|
|
|
|


venerdì 5 marzo 2010

Cristoforo (ovvero Le mammamìa scoperte nel mondo del pensaunpò cinematografo di un’inviata italiana a Nuova Iorc)


Da troppo tempo non ci si occupava di Ale, la quale, in piena crisi dell’editoria, continua a leggere il New York Times. Brava, che sostiene i colleghi. E questa volta si occupa (si occupano loro, in effetti, ma va be’) di come stiano cambiando i cachet degli attori famosi. Cacchiarola, gente, stanno proprio cambiando! E peqquale motivo stanno cambiando?

“Il crollo nelle vendite dei DVD”, replica il New York Times, “Insieme ad una lunga serie di flop al botteghino e alla crisi economica che ha penalizzato anche la Mecca del Cinema, costringendo le ‘majors’ a correre ai ripari”.

Che è strano perché il giornale di solito non parla, non si dovrebbe poter virgolettare. Se no ci si deve immaginare che una parte dell’edificio pronunci delle parole. Probabilmente è la porta principale. Si pare e dice quello che uno, inviato, chiede al citofono. Strano che Ale abbia chiesto alla porta del palazzo del New York Times, perché comunque c’era l’articolo. E nell’articolo nessuno diceva quella cosa lì, non erano dichiarazioni. Nell’articolo era così.

Movie stars, who not so long ago vied to make $20 million or even $25 million a picture, have seen their upfront salaries shrink in the last several years as DVD sales fell, star-driven vehicles stumbled at the box office and studios grew increasingly tightfisted.

Che non è proprio proprio la stessa cosa, oltre a costituire un adunaton di per sé, per la ragione di prima, quella dell’inedita funzione verbale degli infissi (facile le indiscrezioni siano opera delle finestre del primo piano), la versione italiana è proprio un pelo diversa. Il concetto è che gli anticipi, i cachet puri, sono diminuiti, mentre una parte maggiore del compenso viene dalle percentuali sugli incassi.

Ma le responsabilità di questa situazione sono da cercare soprattutto altrove. Dove?

“Il popolo del Web le considera obsolete e noiose”, teorizza Dekom, “I divi di celluloide oggi attraggono l’audience over-30 che in tempo di crisi va molto di meno al cinema”.

Questo signore, Dekom, ce l’ha col «popolo del web»? Strano.

“Stars don’t resonate with the ‘what’s next’ ” crowd, theorized Mr. Dekom. “They attract an over-30 audience, which is going to the movies less in an impaired economy.”

Ah, vedi: il popolo del web non c’entrava una sega. È che i giovani sono il popolo del web, cioè l’esercito del surf, cioè il surf del web, cioè i browser. Deve essere un problema di browser. E poi è bello come questo signore, che parla nel 2010, diventi una specie di Carlo Bo di Hollywood, che parla di obsolescenza e divi di celluloide. Ohibò. Però. Acciderbolina. Ma saranno così scemi e imbranati che ci perdono tutti?

The fashionable deal now is called “CB zero.” It stands for “cash-break zero,” (…) Such deals can be extremely lucrative when they give stars a substantial share in home-video revenue. So Sandra Bullock, (…) will eventually make $20 million or more from the movie because it was a hit. Mr. Clooney similarly stands to make additional millions when all the revenue from “Up in the Air” is finally counted.

In pratica uno si accolla una parte del rischio, e guadagna molto se va bene e poco se va male. A Bullock e Clooney è andata bene: guadagneranno più del solito. Giusto?

Dopo aver dimezzato il suo compenso per interpretare ‘The Blind Side’ -5 milioni di dollari invece dei soliti 10 – Sandra Bullock ne ha intascati altri 20 milioni più tardi, ma solo quando il film si è trasformato, inaspettatamente, in un mega-hit.

E qui, scusate, serpeggia un sottotesto meraviglioso. Ci sono quei «soliti dieci milioni», quelli che tutti ormai danno per scontati, quelli che lei, ah guarda, se non glieli dai sta a casa a farsi le unghie, mentre un paio di eunuchi le sventolano il viso con le piume di struzzo, «diva di celluloide» com’è. C’è l’intascare, questo gesto rapido e furbesco, quasi truffaldino, per cui l’attore esce dalla porta sul retro e ride fragorosamente pensano al malloppo, come Richard Widmark quando butta la vecchia dalle scale. E c’è, nel resto di questa rendizione (per usare un termine potenzialmente alessandrino) dell’articolo del Times, uno spirito paperonesco da Klondike, da cercatori d’oro, gente che che si accontenta di anticipi «a dir poco striminziti», che non vede «un centesimo in più» se la pellicola è in perdita, di cui parla il «quotidiano della Grande Mela», descrivendo la speranza di recitare in un «mega-hit», cioè la versione immaginifica e sognante del banale «hit» originale. Poi, va be’, c’è uno che è «nominato all’Oscar nel 2001», e si spera che oltre a fare il suo nome facciano anche ciao ciao con la manina, ma queste sono cose che non ci bastano più per essere rapiti da questa prosa.


Perchè non chiediamo un parere ad Anselma Dell’Olio, esperta di cinema nonchè di pronunciation?

avevo letto su corriere.it, avevo letto (poi) su NYT…e stavo aspettando…
Certo che poi, un giorno, dovrai dircelo che ti ha fatto “l’Ale”. Un amore negato? Un gatto ammazzato?

Non basta la suprema sciatteria di una che ha un posto di lavoro prestigioso per il giornale più importante d’Italia pur scrivendo come un servizio di Studio Aperto?

Ma Matteo, dicci, ti fa arrabbiare più la Ale o il Walter?

Lei, caro Matteo, ha del tempo da perdere a star dietro a queste pinzellacchere :)

@nicogio. pure lei a rispondere…

@fran Non si picchi caro/a fran. Nessuno chiese il suo parere.