domenica 22 novembre 2009
The september issue
Cos’è. È un documentario che segue la lavorazione del numero di settembre di Vogue. Nel fare questo, il film mostra un po’ della vita dei protagonisti della redazione di Vogue, e racconta il loro lavoro. Al centro di tutto c’è ovviamente Anna Wintour, che dirige il giornale da parecchio tempo, e si è recentemente trasformata in un’icona pop anche presso quelli che mai hanno comprato o letto Vogue, grazie al film Il diavolo veste Prada.
Com’è. È un documentario che mostra molto chiaramente il mondo della moda e del giornalismo di moda, nella sua accezione più pura e nella sua espressione più rilevante. Un documentario puro, insomma, che potrebbe andare dentro a un programma di documentari, e risultare il più bello in assoluto. Le emozioni, invece, sono pochine, nonostante la pioggia di superlativi fabulous wonderful oh my god.
Il problema è che girare dentro a Condé Nast, dentro a Vogue, significa fare un documentario molto blindato, nel senso che la troupe non ha modo di riprendere e mostrare niente che non sia stato precedentemente pattuito per filo e per segno, e successivamente approvato. Purtroppo si intuiscono conflitti più espliciti di quelli che si vedono, e confronti molto più frontali. Ma non ci sono.
All’approssimarsi dell’uscita del numero, e della fine del film, le cose si smollano un po’.
Perché vederlo. Perché se uno è curioso, quello è un mondo affascinante in sé. Ti intrippi a vedere i ponti su Megastrutture; vuoi non vedere come si fa un numero di Vogue?! Passione per i giornali, per il costume per la moda? Amiche, amici, fidanzate, fidanzati, parenti presenti o passati impallinati di moda? Prego. Fatevi una cultura anche voi.
E poi c’è Grace Coddington. E quando uno vede una sensibilità superiore, negli occhi, nei modi, nel lavoro di un artigiano, è sempre una goduriavera. Grace Coddington, la stylist di Vogue, colpisce anche il profanone totale per la sua vitalità, per la passione, per come le cose nelle sue mani diventino bellissime, a fuoco, stupefacenti. Poi una così brava potrebbe fare su un occhio inesperto come il mio, e trasformare vestiti discreti in meraviglie; ma questo non conta. Grace Coddington mi ha folgorato. Anche per contrasto rispetto a Wintour, va detto. Ma non solo.
Perché non vederlo. Perché, anche se per fortuna manca la voce off, c’è un clima agiografico nei confronti di Wintour e Vogue, sia in senso aziendale che mitologico, che risulta francamente poco serio. Dall’inizio alla fine si parla di un colosso dell’editoria mondiale con un’assenza di understatement e senso dell’umorismo che solo gli americani. Insomma non c’è gran che in termini di approfondimento. C’è un’idea di base di perfezione, che, essendo la perfezione un’invenzione umana per descrivere dio, indebolisce parecchio il documentario, e lo tira pericolosamente verso il filmino da far vedere agli azionisti.
Una battuta. It’s the famine of beauty, honey! My eyes are starving for beauty!
Postilla noiosa e lunga su Anna Wintour. Anna Wintour ha gli occhiali scuri e grandi. Ha una cornice di capelli drittissimi che le inquadra un pezzettino di viso, come fosse un chador di messinpiega. Ha quasi sempre le braccia conserte. Sorride a fatica, solo per malcelare l’imbarazzo quando si parla di quello che la riguarda. È una donna di straordinario potere, ma non trasmette, in tutto il film, un briciolo di felicità, di soddisfazione, di passione. È straordinariamente committed, ma apparentemente non passionate (scusate l’inglese). Non riesce a trasmettere altro se non il proprio potere, l’importanza del proprio ruolo, la difficoltà della gestione di un mondo di rapporti umani.
Rapporti umani, ecco: quello che, evidentemente, non è mai venuto ad Anna Wintour. D’altronde, quando descrive il padre, si capisce che l’immagine di uomo severo serve a nascondere un mostro che è meglio tenere per sé (e archiviare davanti ai media con una risatina). Ma non solo. Nelle poche risposte dirette a domande degli autori del film, Wintour dice delle cose che uno si fa molte domande e poi si dà anche delle riposte.
Inizia, in una delle primissime scene, dicendo che quelli che si vestono eleganti non sono stupidi come pensano alcuni. Il che, oltre ad essere una banalità sesquipedale anche se hai la faccia tutta seria e la frangetta di legno, denota, da parte di una che decide il bello e il brutto di un’industria gigantesca come quella della moda, un’opacità di giudizio da Pausini frustrata. Ma va be’.
Poi verso la fine le chiedono qual è un suo punto debole, e lei risponde i miei figli. Da cui si evince che per lei il punto debole è una falla nel muro di inumanità, una crepa da cui può colare fuori la persona che sta dietro al personaggio. Infine, quando le chiedono della famiglia, dice che fratelli e sorelle fanno altro, hanno molto successo, e sono “divertiti” dalla sua carriera. Laddove si capisce che o è una famiglia di rompipalle noiosi come lei (ma talmente noiosi che anche la più importante di tutte, per il fatto che lavora per la “moda” diventa la buffa trasgressiva di famiglia), oppure è più lei che se ne fa una menata, che non loro a pensarlo davvero.
Quello che mi fa delirare del fenomeno Wintour è l’idea di terribile perfezione che la precede, e l’idea che lei sia una che “doesn’t take no for an answer.” Anche il film raccontava questa roba. Lei vuole una cosa che è impossibile (i grandi a volte usano anche la parola “capricci”, ma ci vuole senso dell’umorismo, che qui latita) e la ottiene, a qualunque costo.
La verità è che Anna WIntour è il direttore di un giornale. Come tutti i direttori, gestisce rapporti e collaborazioni, incanalandoli in una visione che lei matura nel corso del tempo. È anche lo snodo centrale di tutta quell’industria lì, chi lo mette in dubbio? Ma fa tutto questo con quello che ha. E dal film si vede.
Per esempio mentre fa il numero fondamentale dell’anno, quello di settembre, e lo organizza per sei mesi, e lo pensa lo gira e rigira, poi decide di fare un servizio di copertina con Mario Testino che fa delle foto a Sienna Miller. Mario Testino fa delle foto a Sienna Miller a Roma. E le foto a Roma sono quanto di più stereotipato al mondo, vespe e cardinali felliniani compresi. In tutto questo, quella che non accetta no come risposta richiama Testino perché non trova uno scatto col Colosseo sullo sfondo. Testino risponde che non c’è, non gli veniva come voleva e ha deciso di passare al set successivo. Lo scatto del Colosseo non c’è. Non hai degli scatti di prova, qualcosa? No. Niente? No. E il servizio di copertina del numero di settembre della più importante rivista di moda al mondo va in stampa con un servizio di merda di immaginario italiano per immigrati, senza la foto che serviva a Wintour.
Dove si capisce che Anna Wintour è un essere umano potente, centrale, capace e determinato (nonché sociopatico). Ma quando un fotografo importante non fa quello che vuole lei, Anna Wintour abbozza. Cioè she does take ’sticazzi for an answer. E va bene così.
Non è la cattiveria a fare di lei un bravo direttore. Sono la determinazione, l’ebnegazione assoluta, la capacità di leggere e anticipare le tendenze, la gestione di una rete di relazioni vastissima, e forse anche la voglia di riempire quel buco di insicurezza che traumi o mostri le hanno instillato dentro (la cattiveria è sempre figlia dell’insicurezza e della paura del prossimo).
Ma ormai Anna è così, mica la cambi più. La prossima volta che la vedrò, io penserò “poverina” e non “quanto è figa”. Voi fate come volete.
PS – A proposito della pelliccia, che Wintour ha rilanciato dopo un periodo di oblio che rischiava di essere definitivo, continuo a pensare che sia una forma di bellezza e di lusso da poveretti ignoranti.
il dramma di questi grandi ruoli è che non permettono di godersi il presente e non consentono di confrontarsi col passato perchè si rischia il crollo emotivo.
Probabilmente è per questo che concordo con te quando pensi “poverina” della Wintour.
E comunque, immaginavo che il documentario sarebbe stato più mitologico che reale…il mito va alimentato perchè fa sognare…e la moda è nata soprattutto per popolare i sogni ; e questo film ne è la conferma.
scritto da Falafel domenica.22.11.09 20:16
(comunque i figli sono SEMPRE il nostro punto debole più grande, anche se non siamo Anna Wintour, e bisogna solo provare per capirlo)
scritto da Zoe lunedì.23.11.09 10:04
ma è tipo un concorso? del genere: chi se ne accorge vince una magnifica cena tete a tete con sofri e bordone? o forse una comparsata a condor? o eravate fumati e siete scoppiati a ridere pensando alla parola? come quando a 16 anni scopri che esiste la paorla abigeato e non riesci a smettere di ridere (mi è successo, davvero)?
cioè, mi spiego, quanto sono le probabilità che entrambi, nella stessa settimana, e per caso, utilizziate in un vostro post la parola “sesquipedale”?
scritto da pitigrilli lunedì.23.11.09 13:42
Non fosse che questi della moda muovono mijoni a palate, li manderei in fabbrica, davvero. Lì ti fai il culo uguale (magari un po’ di più, suvvia), ma per mooolto meno.
Stronzetti del cazzo.
scritto da biagio lunedì.23.11.09 14:15
No, Biagio. Si fanno un culo quelli di Vogue che a Corriere, Repubblica, Gazzetta non hanno nemmeno l’idea, ma l’idea vaga. Io mi riferivo alla mitizzazione del personaggio di Anna Wintour, e forse mi sono espresso male. Lo stereotipo per cui la moda sarebbe una cazzata è talmente una cazzata lui, che non so cosa dire. Sappi che hai torto. Pensa alle sarte, non ai miliardari, e vedrai che cambi idea. Adesso pensa a Marchionne e a un tornio. Fai tu.
scritto da Matteo Bordone lunedì.23.11.09 14:28
a me piace pensare a marchionne alla macchina da cucire.
scritto da ena lunedì.23.11.09 15:16
O Marchionne dietro al motore, mentre fa correr via la macchina a vapore.
scritto da Rob lunedì.23.11.09 15:43
Mi sono espressa altrove, ma tanto per non smentire i miei affezionati lettori ribadirò qui che della Wintour, se è felice o meno e del perchè intorno a lei si è creato il mito della stronza non me ne può fregar di meno. E che invece mi pare molto interessante l’accenno a Grace Coddington perchè è di queste persone qui che fanno del loro mestiere una passione (quale che esso sia) e lo fanno bene, con cura, attenzione e bellezza che ci si dovrebbe interessare maggiormente.
scritto da Nandina lunedì.23.11.09 16:09
Essere prolissi ha degli svantaggi: che arrivano i concisi e mettono a posto tutto in sei righe.
scritto da Matteo Bordone lunedì.23.11.09 16:24
“Il problema è che girare dentro a Condé Nast, dentro a Vogue, significa fare un documentario molto blindato, nel senso che la troupe non ha modo di riprendere e mostrare niente che non sia stato precedentemente pattuito per filo e per segno, e successivamente approvato. Purtroppo si intuiscono conflitti più espliciti di quelli che si vedono, e confronti molto più frontali. Ma non ci sono.”
Certo, perchè se domattina ti presenti in Mondadori con la telecamera in mano vieni accolto da una folla di Teletubbies che ballandoti intorno ti invitano ad entrare per mostrarti Signorini che prende a librate una segretaria? Per l’amor di cronaca e verità? Su, lo sai bene come sono le grandi case editrici, la loro moquette non è mai abbastanza pulita per sdraiarcisi su. Detto questo il famoso detto Winteriano “doesn’t take no for an answer” è diventato un’abitudine per moltissimi direttori italiani, specialmente donne, e all’improvviso l’impossibile poi viene reso possibie, dal lavoro degli altri certo, ma lo diventa; chiedendo l’impossibile ovvio, perchè chiedere il possibile significa staccare i giornalisti italiani dalla cornetta cui stanno attaccati cinque ore al giorno in redazione, parlando con mammà, ed è molto difficile.
Detto questo la Wintour non vince sicuramente un premio simpatia e cordialità per l’anno domini 2009, ma non mi sentirei neanche di metterla al rogo, ripeto, come il novanta per cento dei direttori donna nell’editoria ha preso la brutta abitudine di abusare del potere in mille modi, come mille altri, ma del suo atteggiamento privato e del suo carattere “freddo” direi che ce ne possiamo fregare, oppure vogliamo far vedere a tutti i dirigenti del pianeta terra le macchie di Rorschach, scoprendo -oddio!- che al posto del cuore hanno un ghiacciolo come Scrooge..non stiamo parlando di una ragazzetta viziata che a 20anni pretende di dirigere il più famoso magazine di moda del mondo manco fosse un reality di mtv, anche le persone umanamente più disgustose lavorano, spesso anche instancabilmente, e se creano un prodotto come quello vuol dire che di acqua sotto i ponti ne è passata, che altri proto Testino sono stati rimandati a scattare un servizio che non va, che qualcuno ha passato molte notti in redazione a monitorare le cose: gli americani saranno pure privi di humour, ma sono precisi e veloci, e lavorano disgustosamente bene..ma forse è proprio per questo che ci conviene buttarla sul personale, almeno li ci giochiamo la carta simpatia, finchè un giorno non dovremo mangiarcela.
scritto da L lunedì.23.11.09 17:56
Ma qui si sono tutti inalberati, come sei io intendessi cose che non intendo. Girare a Condé Nast è peggio che girare in Mondadori, per un motivo molto semplice, legato alla professionalità degli americani e alla cialtroneria di Mondadori. Gli americani non ti fanno fare il furbo, come fai se riprendi Valentino. Con una società di quel livello non si scherza: non rubi niente e non cogli niente che non sia previsto. Punto.
Non ho nemmeno detto che gli americani lavorano male o che mi stanno sulle balle, perché io non sono e non sono mai stato un antiamericano. Doverlo scrivere mi fa cagare, ma tant’è. Penso però che nella mitizzazione del lavoro imperante negli Stati Uniti ci siano eccessi che, portati fuori dal mondo del lavoro, producono i toni delle domande su Wintour di questo documentario, e anche certi atteggiamenti di uffici stampa e portavoce di aziende, progetti, libri, film e gruppi che conosciamo bene. Ribadisco che non penso che sia viziata e non penso che sia incapace. Penso che, come molti altri manager, CHE NON SONO PROTAGONISTI DI PRODOTTI AUDIOVISIVI POP, sia una malata di lavoro, con pochissimo glamour e parecchie ansie, tipiche del ruolo di cui sopra. Il fatto che sia una donna non cambia niente. Cioè rende tutto più difficile per lei, ma non la sposta da quello che è: un manager di enorme successo, come altri. Non ho niente contro i libri di Lee Iacocca o le storie che si raccontano su Carlos Ghosn, ma nemmeno mi sembra che vadano prese per più di quello che sono: storie di persone che fanno soldi (e costume), non personaggi. Siccome avevo l’impressione che dietro alla severità della signora Wintour si fosse creato un personaggio pop, ho scritto questa roba per dare la mia impressione. Posso essermi sbagliato, come sempre tutti. Finiamola qui, per piacere.
scritto da Matteo Bordone lunedì.23.11.09 19:55
Concordo sulla Wintour e tutto il resto (a parte “ebnegazione”..o magari si dice così e ho fatto io la figuraccia!)
scritto da Ro lunedì.23.11.09 22:43
Ma è un refuso! Ma ti pare? Che prefisso è eb? Ah, già, Eboli.
scritto da Matteo Bordone lunedì.23.11.09 23:51
Eh eh..sì, immaginavo
scritto da Ro martedì.24.11.09 10:04
Un personaggio pop non direi: nessuno la sopporta, non sappiamo nulla della sua vita privata, risponde a monosillabi alle interviste..direi che invece è proprio la professionalissima schizzata priva di una vita vera di cui sopra..non è lei il personaggio, è Vogue, è il personaggio della Streep dopo il Diavolo veste Prada, è la gente che a quarant’anni fa ancora la fila davanti ad Abercrombie&Fitch il sabato mattina..è tutto il carrozzone, è il sogno/incubo di tutto questo circo qua, dove nonostante le paillettes la gente lavora davvero e pure tanto.
Si finiamola qui, il post però l’hai scritto tu….
scritto da L martedì.24.11.09 17:56
Non è lei il personaggio. Appunto. E Streep, Incredibles, il circo che non c’entra niente con il mondo che lavora davvero, tutto questo è esattamente la differenza tra una persona e la trasformazione della stessa in personaggio pop. DI. QUESTO. PARLAVO. IO.
scritto da Matteo Bordone martedì.24.11.09 22:11
Ho trovato qualcuno che mi considera concisa? Wow. C’è una persona a cui devo far leggere queste parole.
scritto da Nandina mercoledì.25.11.09 13:32
nandina, sì, sei concisa, nel senso che invece di fare un discorso di 20 righe ne fai 10 di due righe
serena #
scritto da ena mercoledì.25.11.09 15:08