare, nessuno farà mai domande che contengano la parola “perdono”.


proprio oggi m’è capitato di rivedere le immagini dell’omicidio a Napoli ripreso da una telecamera, quelle che mostrano l’esecuzione e l’indifferenza, spero solo recitata per paura, di chi si trovava lì.

nel mio piccolo ho avuto il coraggio di testimoniare volontariamente ad un processo di omicidio riconoscendo in aula l’asassino ma più delle notti insonni per la paura mi ha fatto male non ricevere nemmeno un grazie dalla famiglia della vittima…
chiaramente non ho usato la mia vera mail

Meraviglioso. Applausi. Sei più intelligente di Sara D’Incal.

non so, non guardo molto i telegiornali quindi potrei sbagliare, ma ricordo l’ episodio di uno stupro in cui il/i colpevole/i, di nazionalità rumena, rischiarono il linciaggio. forse era la nazionalità, ahimè, la ragione di tanta rabbia. è vero che la reazione del popolo giapponese che racconti è fondamentalmente sana, ma ricordiamoci che le violenze familiari (non parlo di stragi o gesti estremi, che pure sono in aumento mi pare) sono un problema sempre attuale qui da noi; non vorrei che, in italia, il vicino di casa che prova vergogna per il gesto di un concittadino e applaude alla sua cattura sia poi lo stesso che picchia la moglie a casa, semplificando brutalmente.
sarebbe interessante avere i dati del giappone, per un confronto.

Da noi questo avviene sotto forma di ronde. Che è una terza via tra il “se” italiano, e il “noi” giapponese: è il “loro” leghista.

Grazie Matteo, avevo letto la notizia ma non avevo ri-collegato. Anche io mi ricordo del bailamme a Tokyo dopo l’assassinio…

Secondo me gli italiani neanche si pongono il problema del giustizialismo o della forca in piazza. Non hanno neanche fiducia nelle autorità, sicchè…
Credo che la situazione sia peggiore, cioè che per la maggior parte degli italiani è normale pensare “ci penserà qualcun’altro”.
Possiamo constatarlo in ogni minima cazzata, nessuno mai si prende la briga di fare qualcosa di socialmente responsabile hanno sempre il timore di rimetterci qualcosa.

http://toomuchhappiness.com/mp3/BirdBee_LoveLetterToJapan.mp3

Mah, si sa che noi Italiani non abbiamo sviluppato il concetto del “noi” quanto quello dell’”io”. Abbiamo la casa pulitissima ma mettiamo la spazzatura sul pianerottolo. Ci sono infinite spiegazioni storiche e/o sociali per questo. Poi c’è la grossa questione della matrice cattolica, del perdono, che gli anglosassoni, pur cristiani, non hanno. Ignoro però le caratteristiche della religione giapponese. Ma, a spanne, non scommetterei che si parli molto di perdono…

io credo, più che altro, che in Italia ci sia una particolare concezione di cosa sia grave e cosa non lo sia… uccidere è grave per tutti, ma non grave come stuprare… rubare è grave a seconda di chi sia il derubato… e poi non va dimenticata la nazionalità del criminale, ovviamente…

Detto questo, ho l’impressione che un assassino sarebbe braccato da tutti anche in Italia… un assassino “comune” intendo, non certo un mafioso latitante…

no aspetta, però. questo era in fuga per due anni e mezzo, ha trovato pure i soldi per farsi operare più volte,…sarà che sono italiana, e quindi ricollego tutto a noi, ma non mi pare che i vicini, i genitori, etc etc, si siano precipitati a consegnarlo alla giustizia, per dire. insomma in due anni e mezzo questo sarà pur stato da qualche parte. non è che banalmente, l’erba del vicino ci sembra sempre più verde????

il giappone sara’ lontano, ma le persone funzionano (piu’ o meno) allo stesso modo a prescindere da dove provengono.

molto probabilmente lui ha provato a metterglielo in mano, lei s’e’ messa a ridere perche’ i giapponesi hanno il cazzetto (lo sanno tutti) ed allora s’e’ vendicato. per la vergogna e’ scappato altrove. film gia’ visto. forse entro l’anno lavorera’ in francia alla radio (i francesi sono bohemienne, la fan lavorare ’sta gente).

Grazie. Mi sento meno solo da stamattina.

“intellettuale di colore” non voglio fare il bacchettone, ma dell’umorismo grossolano come il tuo riguardo questo caso è assolutamente fuori luogo, è assurdo che in ogni occasione certa gente non può fare a meno dall’astenersi da questa tipica imbecillità della serei “devo fare un commento figo a ogni costo”. vivo in Cina e conoscevo già il caso, mi ha fatto riflettere molto. pur se da una visuale limitata penso che la situazione sociale qui sia molto lontana da quella giapponese, forse pure più vicina a quella italiana.

Tu dici che vivendo come collettivo il senso di colpa e vergogna per un gesto efferato di un singolo, si ha una società più giusta, solidale e responsabile.

In Italia però ci sono tre Stati, tre società: la Chiesa, la mafia/camorra, lo Stato. Gruppi solidali all’interno, non all’esterno. Per questo forse é difficile un concetto di mente e ideali “comuni”.

Ho detto una boiata? Non so, il discorso é un pò complesso. Ci sarebbe da considerare anche un altro aspetto, quello storico, per esempio. L’italiano ha vissuto più un’evoluzione di tipo economico che culturale dal dopoguerra in poi, ne parla Pasolini in Lettere Luterane.

Ciao,
LL

ad esempio il cristianesimo non c’entra una mazza. No ?

@Ena: ma che cazzo c’entra?

@Enrico: Ciao Enrico, dici a me, per il mio commento? Provo a risponderti.

Se si parla di società nel suo insieme bisogna considerare tutti gli aspetti e le variabili possibili del caso.
Io considero la Chiesa in questo caso in cui si giudica una cultura, un popolo, una comunità perciò una pluralità di persone, perché influenzati dal suo pensiero, contrariati molti di noi dalle sue lotte ma anche e sopratutto dal suo cattivo esempio.
Per proteggere i suoi interessi si é allontanata dal popolo e la fede oggi vive una gran crisi. E chi gli crede più? Non solo, tanti strumentalizzano i precetti religiosi interpretandoli come più gli pare.

Anche se il Cristianesimo ci vuole più buoni umili e degni di sacrifici per una redenzione futura, la Chiesa con la sua mentalità ipocrita e vecchia ci rende il contrario e, di certo, non un popolo unito sotto l’aspetto religioso.

no veramente mi riferivo a bordone:
“quello per cui un assassino sconosciuto debba essere prima una persona che un killer”

Lui non lo scrive, ma l’argomentazione fa sottointendere che il cristiano vede il killer come figlio di dio –> solo dio puo’ giudicarci –> non lo denuncia –> il cristiano e’ omertoso (vabbe’, in maniera un po’ grossolana comunque ci siamo capiti).

Se e’ effettivamente questo quello che mb intendeva dire, buttando li’ che “forse sara’ il cristianesimo”, ribadisco che il cristianesimo (quello di date a cesare quel che e’ di cesare) non c’entra proprio.

Enrico, stiamo al gioco. Bordone aveva voglia di fare il nicciano con la katana in mano e dare una bottarella al cristianesimo. Prendiamolo per il culo a nostra volta e finiamola li, senza lezioncine e discussioni con i paroloni. Per esempio, se dici a Bordone il nicciano con la katana in mano ti ricorda Buttafuoco (di sinistra) stai sicuro che a casa sua sono pianti, urla e calci ai mobili. Poi sul blog finge di essere tranquillo.

@GMR Io concordo con Enrico. Il cristianesimo non è quella roba lì, per dirla alla Bordone, e credo che pur ritenendo Matteo libero di avere le propie opinioni e contestualmente una persona rispettosa degli altrisecondo me qui ha un po’ “pisciato fuori dalla tazza” pace finiamola lì. Ma non passiamola per una battuta perchè non credo che lo fosse. Gli è venuta male. Pazienza capita anche ai migliori.

@federica (ho visto solo ora il tuo commento): dico che se matteo sperasse per l’italia un’atteggiamento dell’opinione pubblica simile a quello giapponese bisognerebbe comunque tenere in considerazione anche il comportamento nel privato, e non solo le pubbliche manifestazioni (forche, indignazione di massa etc..).
dato che non conosco la situazione del giappone ho solo buttato lì un dubbio: in italia (ma credo anche altrove) molte delle violenze sono familiari, per cui ci sarebbe poco di cui gioire se la stessa persona che si sbatte per catturare il serial killer (per dire) poi a casa picchiasse la moglie. vizi privati, pubbliche virtù, semplificando.
PS. bastava un ‘che cosa c’entra?’.

Cara Annaf, se la battuta del Bordone sul cristianesimo fosse stata di quelle buone, non avrei consigliato il caro Enrico di lasciare pur grattar la dov’é la rogna del Bordone. Bordone ha pisciato fuori dal vaso, ma la sua misera gittata urinaria non è quella di un idrante. Ho una certa perpessa stima per bambinello Bordone: confido che un giorno egli si liberi del suo niccianesimo da stenterello e smetterà questa sua patina da eterno studentello universitario. Leggerà Pinocchio e guarirà anche dalla fastidiosa congiuntivite che lo rende miope.

non so perchè ho scritto ‘un esperimento’ con l’apostrofo.

Caro GMR hai detto più o meno quello che volevo dire io ma in modo più blogghesco.

ripeto capita a tutti, pace finiamola lì.

Beh, ma i Giapponesi sono un popolo ed il Giappone è una nazione. Quindi che c’entrano con noi?