martedì 2 marzo 2010
Me, me e nessun altro
Qualche tempo fa un biologo inglese di nome Richard Dawkins pubblicò un testo di divulgazione scientifica intitolato Il gene egoista (The Selfish Gene, 1974, Oxford University Press). Dawkins oggi è diventato famoso, insieme al gigantesco Christopher Hitchens, come divulgatore di ateismo e razionalismo: il suo libro The God Delusion, del 2006, ha fatto decisamente discutere (quelli che credono in dio, ovviamente, non chi ha senso della realtà). Il Gene Egoista spiega l’evoluzione a partire dal gene, e teorizza che il nostro codice genetico sia un’esercito di pezzettini singoli e separati, unitisi tra loro solo per proteggersi meglio dall’ambiente esterno e riuscire a replicarsi meglio. Detta così è un po’ brutale, ma insomma. Il libro si oppone all’idea aristotelica e cristiana di individuo, e dimostra come in realtà noi siamo piuttosto una sintesi, un pool, una squadra di elementi eterogenei senza uno scopo diverso dalla sopravvivenza e dalla propagazione della ballotta. Il Gene Egoista è facile e affascinante: lo consiglio a tutti.
In un capitolo del libro, Dawkins teorizza l’esistenza di un gene del linguaggio, detto meme. Il meme (parola analoga a gene, che deriva dalla radice del sostantivo greco mìmesis, imitazione) sarebbe un elemento linguistico o culturale che condivide con il gene parecchie caratteristiche: tende a attecchire in un organismo, tende a farlo anche senza che l’organismo ospite ne abbia coscienza attiva, tende a strutturarsi e associarsi ad altri memi per diventare più solido e duraturo, si moltiplica e si diffonde. Anche se il concetto ha decine d’anni, non è mai stato molto noto fino a poco tempo fa. Anzi, oggi il concetto di meme è molto più celebre del tema del gene egoista: un caso di genialata inconsapevole da parte di Dawkins.
Molti modi di dire sono dei memi, capaci come sono di finirci in bocca prima che ce ne rendiamo conto. Come i geni, anche i memi sono sottoposti a una competizione schiacciante, per cui alcuni durano a lungo, altri non ce la fanno. Una decina di anni fa ai concerti si gridava «Valerioooo» senza nessun motivo. In realtà era successo che a un concerto di Vasco Rossi un roadie ne aveva chiamato a lungo un collega che non lo sentiva perché era arrampicato su un’impalcatura (se ricordo bene), e il collega si chiamava Valerio. Da lì la cosa si era diffusa, e per qualche mese il grido «Valeriooo» aveva impazzato in tutti i concerti. Nessuno sapeva perché, ma tutti gridavano «Valeriooo». Poi, non essendo in grado di replicarsi fuori dall’ambiente dei concertoni estivi, il meme Valeriooo scomparve. Volete un esempio più duttile e duraturo, che non molla ormai da diversi anni? «Assolutamente sì.» «Assolutamente sì» sembra l’unico modo di dire sì. Anche le leggende metropolitane si possono considerare memi: non hanno legami con la realtà, svolgono diverse funzioni e si diffondono velocemente. Non solo, ma mutano nel tempo e nello spazio a seconda delle necessità. Quello degli ebrei salvi per passaparola rabbinico l’11 settembre è un altro coso che si è siluppato da solo, ha attecchito dove c’era ignoranza o diffidenza nei confronti egli ebrei, e per un po’ è andato avanti. Poi il discorso sui memi si complica e arricchisce se pensiamo a come alcuni ragionamenti seguano lo stesso meccanismo e propagazione, e arriva a investire un po’ tutte le idee e la loro capacità di restare in vita, prevalere e diffondersi solo quando sono suffragate da altre idee, un po’ come il gene che funziona solo in un corredo con le spalle larghe.
Tutto questo per dire che, banalmente, le cose che si fanno partire ogni tanto sui social network, i temi su cui tutti dicono la loro o propongono un esempio o un punto di vista, i cosiddetti “memi”, ecco, memi non sono. Il meme si genera da solo, senza un atto volontario di nessuno. Tant’è che le pubblicità virali non sono memi. Quando io faccio la foto al gatto che dorme con gli occhi rivoltati, e nel giro di una settimana friendfeed o facebook sono pieni di gatti che dormono con gli occhi rivoltati, non ho generato nessun meme. Io propongo di chiamarlo, banalmente, “trottola”. Scegliete voi, proponete altre alternative, proviamoci. Perché l’idea di chiamarli memi, quello sì, è un meme. Poi, se volete chiamarli memi, fate come volete. (E questa casa non è un albergo, comunque!)
Mi ero sempre chiesta che cavolo fosse, ‘sto meme! Tu hai ragione nel dire che ci dovrebbe essere una parola per ogni concetto, o meglio, che non si dovrebbero chiamare le cose con nomi di altre cose… Però, ed è una riflessione del tutto estemporanea che scrivo di getto, la lingua si evolve anche dando alle cose i nomi ‘sbagliati’ o almeno inappropriati. Ti sarà noto l’esempio di ‘fegato’: la parola italiana ‘fegato’ deriva da ‘ficatum’ che indica la preparazione culinaria a base di fichi con cui veniva preparato, nell’antichità, il fegato (lat. ‘iecur’). Una volta si usava l’espressione ‘iecur ficatum’ per definire la comune pietanza ‘fegatini e fichi’. Nel tempo, ‘iecur’ è scomparso, e ‘fegato’ indica, in italiano, l’organo in generale, senza badare se ci siano i fichi dentro o meno. Poi, non so se un giorno chiameremmo ‘parmigiane’ le nostre interiora semplicemente perché oggi mangiamo le trippe alla parmigiana…
scritto da Ipazia Sognatrice martedì.02.03.10 09:51
Il poli-meme cia-cia-cia-ciao?
scritto da Emiliano martedì.02.03.10 10:51
Sticazzi, sono assolutamente d’accordo! Si vede che certe cose le hai nel tuo DNA. D’altronde è il popolo dei blog. Il nuovo che avanza! Scherzi a parte ti faccio due appunti (di cui non “tenepuofregadimeno” per usare un altro meme): la storia degli ebrei e l’11 Settembre non la definirei un meme ma una leggenda metropolitana sono concetti simili ma distinti. Anzi, pensandoci meglio: la definirei una stronzata! Secondo appunto su Hitcens: il “ragazzo” si è perso molto ultimamente (anche se il libro su Madre Teresa e quello sull’ateismo li adoro)
scritto da Corrado martedì.02.03.10 11:51
condivido l’opinione di ipazia senza esserne felice (il mio spirito è profondamente conservatore per quanto riguarda la cultura!).
la questione mi pare però più complessa, in generale: il fatto che a te matteo, a ipazia,a me (mjk), piaccia conoscere le storielle etimologiche di quest’e'quello purtroppo non è più la regola, ma un’eccezione in uno standard che è regolato a volumi moooolto più bassi.
è un po’ come con la culinaria (o le verdure di stagione): io so che cos’è una tarte tatin e se me la servono preparata con la pasta frolla vado fuori di testa (gli amici abbandonarono il ristorante lasciandomi urlare in solitaria con il cameriere), ma la media delle persone non lo sa, quindi si può scrivere sul menù che si ha la tarte tatin (chè fa figherrimo!!), senza preoccuparsi di cosa sia esattamente.
a noi rimangono due mezzi per combattere l’imputtanimento di tutto: diventare dei consumatori sempre più attenti (punendo chi non si e ci informa e premiando chi invece lo fa, come si dice all’americana “votando coi piedi”…) e condividendo le informazioni (cosa che mi pare tu faccia piuttosto bene
)
scritto da mjk martedì.02.03.10 11:53
fa figherrimo una torta di mele rivoltata?
non lo sapevo.
scritto da massimo (un altro) martedì.02.03.10 11:58
Ma a te ‘sta cosa che “Il meme si genera da solo, senza un atto volontario di nessuno” chi te l’ha detta?
Non è vero.
Magari i memi costruiti ad hoc sono meno interessanti o divertenti, ma sono memi pure loro.
scritto da luca martedì.02.03.10 12:01
@massimo – il punto è proprio quello: non fa figo la torta rovesciata, fa figo poter dire “tarte tatin,” senza preoccuparsi se sia o meno rovesciata!
scritto da mjk martedì.02.03.10 13:03
Il concetto di meme lo incontrai per la prima volta leggendo Snow Crash, poi per un po’ non ne ebbi più notizie. Tutto d’un tratto poi il meme del meme si sparse per il web, in contesti sempre meno consoni.
Grazie Matteo, approvo questo post, e per dirla come il poeta “Le parole sono importanti, chi parla male pensa male.”
scritto da chewpekka martedì.02.03.10 13:24
figherrimo è il superlativo di figer
)
scusa matteo, ma se scrivi che il meme valerio è nato dalla bocca di un roadie allora perchè la foto del tuo gatto non potrebbe avere pari dignità? entrambi hanno un’origine (roadie o bordone), non si sono generati da soli..
scritto da tyche martedì.02.03.10 13:44
sì ma una trottola ad un certo punto potrebbe diventare meme se tutti la citassero senza sapere neanche più come è nata (vedi il caso di valerio) … un esempio molto forte è lo slang internettese che alla fine viene usato anche nel linguaggio quotidiano (pwned ad esempio) …comunque non ci sono più le mezze stagioni !!
scritto da Alexandro martedì.02.03.10 14:09
“Non ci sono più le mezze stagioni” è un meme o un luogo comune o…. sono la stessa cosa ?
scritto da Corrado martedì.02.03.10 14:22
non ho capito bene bene cos’è il meme. però dopo lo rileggo, il libro che dici mi sembra davvero bello, Mondadori 94 e dovrebbe essere ancora in commercio,, poi volevo svelare la storia di Valerioooo per come l’ho conosciuta io,,,, me la ricordo bene quell’estate lì, non si gridava solo ai concerti, ma dappertutto, in spiaggia di notte, tipo quando si facevano ancora i falò con la chitarrina e sì che ti sentivi giovane con tutta la vita davanti e dietro solo l’infanzia,,, e valerioooo lo gridavano per chiedere se avevi della roba, era un codice per quella cosa lì, anche ai concerti,, e poi a settembre erano usciti un sacco di articoli sulla moda buffa dell’estate di gridare valerio solo per gioco, e noi sghignazzavamo perché sapevamo il segreto, eheh–quante balle si ha in testa a quell’età
scritto da gnu martedì.02.03.10 15:42
che citazione colta ….DAwkins…fosse facile. non credo che tutti quelli che commentano (me compresa) abbiano capito il senso del tuo post.
COmunque Bravo! Se hai letto l’orologiaio cieco, aspetto ansiosamente una tua recensione.
scritto da Lucia martedì.02.03.10 16:47
ho capito,, fortissimo questo concetto.
però il gene e il meme sono opposti proprio nella loro connotazione principale, ovvero il gene ci è fornito dalla nascita, il meme si apprende dall’ambiente, tarzan ha geni, ma non memi umani,,, però, riguardo all’obiezione di luca, e anche tyche–c’è una differenza, il roadie che ha generato valerio, non aveva l’intenzione di farne un meme, quindi quello è un meme, invece la storia del gatto con gli occhi montati all’incontrario (ma io non la conosco questa storia) voleva essere un meme, e quindi non è un meme—- ma un tormentone trottola, ,ovvero, caratteristica del meme è la spontaneità, per esempio (ora mi vanto), io dico sempre acqua frizzula, invece di frizzante, ed ora tutta la mia famiglia e dintorni dice frizzula invece di frizzante— ecco, ho creato un meme senza averne l’intenzione (anzi, mi dà fastidio se mi copiano le parole)— se poi adesso dite frizzula anche voi, il mio meme vivrà per sempre
scritto da gnu martedì.02.03.10 17:01
Esempi di memi sono melodie, idee, frasi, mode, modi di modellare vasi o costruire archi, dice Dawkins a pagina 201 della mia edizione del libro. Del resto, pure lo stupro etnico, dal “punto di vista” del gene, è un modo come un altro di propagarsi. La casualità non è affatto necessaria. E per il meme il discorso è lo stesso.
Più che altro, la consapevolezza che si tratti di qualcosa di artificioso, pensato apposta per diffondersi come un virus, in genere ne pregiudica la diffusione stessa.
scritto da Dathon martedì.02.03.10 17:24
il meme “Valerio” non è mai scomparso, anzi vive e vegeta in mille versioni diverse: per anni l’ho sentito urlare nei campeggi di Pelago, Pistoia blues, Arezzo Wave, leggenda voleva che fosse uno schioppato freak in acido che si era perso anni prima nei boschi.
scritto da L martedì.02.03.10 18:07
Ma dove metti i neuroni specchio? Eh? Sui network sociali l’imitazione è un copia-incolla.
scritto da Luca Tremolada martedì.02.03.10 18:19
Come leroooooooooooooy jeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeenkins?
scritto da Bianca martedì.02.03.10 19:16
A me quello del Meme è sempre sembrato il tipico caso di uno specialista che applica un concetto tipico del suo campo in un dominio dove tale concetto è inutile.
Il gene è frutto delle variazioni casuali, il meme è il prodotto di un disegno intelligente, io scelgo una determinata idea o concetto e posso scegliere di modificarlo, ma non posso scegliere cosa passare del mio Dna ai miei discendenti.
Il concetto di meme ha il risultato di rendere ambiguo per riflesso quello di gene. A me sembra che l’idea di meme renda un cattivo servizio alla biologia (fa entrare dalla finestra certe idee vagamente creazioniste) senza veramente dare nulla di nuovo alle discipline umanistiche (il concetto di un idea che sopravvive e sfugge al controllo di chi l’ha creata per modificarsi e “evolvere” l’hanno già inventata gli idealisti (Hegel, Croce etc) senza bisogno di ricorrere ad un linguaggio pseudoscientifico.
scritto da Carlo martedì.02.03.10 19:51
E la frase “DIO C’E'” scritta sui cartelli stradali di tutta Italia è un meme?
scritto da andy martedì.02.03.10 21:16
@ Andy: no, è un’inserzione pubblictaria… almeno così vuole la leggenda…
scritto da Ipazia Sognatrice martedì.02.03.10 22:21
Nella mia ignoranza, mi sento di condividere quello che sostiene Carlo.
PS. Cosa significa “quelli che credono in dio, ovviamente, non chi ha senso della realtà”? Che chi crede in Dio non ha senso della realtà?
scritto da Massimo mercoledì.03.03.10 00:27
i neuroni specchio non c’entrano niente con l’imitazione, se mai c’entrano con l’empatia, non toccatemi i neuroni specchio
scritto da gnu mercoledì.03.03.10 16:40
Il problema con il concetto di meme è nell’indefinitezza della sua taglia. Un gene è una ben determinata porzione di DNA, mentre per il meme, almeno nell’uso comune del termine, non esiste nessuna delimitazione affine.
Astraendo da questa difficoltà col considerare meme qualsiasi porzione significativa di cultura (nel senso più ampio) suscettibile di trasmissione ed evoluzione (di sé stessa e/o dei complessi che forma con altri memi, essi stessi memi secondo questa definizione), il parallelo con il DNA è quasi perfetto.
Più che ai “geni”, quindi, i “memi” si possono assimilare alle “caratteristiche ereditarie”, specie se ci mettiamo nell’ottica precedente alla scoperta del DNA.
La questione della volontarietà è quindi del tutto irrilevante, sembra essere un portato della fittizia distinzione tra “naturale” e “artificiale”. Distinzione mai tanto inadeguata come in questo caso, dato che la cultura è proprio il terreno sul quale lo spartiacque convenzionale tra “naturale” e “artificiale” si dimostra più problematico.
scritto da anonimo giovedì.04.03.10 03:49
In realtà i memi per come li propose Dawkins non sono necessariamente dei ”geni linguistici”. I memi fanno piuttosto parte del patrimonio culturale. Poi ovvio che il linguaggio, essendo il veicolo principale di diffusione della cultura, sia l’esempio classico per spiegare i memi. Un esempio di meme non prettamente linguistico, che Dawkins faceva nel libro, è quello delle cosiddette religioni rivelate e l’idea di ”fede” ad esse connessa. Dawkins parte dall’episodio si San Tommaso per spiegare come la fede si costruisca un meccanismo di replicazione a prova di qualsiasi scetticismo, per certi versi simile a come fanno certi geni. La trovo un’idea geniale.
G
scritto da Junkie giovedì.04.03.10 14:25