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venerdì 20 novembre 2009

Valentino, the Last Emperor


pug_keyCos’è. È un film documentario su Valentino Garavani e due anni delle sua vita. Sono anni importanti, quelli delle traversie finanziarie del marchio, dei passaggi di proprietà, che preludono al ritiro di Valentino. Il film è distribuito nelle sale in mezzo mondo. Segue la vita dello stilista di Voghera e del suo ragazzo di una vita, Giancarlo Giammetti. Poi ci sono i suoi maggiordomi, i cani, le case, le sarte, i vestiti (per me tutti più o meno identici), i tic, le feste, le sfilate, il gran galà di fine carriera tenutosi a Roma nel luglio del 2007. Tutto il mondo di Valentino, anzi il mondo Valentino, è mostrato per quello che è, senza voce off, senza troppe menate.

Com’è. La cosa difficile nel fare i documentari è trovare l’equilibrio tra la distanza che lascia le cose come sono, e la presenza che riesce a estrarre il succo vero. Matt Tyrnauer è stato capace di mettere in piedi un film che centra quell’obiettivo lì, e tanto basta per farne un gran bel film. Valentino è una bolla, una specie di universo capitanato da una figurina sempre uguale a sé stessa. È un uomo che vive perfettamente in sé stesso, ma sembra assurdo e fuori posto in qualunque altro contesto. Infatti per la vita reale c’è Giammetti. Le discussioni tra i due (in italiano, psudo-inglese e pseudo-francese) sono davvero notevoli. Come è notevole l’elemento del lusso e della frequentazione del jet set. Poi c’è l’aspetto pratico, fatto di sarte, sfilate e vestiti. Tutto funziona, gira bene, e non incontra momenti di stanca.

Perché vederlo. Perché dentro a Valentino c’è un pezzo di costume e di storia italiana, direbbero al TG1. Invece il motivo fondamentale non è che lui ci fosse ai tempi della Dolce Vita, ma, più banalmente, che è un freak di successo. Freak e successo funzionano sempre. In più qui c’è il fatto che ci sono sentimenti e verità, piccoli gesti, attenzioni, smorfie, tutto un mondo nascosto che si fa vedere a tratti e a fatica: quello di cui sono fatti i rapporti umani.
Poi se uno avesse dei dubbi su quanto questo paese sia pieno di incapaci nei posti importanti, questo è un film su un artista (artigiano, industriale, popstar, quello che volete voi) italiano, che è stato seguito dalle telecamere per un paio d’anni, e volete sapere in tutto il film quali e quanti giornalisti italiani ci sono? Rosanna Cancellieri e Pascal Vicedomini. Insieme forse totalizzano sette secondi. Poi c’è Matteo Marzotto, per un po’ presidente del marchio Valentino, ma palesemente privo dei mezzi necessari al ruolo: unfit, tipo Berlusconi, e con un inglese lievemente migliore, ma non tanto. Per il resto, a parte i protagonisti e le sarte, di imbucati non ce n’è, quindi non ci sono italiani.

Perché non vederlo. Se uno odia i documentari, la moda, i gay, la favolosità, i cani a cui si spazzolano i denti, insomma se non riesce a sorridere di certe assurdità, a guardare con curiosità alla cosiddetta alta società, a commuoversi per l’affetto e l’amore in questi mondi lontanissimi, è megio che non veda questo documentario.

Una battuta. I like beauty. Is not my fault.


c’è anche la milani del tg2, è quella che chiede a giammetti come definirebbe con una parola la vita di uno che ha scelto d’essere un’ombra, poi pensa «oddio l’ho offeso ora chiede la mia testa alla sipra», quindi gli leva il microfono nel quale lui sta per rispondere e aggiunge precipitosamente «sia pur fondamentale» (è anche quella che fa una domanda alla wintour all’inizio di september issue e si riconosce perché è l’unica il cui inglese sia sottotitolato, nell’edizione distribuita ai parlanti inglese)

yeah, nice doc but then you feel you want to bring in citoyen Robespierre …

Meglio che non lo veda allora.

Il secondo carlino da sinistra é Matteo Marzotto.

Io sono ancora convinto che Otzi, la mummia di Similaun, fosse Valentino in settimana bianca. Guarderò il film per confermare o smentire questa mia convinzione.

non vedo l’ora (e non ho capito come ho fatto a scaricarlo prima che uscisse nelle sale, alluminatemi)

io vado per i carlini.

Milton, Monty, Maude, Margot, Maggie, Molly in ordine sparso.

Visto. Piaciuto. Grazie del consiglio.

“Perché non vederlo. Se uno odia i documentari, la moda, i gay, la favolosità, i cani a cui si spazzolano i denti, insomma se non riesce a sorridere di certe assurdità, a guardare con curiosità alla cosiddetta alta società, a commuoversi per l’affetto e l’amore in questi mondi lontanissimi, è megio che non veda questo documentario”.

Ecco, appunto.