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mercoledì 20 gennaio 2010

Se poi si schiatta, paga il Wall Street Journal? (ovvero Perché essere con Carlo Petrini non è una moda snob da mangiatori di rucola) – Puntata n.2


(continua da qui)

In passato le stesse multinazionali scoprirono un’altra tecnica da applicare all’agricoltura: l’uso di concimi azotati. Anzi, scoprirono i concimi azotati, e decisero di venderli all’agricoltura. I concimi costavano poco, come le materie plastiche e tutti i derivati del petrolio, e rendevano molto. Avevano delle controindicazioni legate al costo del concime stesso, alle ripercussioni sull’ambiente, all’alterazione violenta dell’ecosistema. Ma erano gli anni Cinquanta e queste cose non si sapevano. Solo dopo le due crisi petrolifere degli anni Settanta, dopo la fase delle piogge acide, dopo Primavera silenziosa, dopo una serie di effetti tangibili evidenti a tutti, si capì che l’uso indiscriminato di petrolio (e altri combustibili fossili) e derivati (diretti e indiretti, come in questo caso) non era cosa buona. Prima di allora, il petrolio e la chimica industriale erano manna pura, capaci di salvare i popoli affamati e dispersi nel deserto postbellico.

Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, la fondazione Rockefeller e il Ministero dell’Agricoltura messicano misero in piedi un laboratorio di ricerca agraria, finalizzato alla selezioni di nuove varietà di grano, per aiutare il Messico a rendersi indipendente dalle importazioni. La personalità più in vista di tutto il progetto, l’uomo che per questo lavoro avrebbe poi preso un premio Nobel nel 1970, era un talentuoso tecnico della Dupont, Norman Borlaug. Borlaug cominciò a studiare nuove varietà di grano più resistenti ai parassiti, tramite la selezione e l’ibridazione delle piante. Riuscì a ottenere delle nuove supervarietà, che sommavano i pregi di tante varietà diverse e ne diluivano difetti e debolezze. Arrivò a teorizzare che si usassero varietà diverse di grano, tutte parenti tra loro ma non uguali, in modo che al limite solo una parte di tutta la coltivazione fosse colpita da un agente patogeno, e il resto restasse sano. In più, Borlaug selezionò delle varietà nane, che avendo lo stelo più corto e spesso, potevano sopportare il peso di un numero molto maggiore di chicchi, ottenuti grazie all’uso di — tah-dah! — concimi azotati. Il Messico non risolse solo i suoi problemi di approvvigionamento di grano, ma diventò presto esportatore di grano.

Poco dopo si cominciò a parlare molto della imminente carestia globale, cioè l’ipotesi secondo cui la pololazione, come aveva detto qualche tempo prima Malthus, sarebbe cresciuta in maniera esponenziale, portando alla necessità di una quantità di cibo e terreni proporzionata alla gente. Secondo la teoria di Malthus, che per l’autore di The Demographic Bomb, Paul Ehrlich, si sarebbe avverata in molti paesi poveri e popolosi di lì a poco, la gente sarebbe aumentata molto e le colture poco; ergo, la gente sarebbe morta di fame e malattie.

Borlaug lanciò allora la sua Green Revolution (mai marchio al mondo fu più azzeccato) con destinazione India e Pakistan. I semi nani, superpotenti e bisognosi di concime inorganico americano, arrivarono in quei paesi e aumentarono effettivamente la produzione di cibo. Inoltre, secondo Borlaug, aumentando la produttività della stessa area coltivata, si evitava di deforestare per destinare altro spazio all’agricoltura. La produzione dei paesi che adottarono questi metodi aumentò parecchio.

Diversi anni dopo, dopo che il sistema produttivo di intere nazioni era stato rivoluzionato dalle idee di un tecnico geniale, si sarebbe scoperto che Borlaug e le sue idee avevano anche prodotto danni non indifferenti.

Per prima cosa c’era il problema dei costi: quel tipo di agricoltura sta a metà tra agricoltura e industria. In quei paesi in cui non era c’era il latifondo, e le classi sociali più umili vivevano di agricoltura, il passaggio a monocolture di semi concimati con prodotti sintetici e lavorati con macchie utensili ribaltò le classi sociali, producendo masse di nuovi padroni e nuovi braccianti schiavi, dove prima c’era piccola agricoltura di sussistenza e si zappava poca terra propria. Il territorio fu modificato per fare spazio ai trattori, e i campi presero sempre più la forma delle grandi monocolture americane. Dal punto di vista ambientale, si dovettero mettere da parte gli animali e comprare i trattori, e arrivarono molte sostanze chimiche inorganiche al posto del concime naturale. Ma soprattutto per produrre molto più grano nella stessa unità di spazio e tempo ci vogliono, visto che il sole è costante, più nutrimento e più — tah-ttara-dàh! — acqua. Molta di più. Crebbe enormemente il fabbisogno idrico in paesi che avevano (o di lì a poco avrebbero avuto) seri problemi di acqua.

I nuovi semi erano insomma capaci ottenere un solo grande risultato: producevano più grano. Non è poco, attenzione. Ma l’idea di fondo era una bomba dal punto di vista del risultato immediato, mentre per profondità era la versione riveduta e faustianamente corretta di “Dategli delle brioches” di Maria Antonietta. Dato che il problema era quello della fame e del rapporto tra risorse e uomini (non proprio una scemata), mancava qualcosa. Le aziende che producevano i concimi, la cooperazione internazionale, un bravissimo tecnico della Dupont, i governi dei paesi poveri, la FAO: tutti dentro, tutti su una strada di quelle che prima o poi forse tocca fare inversione e tornare indietro.

Verso la fine della sua carriera, Borlaug cercò di portare le sue idee in Africa, convinto che anche lì avrebbe cancellato la fame. Vi ricordate Band Aid? Do They Know It’s Christmas fu sostituito con Do They Know It’s Difosfato di Ammonio, e la produzione aumentò. Sì. Ma era un’emergenza e c’erano le navi di roba in arrivo dal mondo, e pullulava tutto un we are the world che non vi sto a dire. Le tecniche presero piede solo nell’Africa relativamente più ricca: si capì che i paesi più poveri, cioè quelli che veramente rischiavano di morire di fame e non avevano i soldi per comprare dai ricchi, non potevano permettersele in termini di fertilizzanti e acqua.

Borlaug disse sempre che i suoi detrattori non avevano mai provato i morsi della fame: se avessero visto la fame dei bambini, la fame che lui aveva visto in Centramerica, in Asia, in Africa, allora avrebbero voluto anche loro tutti i trattori e i concimi del caso. L’argomento sta apparentemente in piedi. Ma è in realtà di una debolezza straordinaria, e somiglia da vicino a quello di chi è per la pena di morte e dice vorrei vedere te, vorrei vedere te se ti avessero ucciso un figlio. La verità è che, data una sola soluzione e posto un problema, è difficile criticare la soluzione senza negare il problema. La fame c’è e gli assassini ci sono, in effetti: nessuno lo mette in dubbio. Solo che forse ci sono soluzioni diverse. Tornando a Borlaug, chi ha fame vuole mangiare: non gliene frega niente della Dupont, dei trattori e dell’irrigazione. Era Borlaug stesso che pensava che quella soluzione fosse l’unica percorribile. E lo pensava certamente in tutta onestà, altrimenti non avrebbe cambiato il mondo, non avrebbe rotto le balle a tutti con la sua ricetta, non sarebbe morto ultranovantenne ancora con l’idea che quello fosse l’unico modo per salvare il pianeta e combattere quella fame che ancora oggi è in crescita. Non facciamo i giustizialisti, insomma, di quelli che cercano e trovano sempre i nemici cattivi (e si sentono paladini buonissimi del bene). Detesto il vittimismo degli ecologisti naïf, che vivono di mitologia da buon selvaggio.

Resta il fatto che un uomo pragmatico come Borlaug, in buona fede, convinto delle proprie azioni, spalleggiato da tanti che ci guadagnavano ma indubbiamente capace, non disponeva di tutte le variabili, e probabilmente ha commesso degli errori di una certa portata. Non solo a valle delle sue azioni, ma anche a monte, nei dati di partenza. Per esempio la bomba demografica di cui si parlava non è mai scoppiata. L’applicazione di teorie malthusiane produce ciclicamente previsioni dementi, che mettono in relazione tra loro tre variabili, corrono sulla linea del tempo, e credono di capire quanti saremo, quanti figli faremo, quanta fame avremo tra quarant’anni. Quelle stesse previsioni demografiche anni Ottanta che i conservatori usano oggi per dimostrare come gli ecologisti siano solo dei catastrofisti ascientifici, in realtà sono identiche alle previsioni che vent’anni prima avevano esportato l’agricoltura industriale americana in mezzo mondo.

E la biodiversità? Bisognava produrre, senza rotazione delle colture, senza tempo da perdere, limitando gli imprevisti: tutti la stessa spiga, che si comporterà nello stesso modo in tutta la regione, avrà bisogno della stessa acqua e dello stesso concime, permetterà di godere dei vantaggi dell’economia di scala (che non è una stronzata degli industriali cattivi, sia chiaro, ma non è nemmeno uno standard che si può applicare ovunque a tutti i settori). L’uso delle stesse varietà su scala così larga diminuiva enormemente la biodiversità. La parola “biodiversità” però non esisteva ancora: sarebbe stata adottata solo nei tardi anni Ottanta, quando il valore della varietà genica di un ecosistema veniva riconosciuto come fondamentale. Ai tempi della Rivoluzione Verde, Borlaug non sapeva nemmeno che una varietà di pera fosse peggio di trenta tipi di pera diversi. Non lo poteva sapere. Lavorava, come tutti, con quello che aveva. Eppure le sue idee, che ebbero un successo straordinario, e affratellarono l’industria petrolchimica occidentale e gli zappatori pakistani, si sarebbero rivelate opinabili solo molto tempo dopo.

Non era stato il primo benefattore a decidere di intervenire sull’alimentazione per migliorare le condizioni di vita delle persone, per poi accorgersi che non aveva tenuto conto di alcuni effetti collaterali di una certa entità. Prima di Borlaug c’era stato un genio della medicina, uno degli unici due uomini nella storia a vincere due premi Nobel (chimica e pace), che aveva scoperto grandi cose e aveva commesso anche gravi errori nell’applicarle. Si chiamava Linus Pauling. (continua)


ma cos’è? una tesina?

Ho visto questo documentario ultimamente.. si parla delle pratiche Monsanto attuali sul grano… e anche di altro, se non lo avete visto lo consgilio, ovviamente non è così preciso, ma interessante. Food inc. http://www.watch-movies-online.tv/movies/food_inc/

Tu critichi Borlaug, ma resta il fatto che l’umanità ha impiegato centinaia di migliaia di anni per arrivare a contare 5 milioni di individui circa 10,000 anni fa quando ha inventato il più grande cataclisma ecologico chiamato agricoltura. Cominciando a coltivare l’uomo ha rotto gli equilibri naturali esistenti, compromettendo la biodiversità che si difende solo NON COLTIVANDO!.

In pochi secoli è passato da 5 a 50 milioni di individui. L’uomo ha smesso di migrare, ha costruito le città, ha inventato la scrittura, le arti e la scienza. E’ successo in tre posti del pianeta simultaneamente attorno a tre tipi di cereali: il grano in Mesopotamia, il mais in centro-America e il riso in Cina. abbiamo impiegato millenni a diventare 1 miliardo nel 1800 ed in pochi anni siamo oltre i 6 miliardi anche grazie a Borlaug che ha sconfitto la fame in quello che sta per diventare il primo paese per popolazione al mondo, l’India.

Cosa ci proponi: di decidere chi può fare figli e chi no, come limitare le nascite, come l’occidente civilizzato dovrebbe dire alle masse di indigenti cosa fare nel loro letto?

Io faccio lo scienziato e non voglio dover decidere e spero che nessuno cerchi di decidere se c’è abbastanza spazio sul pianeta per tutti. Io devo trovare soluzioni per ridurre l’impatto dell’uomo sul pianeta e dare a tutti un decente livello di vita ed alimentazione, proprio per impedire che pulizie etniche, guerre del grano o dell’acqua, guerre economiche mascherate da guerre religiose continuino a fare stragi.

Gli OGM non sono nè La soluzione, nè l’unica soluzione, anzi vanno usati poco e solo se danno grandi vantaggi, ma la Rivoluzione verde è stato un grande passo vanti dell’umanità che ha risolto più problemi di quelli che aveva prima e che ha creato dopo. Nessuna attività umana è a rischio zero, si tratta solo di scegliere come valutare le opzioni in campo: con il cervello o col cuore. Io dico cervello.

Che fare? Mi occupo della prima frase, lascio il seguito (e che seguito) ad altri volenterosi.
I concimi azotati NON si fanno dal petrolio. Come si fa a scrivere una cosa del genere senza documentarsi un minimo? Si fanno a partire dall’ammoniaca, che si produce industrialmente dall’idrogeno (che a sua volta si produce dal metano) e dall’azoto, che è viene dall’atmosfera terrestre. Se è una tesina, la bibliografia lascia a desiderare.

Hai ragione. Sono stato più che impreciso. L‘esplosione della chimica industriale postbellica è legata al petrolio; e il metano che si usa, pur essendo la stessa molecola presente nell’atmosfera, si prende dai combustibili fossili. Se così non fosse, avremmo in casa delle caldaie ad aria, e saremmo pieni di energia a costo zero. Il petrolio, i gas, servono per farli, ma dentro ai concimi non sono presenti direttamente. Ho corretto. Grazie.

Grazie a te. Non sono sicuro di aver capito il tuo commento: non intendevo ovviamente dire che il metano per fabbricare i concimi si prende dall’atmosfera, anche se nell’atmosfera ce n’è effettivamente un pochettino: si prende (per la stragrandissima parte) dai giacimenti. Questo metano è, tecnicamente, un combustibile fossile. Ma ribadisco: né il petrolio, né alcuna delle sue componenti (il petrolio è una miscela di un sacco di molecole diverse), né suoi derivati, si usano per produrre concimi azotati.

Hai ragione ancora. Petrolio=combustibli fossili è un’antonomasia da quotidiano, che è decisamente troppo vaga per essere usata in un contesto come questo.

Ecco dimostrato che un conto é parlare al bar, un conto é essere esperti di un settore.

Però, parlare è sempre utile, come trovo utile, alla fine, che Bordone abbia tirato fuori questo argomento. Chissà, magari un giorno mi verrà chiesto un parere dalla politica o di scegliere se appoggiare un partito che sia pro o contro gli OGM. Forse non sono equilibrato, ma le tesi dei pro OGM, in genere scienziati, mi hanno convinto molto di più delle suggestioni dei contrari. Ma io già la pensavo così, devo ammettere, per tutto quello che avevo letto ed ascoltato in merito.

Questa volta sono più d’accordo con Matteo: serve tanto petrolio (per ora) per fare i fertilizzanti e questo perchè non basta miscelare metano ed azoto servono elevatissime temperature ed elevatissime pressioni. Queste condizioni per ora si raggiungono solo con tanti oli combustibili bruciati.

Ma pur rappresentando un problema grave abbiamo altre soluzioni percorribili e meno dannose?
Spero che il mio post sulla puntata numero 1 vi abbia chiarito che i fertilizzanti dell’agricoltura biologica non sono la soluzione.

In laboratorio io cerco di migliorare la produzione di fertilizzanti azotati (ed anche di fosfati) prodotti dalle piante leguminose e da batteri del suolo, i rizobi. Ma per adesso sono riuscito si’ ad aumentare la fissazione dell’azoto atmosferico in ammoniaca o amminoacidi, ma solo per le piante leguminose, per i cereali siamo ancora lontanissimi dall’obiettivo e sono loro che succhiano fertilizzanti di sintesi.

Che alternative abbiamo davanti: abbassiamo la produzione di fertilizzanti di sintesi e quindi la produzione di derrate alimentari mondiali, con i prezzi che vanno alle stelle e spandiamo fame e carestie tra i più diseredati o indirizziamo la ricerca a ridurre l’impatto della chimica in agricoltura facendo in modo che le leguminose facciano più azoto (e forse anche fosfati) anche per le graminacee?

Mi si dirà: la soluzione è consumare tutti di meno: giusto, una dieta a me farebbe anche bene!
Ma non si comincia riducendo la disponibilità di cibo per tutti, ma cambiando la testa e la cultura dei consumatori, casomai mettendo delle tasse di impatto ambientale sui pomodori coltivati in serre riscaldate, sulle mele e pere stoccate per anni in giganteschi capannoni frigoriferi o sulle carni ed il latte di animali che emettono gas serra (metano appunto). E ribadisco tasse di impatto ambientale, non la truffa dei chilometri zero che vuol dire solo autarchia.

Ma fino a quel momento meglio un OGM come il mais Bt che usa meno pesticidi ed è più sicuro per il consumo umano per avere meno fumonisine ( http://www.salmone.org/2008/07/11/sagri-e-inran/) , che non continuare a finanziare i produttori di pesticidi (guarda caso l’Europa ha come fatturato le prime tre multinazionali al mondo per produzione di agrofarmaci)

aspetto il seguito guardando i miseri campi sierraleonesi!

Ma cos’è, uno scherzo? Non si sa da dove cominciare in questo guazzabuglio… Prendiamo questa roba: “vantaggi dell’economia di scala (che non è una stronzata degli industriali cattivi, sia chiaro, ma non è nemmeno uno standard che si può applicare ovunque a tutti i settori)”: adesso le economie di scala sono “uno standard”??? Che per di più non si potrebbe “applicare” all’agricoltura? E perché poi? Le economie di scala ci sono eccome in agricoltura, a prescindere dal livello di tecnologia disponibile: tant’è che le conoscevano anche gli antichi (v. per es. Plinio il Giovane, 3.19). O vogliamo parlare di quell’ineffabile “la bomba demografica non è mai scoppiata”? La bomba demografica non è scoppiata non certo perchè la popolazione e il fabbisogno alimentare non siano cresciuti esponenzialmente, bensì grazie agli aumenti di produttività agricola (cioè, guarda un po’, grazie proprio alla rivoluzione verde: ta-dah, come dici tu), sennò scoppiava eccome. E la famosa frase di Borlaug sull’aumento di produttività che ha consentito di evitare la deforestazione non è la sua isolata opinione (“secondo Borlaug”): è un fatto, abbondantemente provato.
Si potrebbe andare avanti per ore (anche se su naturalità/innaturalità in agricoltura, OGM e biologico ti hanno già replicato Pascale, Defez e altri).
Mi chiedo francamente cos’è che vorresti dimostrare, se non che stai parlando di cose che vistosamente non padroneggi. Boh.

che cos’è… una gara di spocchia, per caso?

Caro Luca, quasi tutto quello che mi attribuisci nasce dal tuo essere un sostenitore della liceità degli OGM, abituato ad avere a che fare con oppositori, e stanco della polemica. Mi leggi con fastidio, è chiaro, quindi dai per scontato che io intenda quello che ti aspetti. Il caso limite è quello di “secondo Borlaug”. Quella cosa lì fa parte della teoria di Borlaug. Dopo di lui è diventata un teorema, ma siccome è lui che l’ha formulata, io raccontandola scrivo “secondo Borlaug”, così come potrei scrivere “secondo Watson e Crick il DNA era munito di una struttura a doppia elica”. E, ti assicuro, non intendo che in realtà siano quattro triangoli. Lo stesso dicasi per l’economia di scala, che non è l’unica variabile da considerare in un sistema economico, e io intendevo quello. Cosa voglio dimostrare? Se lo vuoi sapere per capire se sono dei buoni o no, lasciamo stare. Non so dove voglio arrivare, questa è la verità. Sto ragionando, non sono su un pulpito, non espongo una tesi, e credo che la contrapposizione frontale su questi temi sia dannosa e poco interessante per le persone normali. Quindi se vuoi vedere dove voglio arrivare mi leggi. Se no, va bene così.

ma il valore della biodiversità si applica anche alle colture? perchè? c’è qualucuno competente che me lo può spiegare?

No, NON sono un “sostenitore della liceità degli OGM” (o anche questo è un “secondo me”?). Ma siccome mi piace la discussione seria, allora discuto, e a volte, sai com’è, capitano anche le “contrapposizioni frontali”: specie quando alcuni ragionano (non essendo su un pulpito, e non esponendo una tesi) partendo da premesse assurde e/o infondate.
Comunque hai ragione su un punto: non so dove vuoi arrivare. Quindi attenderò con impazienza le prossime puntate.

Caro Matteo,
temo di immaginare dove stai andando col tuo ragionamento, in realtà ce lo stai annunciando col tuo ultimo periodo su Linus Pauling.

A proposito di cognomi di scienziati, scusami ma si scrive Crick, non Creek. Sembra una banalità, ma pensa se io avessi scritto che i Promessi sposi sono stati scritti da Monzon. Non critico il tuo errore di ortografia (in cui hai solo trascritto il suono del nome). Penso al fatto che un simile errore derivi dal fatto che non sapere chi ha scritto l’Iliade è alto tradimento nell’Italia umanista, non sapere il nome di battesimo di Darwin è un lapsus.

Comunque dicevo che sono molto curioso di leggere la tua prossima puntata, ma temo che si scivoli sul fatto che gli scienziati hanno pensato e costruito la bomba atomica e quindi il frutto del loro ingegno è avvelenato. Daltronde il Nobel per la pace a Pauling deriva dalla sua opposizione alla proliferazione nucleare.

Temo che tu vada in questa direzione e allora ti chiedo: la corrente elettrica mi permette di leggere il tuo prossimo post, ma serve anche a far funzionare la sedia elettrica. E’ la scoperta ad essere assasina o il modo in cui l’uomo l’ha applicata? E’il rendere disponibili piante più produttive ad essere la colpa o la poca saggezza degli uomini e degli incentivi governativi a convertire una opportunità (il mais Bt) in una monocultura dove a un campo coltivato a mais può solo seguire mais per anni ed anni?

@Roberto: sul petrolio come combustibile e i concimi azotati hai ovviamente ragione (qua passiamo il tempo a darci ragione a vicenda!). Ho voluto commentare la frase originale, oltre che per far notare l’inesattezza, anche perché mi sembrava suggerisse un argomento che a me piace poco, e cioè la nenia delle multinazionali cattive che vogliono fare i soldi (pensa un po’), che notoriamente non fanno schifo a nessuno [se non era così, Matteo, ti chiedo scusa]. Mi sembra interessante, però, che solo dalla prima frase del post si è potuto articolare un dibattito di correzioni e controcorrezioni che occupa parecchi commenti, il che dimostra che le cose sono sempre più complicate.
Per il resto, concordo con te praticamente su tutto. In particolare sulla buffonata dei chilometri zero, che poi è propagandata dagli stessi che vogliono impedire agli americani di mangiare il parmesan fabbricato nel Wisconsin. La questione delle tasse ambientali (cioè l’idea di far pagare ai consumatori le esternalità negative legate alla produzione di un bene) è seducente, ma temo che sarebbe difficile per un governo (figuriamoci poi il nostro!) riuscire ad impostarle su basi razionali. Per fare un esempio: in un paese come il nostro scoraggiare l’agricoltura (in particolare quella intensiva) sarebbe un sistema per aumentare la biodiversità, ma sappiamo tutti che invece il settore, per motivi meramente politici, è pesantemente sovvenzionato. Per dirne una: in Italia il gasolio per riscaldare le serre è tassato molto meno di quello per gli autoveicoli (la qual cosa tra l’altro sostiene ad un fiorente traffico clandestino).

Tra l’altro uno degli unici due uomini nella storia a vincere due premi Nobel, condivide questo privilegio con il fisico John Bardeen e con il chimico Frederick Sanger. Oltre ovviamente a Maria Curie, che pero’ e’ una donna.

Per essere un precisino ne fai di errori…

Caro Francesco,
concordo su tutto quello che dici parola per parola.

Proponevo la storia dell’impatto ambientale soo come provocazione. L’uva da tavola si fa solo in Puglia, le susine in Emilia le clementine in Calabria e le mele (purtoppo per loro) in Trentino. Se non ci fosse questo approccio industriale i grandi supermercati comprerebbero all’estero tutto.
Queste sono le buffonate dei chilometri zero. Ma non solo.
Perchè io abitando in Campania devo mangiare sempre e solo cibi locali? E’ un premio o una condanna?

Matteo, trovo molto superficiali questi post, e denotano anche una scarsa conoscenza dell’argomento. Fai un “mischione” di varie cose, con vari errori (nel post precedente c’e’ ad esempio un “thauringiensis” ) ed e’ molto poco “ragionato”.

Lo so che sembra autopubblicita’, ma ti consiglio di andare in libreria, comprare il libro che ho scritto sugli OGM che si chiama “OGM, tra leggende e realta’” cosi’ ti puoi fare un’idea un po’ piu’ approfondita dell’argomento, dei pro e dei contro. E cito le fonti di quello che scrivo, sempre una buona norma.
Scoprirai che alcuni OGM hanno gia’ ridotto l’uso degli insetticidi, scoprirai che gli OGM Bt vengono creati per uccidere solo alcuni insetti e non altri e tante altre cose che non tutti sanno, ma che dovrebbero sapere prima di imbarcarsi in discussioni di questo genere

ciao Dario

Ma quanti scienziati in questo post!
Vorrei umilmente far notare che se solo una mente perversa può pensare di utilizzare la corrente elettrica per fulminare qualcuno sulla sedia elettrica, è però abbastanza facile farsi una mezza idea degli scopi per cui verrà utilizzata la dinamite(a proposito di Nobel).
Così se creo in laboratorio semi di piante sempre più bisognosi di input esterni (acqua, concimi, pesticidi, erbicidi) avrò una sensazione di dove si andrà a parare.
o no?

Andy, ma a te esattamente chi ti ha detto che in laboratorio si creano “semi di piante sempre più bisognosi di input esterni (acqua, concimi, pesticidi, erbicidi)” quando è vero esattamente il contrario (quelli che si creano in laboratorio, cioè in particolare gli OGM, richiedono meno input a parità di prodotto, cioè sono più produttivi)?
Quanto al resto, pensi che le produzioni di agricoltura tradizionale non richiedessero anche loro concimi, acqua, pesticidi/erbicidi? Be’, ti sbagli di grosso (quanto per es. a pesticidi/erbicidi, vai a leggere uno dei primi manuali di agronomia mai scritti, quello di Catone – ma Varrone e Columella vanno altrettanto bene-: e vedrai che decine di pegine trattano dei rimedi contro insetti e infestanti. L’unica differenza è quei rimedi di solito non funzionavano).

qui si sta svuotando il mare con un secchiello, comunque la dinamite servì per ridurre di molto gli incidenti da nitroglicerina in numerosissimi cantieri civili. Effettivamente era facile farsi un’idea degli scopi, ma evidentemente non abbastanza facile.

Caro Andy,
ha ragione Luca, io che lavoro in un laboratorio di ricerca del CNR, cerco di ridurre e non di aumentare quelli che tu chiami gli input.

Gli OGM ci sono già riusciti e non te lo dico io (che non merito la tua fiducia), ma tre organizzazioni statunitensi dell’agricoltura biologica che in un dettagliato documento di 2 mesi fa spiegano che l’uso di piante OGM del tipo del mais Bt o del cotone Bt hanno ridotto l’uso di pesticidi (o insetticidi come loro li chiamano) di 30,000 tonnellate: ecco come riduciamo gli input (se hai tempo leggi qui i dati originali http://www.salmone.org/2009/11/19/lagricoltura-biologica-gli-ogm-del-tipo-bt-riducono-luso-dei-pesticidi/).

Ma non basta. Seguendo la tua logica come lo consideri chi propaganda l’agricoltura biologica visto che, rifiutando l’uso di fertilizzanti di sintesi, usa farine animali come fertilizzanti? Le farine animali le consideri un “input” o un gesto di pietà?. Sono 9 anni che racconto queste cose (http://www.salmone.org/ogm/ogm-il-caso-italiano/), ma nessuno cerca di pesare sul piatto della bilancia le alternative possibili. Io le continuo a scrivere dove posso
(http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2009/08/altro.pdf).

Queste sono le ragioni per cui trovi una tale densità di scienziati su questo blog, perchè qui non c’è filtro e non c’è inganno. Altrove possono parlare solo Petrini, Capanna o i Ministri dell’Agricoltura da Pecoraro ad Alemanno a Zaia, che come vedi non ti hanno mai fornito i dati veri del problema.
un caro saluto, roberto

PS se vuoi leggere il disciplinare Europeo dell’Agricoltura biologica dove sono elencate le farine animali ammesse vai all’allegato II del regolamento CEE 2092/91

Roberto, Creek è un refuso. Finisce lì. Vediamo di non fare i fanatici religiosi, per cortesia. Si chiama refuso. Ora correggo.

@ROBERTO DEFEZ. bellissimi e chiari i tuoi interventi. però grazie a matteo che ha originato il dibattito. io credevo comprando alimenti biologici, di aiutare a crescere una produzione migliore e più sana di quella non bio.
devo ricredermi?

Caro Roberto,
ritengo (ma questo può essere assunto come un fatto certo) che l’agricoltura industriale abbia fatto piazza pulita di un tipo di agricoltura che millenni di pratica avevano integrato con altre forme di sussistenza come silvicoltura e allevamento. Queste realtà erano fortemente connesse fra di loro così che, ad esempio, il letame fungeva da concime per l’agricoltura mentre le biomasse “di scarto” delle colture foraggiavano gli animali (che rappresentavano anche la forza lavoro nei campi). La vicinanza con le foreste aumentava la presenza di insetti impollinatori e forniva materia prima per il riscaldamento e la costruzione. L’agricoltura prevedeva la presenza di diverse coltivazioni dove la capacità di fissare l’azoto delle leguminose veniva recepita dal terreno come fertilizzante.

La monocoltura ha reciso questi legami e li ha sostituiti con input esterni.
Come vedi rivolgo le mie critiche all’agricoltura industriale (di cui gli OGM sono l’ultima espressione) che pretende (anche in buona fede) di estendere i risultati ottenuti in laboratorio a un sistema enormemente più complesso.
Infine ritengo che l’agricoltura biologica sia piena di difetti ma rappresenti un primo passo per recuperare un sano rapporto con la terra, l’acqua, il cibo e il pianeta che ci ospita.

Andy, tanto per capirci. Se tu intendi risparmiare sugli “input esterni” (lasciamo stare adesso se l’agricoltura perfettamente integrata con silvicultura e allevamento era davvero in passato diffusa come pensi tu, se la monocultura è davvero solo un’invenzione recente, eccetera) sei costretto, anche solo per mantenere inalterato l’output (quindi: solo per poter continuare a nutrire la stessa gente che sei in grado di nutrire oggi), a utilizzare di più l’input “interno”, cioè la terra. In altre parole, devi disboscare su larghissima scala (e quando dico larghissima scala, intendo proprio larghissima: su una scala finora mai vista). Che non mi sembra in nessun modo “un primo passo per recuperare un sano rapporto con la terra, l’acqua, il cibo e il pianeta che ci ospita“.
Certo c’è sempre l’opzione Malthus: buttiamo a mare concimi, trattori e fitofarmaci, non disboschiamo, e moriamo di fame, come si moriva di fame duecento anni fa in Europa (e ancora oggi si nuore di fame altrove): magari i superstiti saranno pochi, ma come dice il proverbio, poca brigata vita beata…

Caro Andy,
visto con gli occhi opulenti di oggi, con le case riscaldate e con un sicuro stipendio a fine mese, la tua visone nostalgica non fa una piega. Mi sembra di sentire quella parodia di una vecchia signora inglese che ci descriveva come “pittoreschi”.

Qualche anno fa Jean Pierre Berlan aveva dato alle stampe un libro che ripercorreva i passaggi dell’agricoltura esattamente come li hai descritti tu. Lui se la prendeva direttamente con l’avvento del trattore. Individuava in quel passaggio l’avvento dell’agricoltura industriale. Prima di allora, diceva Berlan, il 28% del raccolto finiva come mangime per le bestie che servivano per arare i campi, trasportare i raccolti e sostenere le attività agricole anche tirando il carretto al mercato. Gli uomini si radunavano alle 4 del mattino nella piazza del paese e speravano di venire prescelti per una giornata di lavoro come braccianti che voleva dire anche dare pane e cipolla alla famiglia (leggiti la biografia Giuseppe di Vittorio di Davide Lajolo).

Bei tempi. Famiglia patriarcale, nessun figlio che provava a disubbidire e donne fedeli e sottomesse. Non votavano nemmeno. Gran cosa, le potevi anche picchiare a giusta ragione e casomai ripudiare. Altro che perizoma, viagra e coppie aperte.

Ma tu mi dirai che no, di certo non si torna indietro, ora le donne conducono le aziende agricole biologiche e vivono in sintonia con la natura. Ma spiegami chi strappa le erbacce chinato per giorni come facevano le mondine? Tu di certo non hai mai passato una giornata con la zappa in mano, nè piegato a strappare le erbacce. A chi lo facciamo fare? ai negri qui o è meglio ai negri a casa loro?, meglio non vedere.

L’agricoltura biologica produce circa il 40% in meno di quella con la chimica o con gli OGM: deforestiamo a tappeto come ti spiegava Luca?

Se hai tempo leggiti un bellissimo libro di Alessandro Leogrande: Uomini e Caporali. Parla della Puglia e dei polacchi trattati da noi come schiavi e pagati 3 euro al giorno per 11 ore di lavoro sotto al sole a raccogliere pomodori.
Leogrande aveva già pronosticato Rosarno. I polacchi hanno sostituito i negri perchè questi vogliono 20 euro al giorno perchè sono irregolari, i polacchi o rumeni, sono comunitari, non li possono cacciare e costano meno.
Dopo la raccolta dei pomodori i polacchi si spostano in Calabria per la raccolta delle clementine. Pensa a Rosarno e dimmi se tutto quell’inferno non finirà con il benservito ai negri e l’arrivo di nuovi comunitari a basso prezzo. Leogrande riporta un dato impressionante: l’acquisto di costose raccoglitrici meccaniche nel sud Italia è precipitato quasi a zero negli ultimi anni.
Poca meccanizzazione molta manodopera.

Ti sei mai trovato (come a me succederà domattina) in un campo di insalate completamente mangiato dalle lumache, o con i broccoli attaccati dai bruchi. Io credo che tu faccia acquisti dai GAS o ai farmer market, ma non so se hai mai visto negli occhi una vigna attaccata da oidio. Agricoltura biologica è uno slogan, anche un po’ offensivo per quelle centinaia di generazioni di agricoltori che non potevano fare altro che coltivare biologico non avendo la chimica.

I polacchi quando sono entrati nell’EU avevano il 60% di popolazione dedita all’agricoltura, la media dei Paesi occidentali è del 5%. Averli fatti entrare vuol dire costringerli a quello stazio generazionale che sarà l’urbanizzazione, non peggioriamo la situazione rinfacciandogli anche che abbandonano le belle pratiche agricole di un tempo.

Quando fai i tuoi conti di armonia con la natura ricordati sempre che l’Italia importa il 60% del grano tenero che consuma, il 30% del grano duro, il 50% delle carni, il 90% della soia ed il 30% del mais. La nostra bilancia agroalimentare considerando tutte le importazioni e tutte le esportazioni è in deficit di 10 miliardi di euro ogni anno. Sei proprio sicuro che tutti i nostri concittadini siano in grado di pagare il cibo il 30-40% in più per passare al biologico, oppure stai facendo considerazioni personali?

magari dico una cavolata, ma siccome mi pare che ci sia gente che ci capisce (e ci lavora) che sta seguendo questo post, ben venga una smentita.
Mi pare di ricordare una bella puntata di report in cui si mostrava come tutto il business del “biologico” sostanzialmente è basato, almeno in Italia, su quella pratica sempre poco chiara che va sotto il nome di certificazione. Cioè per ogni pomodoro prodotto da agricoltura biologica ci va un’azienda che certifichi che effettivamente è stato prodotto in quel modo li. Siccome le certificazioni sono (quasi sempre) fatte da amici degli amici, insomma a me puzza di fuffa.

Chiudo con un velocissimo aneddoto per far capire quanto anche sti nomi sono puro marketing. Io vivo in inghilterra e qui il biologico si chiama organico. Un giorno un vecchietto mi vede comprare al supermercato lo yogurth organico e mi chiede esplicitamente cosa voglia dire organico (visto che costa il doppio di quello normale). Io gli dico che non lo so ma che comunque è buono. Voglio dire: lo yogurth normale sarà mica “inorganico” ??

Fai bene a dubitare dei controlli sul bio, enrico: ci sono grossissimi problemi di conflitto di interessi fra certificatori e certificati, per cui di norma sono una burletta.
Aggiungo, anche perchè non tutti lo sanno, che gli unici controlli seri su possibili pericoli per la salute, allergenicità, tossicità ecc., in Italia vengono effettuati sulle coltivazioni OGM (tutto il resto, che sia bio o meno, può anche essere velenoso ma finisce al mercato lo stesso).

Enrico,
esistono 9 ditte di certificazione del biologico ed ogni coltivatore deve essere visitato almeno una volta l’anno.

La visita la paga il coltivatore. Hai capito bene, il controllato remunera il controllore.

La visita di controllo può avvenire in un qualunque giorno dell’anno, anche in pieno inverno quando non si coltiva nulla. Intendo dire che non certifica la salubrità del prodotto ma che i documenti siano in ordine.

Guarda che non sono contro il biologico, anzi. Sono contro il biologico a marchio del supermercato. Sono a favore di un biologico in cui una azienda ci metta la faccia e rischi in proprio, ma non mi piace l’agricoltura biologica industriale.

La prossima volta che vai ad acquistare “organic” fai un esperimento. Cerca di riconoscere una insalata organic da una tradizionale senza leggere l’etichetta. Io non ci sono mai riuscito a capire chi è chi, tranne che col pollo biologico, lì la differenza si vede.

Scusate ma c’è qualcosa che non quadra.
L’agricoltura industriale doveva risollevare le sorti del mondo sessant’anni fa e sempre con gli stessi argomenti: aumentiamo la produzione, non deforestiamo, risolviamo il problema della fame nel mondo.
E’ passato più di mezzo secolo e nonostante la diffusione pressochè totale di questo modello di agricoltura si continua a deforestare in lungo e in largo, la fame nel mondo è ben lungi dall’essere debellata e le grandi aziende chimiche come Ciba e Bayer (non voglio citare sempre Monsanto e Dupont) continuano a ingrassare.
Sentite anche voi puzza di bruciato o sono sempre io che ho dei dati sbagliati?
Il fatto è che a un certo punto della nostra storia recente si è pensato di fare tutti i broker in borsa o gli impiegati in qualche ufficio. Niente calli alle mani, abiti firmati e la fettina d’arancia nell’aperitivo.
Va bene, ma il cibo? Ce lo saremmo andati a comprare nei supermercati riforniti dalle industrie delle carni e delle piante dove la meccanizzazione, l’uso della chimica e, perchè no, qualche “negro” da sfruttare avrebbero fatto il lavoro sporco.
Questa situazione non è ulteriormente sostenibile. Crea nel mondo occidentale una pericolosa alienazione e nel resto del mondo migrazioni di ex contadini che finiscono per vivere di espedienti negli slum di Mumbai o di Città del Messico.
E’ necessario tornare a popolare le campagne, praticare un’agricoltura sostenibile e integrata di piccola scala. Una coltivazione intensiva e di qualità è possibile ma ha bisogno di attenzione, di presenza (se dico di amore fa troppo naif?). Non può essere delegata al latifondo.
Tanto più che adesso è possibile utilizzare la tecnologia per migliorare notevolmente la vita del contadino e non farlo ricadere in quelle degenerazioni descritte da Roberto (anche se la parte riguardante le donne sottomesse non mi dispiaceva troppo).
Daltronde io sto scrivendo su questo blog da un podere riscaldato da un termocamino e domani prenderò l’automobile per recarmi in città e votare alle primarie.
Saluti

Ah dimenticavo, quando rigiri le zolle con la zappa metti in contatto con l’aria i microrganismi anaerobi che vivono in profondità nel terreno mentre togli ossigeno a quelli aerobi di superficie che finiscono sotto. In definitiva rischi di far fuori una fraccata di microrganismi. Per questo passo poco tempo con la zappa in mano, preferisco sarchiare superficialmente quando necessario. Passo invece volentieri parte del mio tempo a sgramignare e pacciamare.

andy, alla fine non posso che darti ragione: conosco un sacco di gente che farebbe meglio a cambiare lavoro e andare a zappare un po’ di terra. Chissà poi che non tornino le mezze stagioni.

Tanti scienziati, tantissimi esperti…
Un agricoltore?
No? Nessuno?
Beh, eccomi qui.
Veneto.
E so quanta acqua si consuma, quanto aumentano le richieste di fertilizzanti e quanto il loro costo si alza se il petrolio sale di un dollaro al barile…
So quanto costano le sementi OGM che, notiamo, han il buon vecchio gene killer contro l’autoproduzione di semente.
Ora. Dopo tutti i vostri voli pindarici. C’è qualcuno in grado di dire, sinceramente, che l’agricoltura moderna non andrebbe riformata?
Qualcuno sa cosa significa aver perso lo strato di humus dei propri campi a causa delle eccessive lavorazioni da fare con il trattore e della compattazione del terreno che avviene quando non si usano i buoni vecchi letami?

Beh, aspetto qualcuno che, seriamente, la smetta di dirmi cosa devo fare per produrre di più e si metta di buona volontà a coltivare con le sue manine sante.

Bravo Zanella. E fra le tante cose che sai, ci sarà anche il nome delle sementi OGM che conterrebbero il “gene killer contro l’autoproduzione di semente”. Ce lo dici, avanti, che siamo tutti curiosi?

Poi, dopo che ci avrai illuminato sul gene killer, magari ci spieghi anche a chi venderai i tuoi pomodori quando tutti quanti ci saremo messi “di buona volontà a coltivare con le nostre manine sante” gli stessi pomodori, e chi farà cosette da niente come produrre elettricità, vestiti, case, istruzione, medicine, strade e compagnia bella quando saremo tutti impegnati a fare pomodori. Però spero che Matteo Bordone non prenda spunto da questo geniale invito per evitare di concludere la sua serie di post, che voglio assolutamente vedere dove va a parare.

@Zanella: io aspetto qualche contadino italiano che, seriamente, la smetta di andare avanti a agevolazioni e finanziamenti statali provenienti dalle mie manine sante e si mantenga solo con le sue, di manine.

ok, il dibattito è davvero interessante, lo dico da consumatore di biologico (da gruppo di acquisto) ma sempre aperto a critiche. molte delle ragioni degli ogm sono comprensibilissime…ma per me va considerato prima anche il fattore socio culturale…intendo dire: che valore dai alla zucchina? al pollo? al tacchino? vengo preso per il culo a lavoro perchè son disposto a spendere 4 euro al kg per dei peperoni bio..e ok ci può stare, ma questi stessi ne spendono 400 per un paio di scarpe luis vuitton modaiole e soprattutto orribili…detto questo
Per un esame (il dato era di Pimentel) ho studiato che attualmente con i prodotti dell’agricoltura si potrebbero sfamare circa 12 miliardi di persone, e che l’impoverimento del terreno causato dall’agricoltura intensiva porta comunque alla perdita di suolo (parecchio)…che devi comunque recuperare disboscando…

Unit, toglimi una curiosità: ma sei tu che scrivi i titoli in prima pagina su Libero, vero?

Come troppo spesso succede in internet, si alzano subito i toni, si fanno ironie, etc.
A me (e, credo, ad altri) interesserebbe molto che si facesse un dibattito in cui ognuno presenta i propri argomenti supportandoli con dati, riferimenti, etc.
Credo che ci siano molte persone che, come me, non sono del mestiere, ma stanno cedrcando di capire.
Vivo in campagna, ma non vivo “di” campagna, ho un piccolo orto, faccio parte persino di un gas, eppure leggo e mi sforzo di capire Bressanini o Pascale o Salmone (senza avere una preparazione di base), vedo che nel mondo “biologico” c’è molto “modaiolismo”, etc. Detto ciò mi sembra cmi sembra che molta parte del discorso pro o contro l’agricoltura biologica e teritori limitrofi, sia dovuto anche al considerare possibile o impossibile un cambiamento del nostro modo di produrre e/o distribuire. Questo credo sia un limite di comprensione reciproca che non si può ignorare. Forse entro questo (ed altri) limiti si può però tentare di fare una buona informazione.
Ciao e grazie a tutti.
P.S.: umo dei miei figli è un fedele lettore di Rolling Stones :-)

Giam, quel che dici è vero: “molta parte del discorso pro o contro l’agricoltura biologica e teritori limitrofi, [è] dovuto anche al considerare possibile o impossibile un cambiamento del nostro modo di produrre e/o distribuire“. Il problema è che l’agricoltura biologica e territori limitrofi (come Slow Food), lungi dal rendere possibile un cambiamento dell’attuale tipo di sviluppo, in realtà lo presuppone esattamente così come è adesso, e non potrebbe esistere diversamente. I prodotti dell’agricoltura biologica sono prodotti di lusso: i peperoni bio di cui parla sopra nowanda lo sono tanto quanto le scarpe Vuitton. Solo i ricchi li possono comprare, e se non ci fossero i ricchi, non verrebbero neppure prodotti. E nota che non cambi il mondo, né tantomeno risolvi il problema della fame, con il lardo di Colonnata, la cipolla rossa di Tropea o la tinca gobba dorata del Pianalto di Poirino.

Caro Giam,
complimenti per saper dire che hai dei dubbi: oramai è una eccezione.

Un altro modo di dire quello che ti dice Luca è: non posiamo avere contemporaneamente l’Alta velocità e dei treni di pendolari puliti e che non saltano le corse?

Io vorrei essere libero di concedermi una Alta velocità un giorno, ma non voglio essere obbligato a farlo se viaggio da pendolare.

Per quale strana ragione devo scegliere tra un mondo tutto biologico ed uno tutto OGM? I primi tre produttori al mondo di biologico sono Stati che coltivano anche OGM. Per quale strana ragione io non posso comperare in nessun supermercato italiano una polenta di mais Bt e un altro consumatore non può trovare in quasi nessuna regione italiana un latte fresco intero che derivi da vacche che non sono state nutrite con soia da OGM?

Coldiretti e Petrini fanno il lavoro sporco, ma chi tira le fila sono COOP ed i supermercati. Tanto per non lasciare il discorso nel vago COOP fattura in Italia quasi il doppio di quello che Monsanto fattura in tutto il mondo: chi è la multinazionale?

lusso mi pare eccessivo, (io sono studente fuori sede e pizzaiolo 5 sere su sette e la borsa di mammà interviene poche volte, solo per le feste comandate).
Preferirei comprarmi quanti kg ce ne stanno in 400 euri di peperoni piuttosto che comprarmi le orribili scarpeLV… ( e non perchè odio la marca a prescindere, precisiamo) certo sono daccordo, sarà un pò elitario il biologico e pure per radical chic e pure di moda ma ne condivido gli obiettivi e i metodi… poi secondo me ci sono margini, imho, anche per abbatere il prezzo e renderlo più accessibile.

Ah, per quanto riguarda i controlli… dov’è che in italia non ci son problemi? ho avuto modo di vedere come si fanno le certificazioni Iso e Emas… bè siamo in ottime mani!

Lusso, lusso, caro nowanda. Vale soprattutto per Slow Food: vai a questo sito,
http://www.fondazioneslowfood.it/ita/arca/regolamento.lasso
e leggi l’art. 4. Ti pare che una produzione “in quantità limitata” possa mai essere qualcosa di diverso da un prodotto di lusso? Il biologico segue una logica analoga.
Dopodiché se uno studente fuori sede con due soldi preferisce comprare bio fa benissimo (de gustibus, ecc.): solo che non è perché anche gente coi redditi bassi si può comperare il macchinone (magari a rate e saltando per tre anni le vacanze) se ne deve concludere che la Mercedes non è una macchina di lusso, ti apre.

Ci sarebbe poi un altro aspetto nella questione bio vs convenzionale. le varietà coltivate sono le stesse. Voglio dire, solo per esempio, la stessa varietà di insalata si coltiva sia con metodo biologico sia con quello convenzionale. Quella varietà di insalata avrà la resistenza contro la peronospera (ottenuta in laboratorio, grazie ai nostri ottimi genetisti, dunqe viene dai laboratori e non si trova spontanea negli orti) o sarà resistente ad altre malattie. La stessa mela Golden (o pera o peperone) potrà essere coltivata sia con metodo bio sia con quello convenzionale. Spesso poi non c’è grande diferenza fra i due metodi, insomma, tranne qualche sfumatura (che so, il sesto di impianto nel bio dovrebbe essere meno stretto o sulla concimazione, ma su questo Defez è stato già molto chiaro), le tecniche sono quelle. Può capitare per esempio che per alcuni attacchi di insetti, come per le cocciniglie, il metodo convenzionale e quello bio, ricorrano agli stessi agrofarmaci, gli oli bianchi per esempio. Lo so che il nome sembri rimandare a prodotti delicati e “naturali”, ma in realtà sono derivati del petrolio. Questo fa sì che la recente Sistematic review anglosassone, ossia uno studio che ha esaminato circa più di 50 mila studi sulle differenze qualitative tra bio e convenzionale, abbia riportato una sostanziale equivalenza tra i due metodi. Nel senso che non ci sono dati per indicare una superiorità qualitativa dei prodotti bio.C’è però una differenza. Se io volessi coltivare un appezzamneto di terra secondo i dettami bio, sarei economicamente agevolato. Verrei cioè retribuito con un contributo a ettaro che varia da zona a zona e da coltura a coltura e spunterei di certo un prezzo più alto. Dunque per il coltivatore il bio conviene, per il consumatore non saprei.ps. una corrente americana del movimento per l’agricoltura organica è farevole all’uso delle biotecnologie, in quanto, ritiene, e a ragione,che solo con un buon apporto tecnologico c’è una concreta speranza di ridurre la quantità di agrofarmaci.

Carlo Zanella: NON esiste nessun gene killer, questo e’ uno dei miti che continuano a girare