venerdì 1 gennaio 2010
Milano, Corso Sempione 27
Buongiorno. Buon anno. Siete svegli? Siete ancora sbronzi e gonfi di cibo? Siete della scuola valzer viennese sonnecchioso? Comunque siate messi, qualunque cosa facciate, spero che il vostro 2010 sia tutto nuovo e stimolante. Il mio lo sarà di sicuro, perché fino a ieri ho lavorato a Radio Due, e da domani cambia tutto. Il programma che conducevo insieme a Luca Sofri, Condor, è stato chiuso: quella di oggi pomeriggio sarà l’ultima puntata.
Prima degli ultimi due anni e tre mesi di Condor, ho condotto Dispenser per sette anni. Prima di quello non lavoravo. Sì, un po’ da Blockbuster, ma è stato con Radio Due RAI, con la radio e con quella radio, che mi sono pagato il primo affitto, la prima auto, il secondo affitto, la seconda auto (la prima era andata a fuoco), il terzo affitto, le vacanze, l’impianto stereo. Insomma, quando mi chiedevano cosa facevo, io dicevo che lavoravo lì. (Allora quelli, tutti, dal primo all’ultimo, mi chiedevano cosa facessi veramente di lavoro, e io ridacchiavo.) Nel frattempo mi sono messo a fare anche altro, tipo giornali e un po’ di tele. Quindi adesso non immaginate una roba tipo giardinetti, Tavernello dal cartone sotto i ponti, fissare il soffitto. E nemmeno pensate alla disperazione cronica esistenziale. Va tutto bene. Davvero.
La prima volta che sono salito per i gradini di Corso Sempione mi batteva il cuore a manetta. Io, ventunenne varesino, con una strana forma di statalismo attaccata addosso, alle prese con un moloch di quella portata: la Radiotelevisione Italiana. Negli anni la sensazione sarebbe cambiata parecchio, ma quel giorno, a metà dei Novanta, pensai che fosse veramente una figata assoluta mettere piede alla RAI. All’ingresso allora non c’erano le signorine in blu che ci sono ora, ma una selezione di freak. Era forse un primo impatto brutale, e quello che ti passava il tesserino per entrare aveva la mano tutta stortignacola che mancavano anche delle dita ma non si capiva quante e quali; eppure non c’era niente di disonesto in quell’approccio, e diceva anzi tutta la verità su quello che avresti trovato all’interno. “L’accettiamo, gooble-goble, uno di noi, uno di noi!” mi sembrò di sentire cantare alle mie spalle, mentre andavo verso l’ascensore. Ma ero uno studente di Storia del Cinema, con la testa piena di film in bianco e nero.
Più avanti avrei coniato delle metafore specifiche per descrivere la RAI a chi me ne chiedeva conto. “È un incrocio tra Cape Canaveral e le Poste di Avellino” fu quella dei primi anni (chiedo scusa ai lettori di Avellino, che magari hanno un ufficio postale perfetto e efficientissimo, ma le metafore buffe non guardano in faccia a nessuno). Insomma all’inizio mi faceva effetto che ci fossero studi meravigliosi con apparecchiatura sofisticatissima, accanto a sgabuzzini ripieni di fuffa, e ciarpame lasciato nei corridoi. Poi cambiai immagine, e negli ultimi anni, avendo perso un po’ di occhi sgranati e acquisito un po’ di consapevolezza in più, cominciai a usare questa: “La RAI è un elefante che trascina un carico di macigni giganteschi. I programmi sono il sudore dell’elefante”. Bella, eh? Ne parliamo dopo.
Durante la prima stagione, quando facevo parte della squadra di In Aria (condotto dalla Pina), finimmo quasi per caso su Rai Due a fare una roba sul festival di Sanremo, nella settimana di massimo casino globale totale della tv italiana. Idea avuta in gennaio dal direttore Carlo Freccero — Ve l’avevo detto che quelli dell’ingresso dicevano la verità! — fresco di nomina. Incoscienza totale: non mi resi nemmeno conto di essere in tv, finché non arrivò Paolini a propormi un goldone a cinque minuti dalla diretta. Finito In Aria, tornai ai cazzi miei (università, Blockbuster), convinto di aver finito con la radio.
Invece qualche anno dopo nacque Dispenser: un gioiellino fatto dalle mani sante di un gruppo perfetto. Ci piaceva tutto, parola per parola, e non si litigava mai; tutti correggevano i testi di tutti senza che nessuno se la prendesse; si sparavano puttanate e le puttanate diventavano servizi; si godeva da formalisti, con un programma diverso dagli altri, che veniva ammirato da tutti e copiato malamente da molti, munito di un pubblico letteralmente adorabile. Avevamo la sensazione che nella nostra vita avremmo fatto moltissima fatica a trovare un altro ambiente di lavoro così sublime. E avevamo ragione. Quando mi accorsi che mi ero stufato di levigare sempre la stessa perla, lasciai Dispenser consensualmente, dopo sette anni. A condurlo al posto mio arrivò l’anno dopo Federico Bernocchi; la stagione successiva si aggiunse Costantino Della Gheradesca. Loro due continuano a fare un bel programma, e sono due topoloni di competenza e bontà. Insomma ne sanno a pacchi e gli voglio bene.
Su Condor salii in corsa: il programma esisteva già, e mi fu chiesto di mettere un po’ di leggerezza e di chiacchiera in una trasmissione che era monologata (Luca era da solo) e molto giornalistica. Il programma passò da mezz’ora a un’ora, e per un paio d’anni andò bene. Mi ci divertii tanto, imparai un sacco di cose, e potei esprimere finalmente quel misto intelligente/cretino che mi perseguita dalla nascita.
Veniamo a oggi, anzi a qualche mese fa.
Nell’estate del 2009 i vertici di Radio Due sono cambiati: a dirigere la rete è arrivato un nuovo direttore. Il precedente direttore, va detto, si vedeva poco (così come quelli prima di lui, l’attuale e probabilmente tutti i direttori a venire). Sembra che Milano, come destinazione, per un dirigente RAI romano equivalga a Madras, in termini di tempo e fatica. Li ho sempre visti di fretta, stranieri, spaesati, quasi confusi da un originalissimo fuso orario dei paralleli. È un fenomeno buffo, che rilancia urbi et orbi il valore della relatività. Ogni tanto, dicevo, il direttore passava da Milano, ma ci si stringeva una mano e arrivederci. Per dieci anni il direttore è stato lo stesso, e per dieci anni sono stato tra quelli che gli piacevano. Non dico che potessi fare quello che volevo, ma l’impressione era di fiducia molto poco condizionata. Il che fa piacere sul piano umano, ma è un po’ strano su quello professionale, se si dà per scontato che in così tanto tempo qualcosa da dire deve esserci per forza; il piano umano, ripeto, era una stratta di mano ogni tanto. Certo, avessi bestemmiato in onda, sarei stato cacciato. Ma in genere, per non alterare gli equilibri consolidati, si lasciava tutto com’era. A parte il mio caso specifico, sembrava che non si volesse cambiare niente per non cambiare proprio una mazza di niente. In dieci anni, il direttore mi telefonò una sola volta, per chiedermi di fare un programma speciale a una cifra imbarazzante, invitandomi a decidere subito. Dissi di sì, vergognandomi più per lui che per me. O viceversa. Non ricordo.
Durante l’autunno si è prima intuito e poi saputo che il nuovo direttore avrebbe cambiato parecchio il palinsesto di Radio Due, e tra le modifiche ci sarebbe stata la cancellazione di Condor. Sulle prime mi è salita la carogna, ve lo dico, e pure grossa. Nel frattempo fiorivano gruppi battaglieri sui social network, che chiedevano che fossimo risparmiati, e cominciavano ad arrivare le mail del pubblico scornato. Alcuni parlavano di censura e di vergogna. A me sembravano parole da non scomodare per così poco, e ho preferito non partecipare, ché queste cose mi imbarazzano. Ho aspettato che si calmassero le acque, e dopo un mesetto la rabbia mi è passata con la stessa velocità con cui si era abbarbicata sul mio umore.
Ho pensato che se fai una cosa per dieci anni, poi la sai fare, e rischi pesantemente di sedertici. Ho pensato che forse il direttore non aveva tutti i torti: una rete popolare non parla di certe cose alle quattro del pomeriggio, almeno non per forza, cioè può decidere di farlo, ma anche no. Ho pensato anche che uno fa sempre quello che l’America, e poi quando tocca a lui non può prendersela: il capo comanda, prende delle decisioni, è il suo mestiere. Ho pensato che se prima ero andato bene in maniera così acritica, adesso ci stava che non andassi bene nello stesso modo: un cambio di polarità, ma non di sostanza. Ho pensato anche a tante altre cose, che hanno a che fare con il sistema, gli equilibri, le strategie, la cotenna dura dell’elefante, insomma. Ma poi mi sono detto che io non sono così, io sono di quelli del sudore, non mi sono mai occupato di queste cose, è meglio fare finta che non esistano.
Certo, fossimo stati in un paese e in un posto normale, le decisioni sarebbero state comunicate in qualche modo consono, tipo con una lettera. E poi il cambio della guardia sarebbe stato presentato con la sincerità propria delle persone per bene, e con la riconoscenza, verso chi lasciava il posto alle nuove leve, tipica di quelle educate. Invece, secondo il più classico stile dell’azienda, le notizie sono arrivate storte, tramite voci, goffaggini, meschinerie triste e conferenze stampa. Ma va be’, mica si possono fare le pulci a un elefante che trascina delle pietre. È fatto così. Lo sai da prima.
Le ultime settimane di programma sono state intense, divertenti, scasciate, delicate, commoventi per quello che succedeva intorno a noi, sia nei corridoi di Corso Sempione che nel dispiacere e nei ringraziamenti degli ascoltatori. È finita con un groppone da fine di un bel film, di quelli che mia nonna diceva sempre «Bellissimo. Ho fatto tanto di quel piangere!»
E così me ne vado dalla RAI. In un ambiente pieno di gente che non fa nulla tutto il giorno, difesa da sindacati marci e collusi, ho conosciuto in questi anni delle persone per bene, appassionate, dedite al lavoro, sagge e capaci. Al bar, dove tutti gli impiegati parlano solo di turni, livelli e scatti di anzianità, ho fatto amicizia con uomini e donne di tutte le età, idee, mansioni: bella gente, certe volte, spesso pittoresca. Nei corridoi, dove la polvere conquista la spazio con la tenacia lenta degli zombi, ho incontrato tante di quelle celebrità, dai giganti alle mezze tacche, dai geni alle zoccole, che non so in quale altro posto in Italia. Negli uffici e nelle redazioni, dove si acquattano orde di assenteisti di professione, ho passato un sacco di tempo esaltante, ho chiacchierato tantissimo e me la sono spassata. Negli studi, presi ciclicamente come altrettanti tram da orde di incapaci con aderenze di alto livello, ho fatto insieme a tanta gente un sacco di ore di radio, tra cui un po’ proprio notevoli. Non tutte, non costantemente, ma certe sì.
Alcuni di quelli che ho conosciuto alla RAI mi hanno insegnato tante cose. Di alcuni sono diventato amico. Altri mi hanno fatto girare le balle, ma poi mi è passata sempre. A tutti, e alla RAI stessa, dico semplicemente grazie dal profondo del cuore. I miei genitori mi hanno insegnato che si fa così.
[...] Bordone ci ha rassicurati che sopravvivrà anche senza Radiodue (si ma a me piaceva sentirlo là, [...]
scritto da Recenti modifiche alla programmazione di RadioDUE « Gandalfk7’s Weblog [???] giovedì.14.01.10 01:23