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mercoledì 13 gennaio 2010

Scrivimi fermo posta


Cos’è. È una commedia hollywoodiana delle più classiche, cioè quella cosa inventata dagli ebrei mitteleuropei prima dell’arrivo di Hitler, e poi esportata serenamente in California più o meno negli anni Trenta. Ernst Lubitsch, il padre del genere, dirige James Stewart e Margaret Sullavan, in mezzo a un gruppo di caratteristi in stato di grazia. Il film, di cui tutti conosciamo il remake C’è post@ per te, racconta la vita di un negozio del centro di Budapest (The Shop Around The Corner, appunto). Mentre una vicenda personale rende il titolare Matuschek sospettoso nei confronti del personale, il commesso Alfred Kralik ha una relazione epistolare con una sconosciuta scovata tra gli annunci del giornale. Un’altra commessa del negozio ha un amico di penna, trovato dopo aver messo un annuncio sul giornale, di cui è ormai innamorata. I due non lo sanno, ma… avete capito. Il tutto si conclude la notte di Natale.

Com’è. Ecco, quando ho deciso che questa rubrica sarebbe stata fatta così, con queste domande, non mi sono reso conto che prima o poi mi sarei trovato ad affrontare un problema insormontabile: esprimersi su certe cose è inelegante, non si fa, rischia di far arrossire tutti per l’imbarazzo. Come faccio a dire io com’è Scrivimi fermo posta? Non facciamo ridere, su. Se si pensa che la commedia romantica sia un pilastro della civiltà occidentale contemporanea molto più dei cosiddetti valori, e io ne sono convinto, allora bisogna guardare questo film come delle spugne, cercando di prendere tutta la delicatezza, il tocco l’arguzia, la semplice e innagabile bravura che c’è. E bisogna essere sempre fermamente convinti che dentro a Scrivimi fermo posta, come dietro a colossi di queste dimensioni, ci sia molto più di quello che ognuno di noi possa immaginare di aver colto. Ma va bene così: la grandezza va affrontata con entusiasmo e umiltà. Questo film è un pilastro, un elemento su cui si sono costruite intere città di storie, personaggi, emozioni, eppure ha la leggerezza della carta velina. Ognuno prende quello che vuole, quello che gli arriva, e ognuno alla fine è felice come un bambino piccolo davanti al primo pezzo di Lego. Fare un mattone commovente è quasi impossibile, anche perché siamo persone adulte e ci commuoviamo più difficilmente dei piccoli. Lubitsch ne era capace.

Perché vederlo. Perché non è una cosa normale: è un film straordinario in senso letterale. Anche nel mondo della commedia romantica, anche prendendo il suo discepolo più talentuoso, il viennese Samuel Wilder (poi diventato Billy Wilder), è molto difficile trovare qualcuno che tolga più di Lubitsch. Qui c’è meno di quanto tutti noi avremmo messo: non un riferimento in più, non una gag in più, non una battuta o un’inquadratura in più, ma sempre invariabilmente tre in meno. C’è tutto un mondo di intenzioni, di desideri, di cose che si vorrebbero dire ma poi non si dicono, pensieri che si vorrebbero esplicitare ma poi si lasciano macerare in testa, un universo che fa vibrare ogni scena di una vita sottile e invisibile. Poi c’è James Stewart che è talmente figo che non si può descrivere. Giuro. I personaggi, tutti, sono fondamentali, ma nessuno esagera. Infine c’è una selezione di battute semplicemente perfette, che raccontano tutto degli uomini, del lavoro, dell’amore, delle passioni ideali e della vita vera, e fanno di maschile e femminile due categorie nobili, spassose, vere.

Perché non vederlo. Se avete bisogno di tante risate a crepapelle, tanti ambienti, tanta azione, tanto colore e tante urla, questo non è un film per voi. Poi… vediamo… ecco, se vi stanno antipatici gli ungheresi. Non riesco a trovare altre motivazioni. Scusate.

Una battuta. Just a lovely average girl.


Da quando fai il critico cinematografico (e non mi sembri uno che ha uno sguardo particolarmente interessante sull’argomento), questo è il post migliore, se non altro per il film. Picco in basso (non il film ma il post): Avatar. Se troverò il tempo ti dirò perché.

Trasmesso la notte della vigilia da RAI3 (si vede che quella sera a presidiare il fortino c’era un inguaribile romantico) … e io me lo sono perso perché non c’era più nessuno a segnalarmi i programmi da vedere in TV (sigh)! P. S. ascolta Hollywood Party del 12/01 si parla di AVATAR, potrebbe piacerti.

Quando si dice mettere a frutto gli studi.

Un grande film, io l’ho visto almeno due volte, credo, passato in tivvù, e l’ho trovato sempre bellissimo, infinitamente più spassoso, delicato e arguto del remake. Grande anche James Stewart, vero, fichissimo: io me ne ero innamorata guardando quel film.
E praticamente, poi, un’anticipazione profetica e perfetta delle dinamiche emotive da posta elettronica odierne: un aspetto notevolissimo è anche questo, direi.

Lubitsch andrebbe messo in prima serata, tipo al sabato sera su Rai Uno, per dare inizio all’olocausto (etimologico) di tutta la miseria creativa che popola le visioni di milioni di narco-spettatori. Chiaro? Poi la settimana dopo mettiamo Peckinpah e infine Cassavates. E poi tutti quello che dicono: “Che palle sta roba” vengono deportati a Igea Marina, tolto il diritto di voto e di esprimere opinioni se non su cose semplici (tipo gli arbitri, la moda questo autunno, la dieta dopo le abbuffate di Natale,…).
Bravo Matteo: questo è blogging più di quanto tu non creda.

Steamerbag, lascia perdere: non capirei.

Aggiungo: uno di quei film (pochi) che ti lasciano un’impressione nettissima, anche a distanza di anni, e che nella memoria continuano a staccarsi dallo sfondo un po’confuso e indistinto di ricordi che invece avvolge quasi gli altri.

Delizia goduriosa, Scrivimi fermo posta. Speriamo che questi post seminino idee rivoluzionarie.

Ri-aggiungo: il bello del Bordone è che passa da Bayonetta a Style Boutique, da Avatar a Lubitsch, eccetera, eccetera, con una disinvoltura totale. (Bravo Bordone.)
(Vabbeh, adesso mi calmo e sto buonina.)

Film bellissimo. L’avevo visto anni fa, ho costretto mia moglie a vederlo con me lo scorso anno. Credo che sia un valore del film il fatto di rendere indimenticabile (per me) persino il doppiaggio italiano, che ha una sua storia parallela e a cui credo che Lubistch sia estraneo. I doppiatori sono infatti italo-americani e ogni tanto la cadenza inglese si sente, ma non appesantisce. La sintesi perfetta fra il Lubitsch touch e questo effetto non voluto del doppiaggio è la battuta “Ma questo è Victor Hugo”, detto con l’accento sulla ù.

Film meraviglioso visto quando le tv locali non trasmettevano solo maghi e ragazze squillo…
Il nome della protagonista femminile è Sullivan

No, è Sullavan.

dio che voglia di rivederlo che mi hai messo! mi sa che sarà il primo che prenderò in prestito alla bibliotheque du cinéma (sì, sono nerd e mi piace tirarmela).

l’ho visto casualmente poco tempo fa e hai ragione, è commovente e in qualche modo rasserenante. Più piacevole e più partecipato di “La vita è meravigliosa”.

E’ uno dei miei film preferiti. “C’è post@ per te”posta per te” non si avvicina nemmeno lontanamente a questo capolavoro. Il film però andrebbe visto in originale, perché il doppiaggio initaliano fa un po’ ridere.

Alberto grazie! Finalmente capisco il perché di quelle pronunce strambe! E io che pensavo che i doppiatori volessero dare un’idea di.. *ungheresità*?

Sarà che ho il cuore infranto per via della morte di Rohmer, ma il tuo post mi ha riconciliato con la vita, Bordone. Questo film di Lubitsch è un capolavoro assoluto. Ricordiamoli SEMPRE, questi film.

Da quando jimmy stewart entrò nella mia vita (allora bambina) parlando con un pooka non mi ha più lasciato (e forse neanche il pooka…io parlo con tobia ma questa e’ un’altra storia). Eoni fa ci fu un’ottima rassegna su lubitsch firmata vieri razzini su raitre (o mi confondo?)… ottimo se fuoriorario ne ha ancora i diritti.

Tranquillo, non l’avrei fatto. Sparo a salve.

molto carino!
consiglio anche

vogliamo vivere .
divino.
si vede che siete giovani….!