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giovedì 4 marzo 2010

I pimpirlini


Una decina di anni fa si tennero delle elezioni politiche importantissime, che elessero il Presidente degli Stati Uniti d’America per i quattro anni successivi. Alla luce di quello che successe un anno dopo quelle elezioni, oggi possiamo dire che le cose sarebbero state parecchio diverse se quelle elezioni avessero eletto un altro, cioè Al Gore, invece di quello che poi vinse, cioè George W. Bush. Non furono in molti a dirimere la questione nello specifico, perché tutto si ridusse a un esercito di pensionati cogli occhiali da sole. Essendo gli Stati Uniti un paese più serio del nostro, non toccò alle mastellate campane chiudere la partita, ma a un pezzo di Florida. Lì, per varie ragioni che non stiamo a ribadire, si decise di ricontare i voti. Mesi di riconteggi, a base di gattare grasse sedute dentro a stanzoni illuminati al neon, intente alla verifica e al controllo delle schede forate. Perché il sistema non prevedeva l’uso di matite, ma di schede da forare con un pirulo, all’interno della cabina elettorale.

Il problema è che in alcuni casi il cerchietto di carta prodotto dalla pirulatio non era staccato del tutto dalla scheda, e restava appiccicato per un pezzo solo, diventando a tutti gli effetti una cosa diversa, un altro animale, un’idra di cellulosa, un’entità separata dal piano uniforme della scheda prestampata, una discontinuità nello spazio e nella Gestalt di una scheda degna di questo nome, in buona sostanza quello che possiamo senza timore definire un pimpirlino. E come è attaccato il pimpirlino, per una bavetta di fibra cartacea o per una mezzaluna? Come si comporta? Perché se penzola è un conto, ma se resta adeso, be’, se resta adeso è tutta un’altra cosa. Vedo un cerchio di luce dall’altra parte, quando lo alzo verso i neon, oppure vedo una mezzaluna, una virgola di volontà, un intento discutibile e malsicuro, non bastevole per produrre quello che si può definire un vero e proprio, incontestabile foro? È un voto in potenza o un voto in atto?

Non si usarono queste parole, certo, ma non fu un bel momento. La gente non capiva, scuoteva la testa, e a tutti sembrava strano che gli Stati Uniti non fossero in grado di eleggere il proprio rappresentante. Il mondo li perculò, si disse stupito, ne parlò molto. I media americani parlarono di schede e riconteggi per settimane, spostando tutta l’attenzione su quel pezzettino di terra alligatora, scontrandosi con forza, facendosi male senza esclusione di colpi. La ferita si sarebbe trascinata nelle menti e nelle parole dei democratici per anni (ce ne sono ancora molti che, oggi, scuotono la testa e parlano di furto, digrignando i denti). Ma dopo ricorsi su ricorsi, riconteggi su riconteggi, la Corte Suprema stabilì che i riconteggi non fossero comunque validi. E George W. Bush si presentò al proprio insediamento, bello felice, a gennaio del 2001.

Lo scontro più violento tra istituzioni occidentali e cultura popolare si ritrovò impantanato in una questione burocratica, formale, capace di ammazzare la liturgia, la stabilità, il profilo degli Stati Uniti, il ciclo delle notizie e i palinsesti televisivi. E poi cosa successe? Che Bush governò e gestì il paese, come previsto, anche se la gente per mesi non aveva capito un cazzo di pirulini e vecchie miopi col deambulatore.

Anche se le regole a volte sembrano mettersi in mezzo tra l’idea di rappresentanza e il meccanismo necessario per metterla in pratica, va bene così. Si fa quello che si deve fare. Perché l’idea di rappresentanza non esiste senza la sua applicazione pratica, senza le regole, i sistemi, le modalità stabilite prima dell’inizio dei giochi. Per venire a noi, il problema politico c’è, è vero, ma a mio parere non riguarda l’eventualità o meno di riammissione delle liste escluse. Il problema politico riguarda le regole di presentazione delle liste e i comportamenti dei singoli in alcuni casi specifici. Quello della riammissione o meno delle liste è un problema amministrativo, procedurale, interno all’ingranaggio. E quando l’ingranaggio gira, quando il motore è in moto, non lo si può toccare da fuori, se no ci si perdono le mani. C’è chi è preposto a intervenire. Farà quello che può fare, secondo le regole. E non si discuterà più.

Perché l’unica alternativa è tirare una martellata dentro ai pistoni, spaccare tutto, fermare il motore perché lo si ammazza, e rifare da capo. Ma poi esplodono i pezzi di ferro roventi in faccia a tutti, sia chiaro. Non è una bella cosa. Non sono mica dei pimpirlini di carta.


Le regole, già. Rispettare le regole (il rispetto delle regole) è la cosa più di sinistra che ci sia oggi. Buffo come cambia il mondo, vero?

“Anche se le regole a volte sembrano mettersi in mezzo tra l’idea di rappresentanza e il meccanismo necessario per metterla in pratica, va bene così.”

questa frasetta modesta mi ha colpito. è davvero bella, riassume e conclude senza mezzi termini e senza polemica inutile. bravo, chapeau

Già.. io ho provato una volta a cambiare le regole DOPO aver cominciato a giocare. Mi è arrivata istantanea una “papagna” e la squalifica dal gioco.
Bei tempi quelli!

Siete dei maledetti sovversivi voi che volete farci giocare con le regole che abbiamo scritto noi.

smackkkkkkkk!!!!!!

Bello, grazie

Da un commento su Il GIornale: “Eccesso di zelo. E’ vero che ci sono le norme che regolamentano la presentazione delle liste elettorali. Ma nell’interpretare la legge si deve usare il buon senso, altrimenti ci troviamo di fronte ad una interpretazione rigida della stessa”.

Eccolo qua, l’italiano medio nella sua totalità.

Io mi incazzo quando all’estero ci dipingono sempre cosi’. Irrispettosi delle leggi, caciaroni e inconcludenti e inaffidabili. Poi vedo che sono in tanti a pensarla ancora allo stesso modo.
E mi incazzo ancora di piu’

Ecco: io spero che tra le tante conquiste democratiche, l’amministrazione Obama regalerà agli USA anche il voto a matita…

@DAN.GALVANO
Se proprio vuoi incazzarti completamente e con gusto considera questo: questa leggina avevano tutto il tempo e l’agio di modificarsela in parlamento, ma vuoi mettere come ti fa sentire più furbo e “itagliano” non fare nulla e all’ultimo momento falsificare le firme di gente morta ?
Ricordati che noi italiani siamo furbi! Così furbi che ci freghiamo da soli.

Il problema è tutto nostro, dei “sinistrati”. A destra delle regole se ne fottono, e il ministro della difesa minaccia un golpe senza pensarci più due volte. E quindi a questo punto, i dilemmi restano a noi: insistere perchè si rispettino le regole, o chiudere un’occhio, e salvare almeno all’apparenza la democrazia? Io ho scoperto di propendere per la seconda.

Anni fa non mi hanno accettato ad un concorso perche’ il mio “capo” si era dimenticato di firmare un documento. Cosa faccio, mi appello al buon senso delle istituzioni e chiedo venga rifatta la prova? eccheccazzo, la serieta’ di un partito si giudica anche da chi manda a portare le firme.
Milione rappresenta egregiamente cio’ che tiene insieme il PDL: ricatti incrociati, lobbies e piccoli potentati.

Le regole: ci sono, e a me, privato cittadino, chiedono di rispettarle fino in fondo. Poi ci sono le istituzioni, ivi compresi gli apparati di vigilanza, che sono le prime ad infrangerle. E, come dice Dan.Galvano, m’incazzo. Ma in Italia va così: c’incazziamo, ma la sera sediamo sul divano a guardare Sanremo.

Siamo il paese dell’aiutino, del “chiuda un occhio, dottò” del “famo che se po’ ffà”… lo eravamo anche prima, ma almeno ci vergognavamo di esserlo, mentre adesso le persone si vantano di trasgredire le regole, di infrangere le convenzioni, di poter sopraffare il prossimo fregandosene dei divieti, portando l’Italia verso non so dire nemmeno dove

Non ne farei, come al solito, una questione di destra o sinistra, di giusti e scorretti, di legalità o illegalità ecc. è solo questione di regole. Da rispettare. Non sono di sinistra.

spaghetti,mafie,mandolini e furbetti di quartier
non riesco proprio a mandar giù
la gente guarda e ride
ma poi vota per il re
quaggiù….
scusa fred mi è venuta spontanea…

Volevo leggere una cosa così. Grazie.
E’ che rimango con l’amarezza del fatto che è davvero probabile che ‘non si discuterà più’.

le regole, questa chimera!
leggevo, “Le regole sono le cose condivise, quello che (per una ragione o per l’altra) tiene unita una comunità “. come posso non domandarmi ora se davvero il nostro è ancora un paese unito, una società?

perchè ovunque nel mondo si lotta per un barlume di legalità, per un minimo di ordine comune a tutti? mentre nel nostro paese è solo una costante prevaricazione, un gioco di furbetti.
un vecchio detto delle mie parti recita “in italia vige l’articolo 5°: chi ha i soldi ha sempre vinto”.

e a ripensarci mi viene in mente la lettera di Celli al figlio che lo invitava ad andarsene ed il coro di risposte: no restate e lottate per cambiarlo, questo paese!
con che coraggio si solleverebbero oggi di nuovo quelle risposte?
…con una voce sempre più flebile, di -giusta- vergogna